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giovedì 8 marzo 2018

Parole per i momenti che decidono la storia

C'è la lucida follia di Balboa, avventuriero di pochi scrupoli ed enormi ambizioni, che dopo  essersi fatto largo nella giungla a colpi di machete arriva a contemplare il Pacifico - primo europeo in un mondo che d'ora avanti non sarà più lo stesso. C'è l'incrollabile determinazione di Maometto, il sultano non il profeta, che non arretrerà di fronte a niente per conquistare Costantinopoli, genio e crudeltà per abbattere quelle mura e cambiare una storia millenaria. E c'è la musica che prima ancora che in uno spartito è dentro il cuore di un uomo morto e rinato, perché un giorno, dopo tanta pena, si componga un capolavoro che sarà riscatto e ringraziamento, quel capolavoro che è il Messiah di Händel.

Momenti fatali di Stefan Zweig (Adelphi) - non sono sicuro che questo titolo mi piaccia -  più che un libro sui grandi della storia è un libro sui grandi momenti che hanno segnato la storia. Momenti segnati da una scoperta, una rivelazione, un'impresa - e che come tali si staccano da tutti gli altri. Momenti che hanno rotto un equilibrio, cambiato un destino, chiamato a un bivio decisivo.

Gli uomini no, non è detto che siano stati altrettanto grandi. Come quel momento fatale che ha deciso Waterloo, senza avere come protagonista né Napoleone nè Wellington, ma un mediocre generale che decidendo di non decidere decise le sorti del conflitto.

Bello questo libro, che squaderna la storia per fissarne gli attimi di svolta. Bello perché ci sono gli uomini, protagonisti e allo stesso tempo vittime degli eventi. Bello perchè mescola volontà e destino e all'una e all'altro presta la forza della parola.

La parola quale quella di un grande scrittore come Zweig: di cui è facile raccomandare tutto.

lunedì 24 agosto 2015

Roth e Zweig, due grandi nell'estate dell'amicizia (da SLB)

Estate del 1936. Stefan Zweig attende Joseph Roth sul marciapiede della stazione di Ostenda. Zweig ebreo viennese assimilato, scrittore di successo, ricco e acclamato. Roth, l’ebreo dai confini orientali dell’Imperial-Regia Monarchia. In miseria, alcolista allo stadio avanzato. Da anni coltivano una magnifica amicizia umana e letteraria. Nel 1931 erano assieme ad Antibes in Costa Azzurra e la sera rileggevano a vicenda quello che avevano scritto durante il giorno.

I due scrittori sono adesso parte della piccola comunità di tedeschi e austriaci in fuga dal nazismo che si ritrova in quella località balneare del Belgio. Una compagnia di “dileggiatori, combattenti, cinici, amanti, sportivi, bevitori, oratori e spettatori taciturni”. Gli esuli politici dividono il lungomare e i bistrot di Ostenda con i fuoriusciti ebrei e gli scrittori messi all’indice. Il nostalgico e monarchico Roth trascorre le giornate con una falange di comunisti, gettati assieme su quella spiaggia dal rullo compressore del destino.

Un jet-set internazionalista e prodigo di sogni velleitari, ma dove tutti vivono con la consapevolezza che le porte del possibile ritorno si chiudono ogni giorno di più. La grande Storia s’intreccia con le vicende quotidiane di questa Isola dei Famosi ante litteram, dove l’eco della Guerra di Spagna e dell'Anschluss accompagna le passioni e le invidie, le gelosie e le affinità dei protagonisti. E in mezzo a questo turbine di eventi Roth e Zweig vivono entrambi un’ultima e intensa stagione di amore.

Il libro di Volker Weidermann, editor della pagina culturale della prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung non è un romanzo stricto sensu, piuttosto il racconto di un’epoca e di un mondo visti attraverso l’amicizia fra Zweig e Roth e i personaggi che li circondano. Una narrazione storica, ricca anche di citazioni, che ricrea con mano leggera e il necessario distacco un’Europa ancora apparentemente spensierata ma che sta per essere inghiottita dalla catastrofe e dal sangue.

Un libro piccolo e prezioso. Da leggere.

SLB

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Volker Weidermann
“L'estate dell'amicizia”
Neri Pozza (collana: I Narratori delle Tavole)

Pagine 176, Euro 15,00

domenica 16 novembre 2014

E l'aria si incendia di desideri e preghiere

Nessuno ormai è solo con se stesso e il proprio destino, ognuno scruta l'orizzonte.

Di notte, nell'ora in cui è coricato, solo e sveglio nella casa protetta e sprangata, il suo pensiero vola ad amici e a terre lontane: forse, a quella stessa ora, si compie parte del suo destino, un attacco della cavalleria a un villaggio galiziano, un assalto per mare, le cose che, proprio in quell'attimo, avvengono a migliaia, e a mille miglia di distanza, toccano la sua vita.

E l'anima lo sa, si dilata, desidera, presagendo, anelando a coglierne una parte, l'aria si incendia di desideri e preghiere che volano da un capo all'altro del mondo.

(Stefan Zweig, Il mondo senza sonno, Skira)

giovedì 13 novembre 2014

Una notte senza sonno, la guerra alle porte

Più breve è ora il sonno del mondo, più lunghe le notti e più lunghi i giorni.

Comincia così il primo dei tre racconti di Stefan Zweig che Skira raccoglie in un piccolo prezioso volumetto - intitolato appunto Il mondo senza sonno - che consiglio di cuore a tutti coloro che, particolarmente in questi mesi, si interrogano sulla Grande Guerra e sulle ferite che le tragedie della Storia lasciano sulle persone che a esse sopravvivono.

Che poi è il tema su cui mi sembra giri per intero la scrittura di Zweig, con la sua voce inquieta, evocativa, spoglia di ogni retorica. Si tratti de Il mondo di ieri, un titolo che dice già molto sulle amputazioni prodotte dall'ecatombe mondiale, così come della meravigliosa Novella degli scacchi, dove tutto - l'odio e la follia, la tragedi
a che si è consumata e la tragedia incombente - pare concentrarsi sulle sessantaquattro caselle bianche e nere di una scacchiera.

Zweig, lo scrittore che un giorno fuggirà dalla Germania delle leggi razziali ma che anche in Brasile sentirà l'orrore del mondo impazzito. Tanto che un giorno del 1942 metterà fine alla sua vita.

Sono da leggere questi racconti che invece ci portano dalle parti del primo conflitto mondiale, l'avvio del secolo breve della lunga guerra. Da leggere soffermandosi proprio su queste prime righe, sul sonno che non arriva in una notte d'estate, afosa, inquieta; su una notte della prima estate di guerra, quando ancora sono più i "si dice" che le certezze; su questo tempo dilatato, appesantito dai sogni, dalle premonizioni, dalle attese, complicato dai grovigli di un destino che forse altrove si sta decidendo. 

martedì 11 novembre 2014

Ricordando ciò che è successo a Ypres


Eppure è giusto che in un luogo della terra si conservino i segni atrocemente visibili del grande crimine.

E' giusto che centomila persone vengano qui scoppiettanti nella loro spensieratezza, poiché, volenti o nolenti, queste innumerevoli tombe, queste foreste avvelenate, questa piazza a pezzi sono fonti di ricordo.

E ogni ricordo è formatore, perfino per la natura più primitiva e più inerte. Ogni ricordo, quale che sia la forma o la sua intenzione, riporta la memoria a quegli anni spaventosi che non debbono mai essere dimenticati. 

Mi sembra giusto e formativo che ogni anno, il 4 agosto, alle nove del mattino, nell'ora precisa in cui i tedeschi sono entrati nel paese nel 1914, tutte le campane del Belgio si mettano a suonare, le sirene delle fabbriche a fischiare e si sospenda il lavoro per qualche minuto....

(Stefan Zweig, Ypres, da Il mondo senza sonno, Skira)

mercoledì 15 maggio 2013

In Brasile, tra futuro e nazismo

Laddove, in questi nostri tempi difficili, scorgiamo una speranza per un futuro migliore in zone semi-sconosciute, è nostro dovere additarle, indicandone le possibilità. E' per questo motivo che ho scritto questo libro.

In questo modo Stefan Zweig, l'autore della Novella degli scacchi e di altri splendidi libri, presentava il suo ultimo libro, così impastato, fin da queste parole, dal senso della fuga e dalla speranza di una nuova vita in un accogliente altrove.

E già questo fa pensare. Stefan Zweig è tra gli scrittori che più di tutti sembrano legati alla cara vecchia Europa sul ciglio della catastrofe. Anzi a quel sogno incastonato dentro un continente, che fu la Mitteleuropa. Un mondo forse già finito con la Grande Guerra ma che poi il nazismo annichilì con la sua barbarie.

Per Stefan Zweig, ebreo di Vienna, rimase appunto solo la possibilità della fuga, l'ipotesi di una nuova vita. Per esempio in Brasile, terra tutto sommato ancora semisconosciuta dagli europei, dove forse avrebbe potuto reinventarsi.

Speranza che vibra ancora nel titolo di un libro che ora la casa editrice Eliot ripropone al lettore italiano: Brasile, terra del futuro.

E in effetti terra del futuro il Brasile lo è stata per tanti. Non per Stefan Zweig, però. Uomo che apparteneva al passato, uomo che così aveva scritto in Il mondo di ieri, titolo quanto mai eloquente.

 Inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell'anti-umanità.

In Brasile, il 23 febbraio 1942, si suicidò, insieme alla sua giovane moglie. 

lunedì 28 gennaio 2013

La vendemmia alla vigilia della Grande Guerra

L'estate era più bella che mai, noi tutti guardavamo il mondo senza preoccupazione.

Ricordo che l'ultimo giorno, passando con un amico per i vigneti di Baden, sentii dire da un vecchio vignaiuolo:

"Un'estate come questa non l'abbiamo avuta da un pezzo. Se dura così, avremo un vino straordinario e la gente dovrà ricordarsi di quest'annata!".

(Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo)

mercoledì 5 dicembre 2012

Capablanca e la rivincita a scacchi che non ci fu

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento

Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace solo di calcoli, non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

martedì 10 aprile 2012

Lo scrittore che si uccise inseguendo Amerigo Vespucci

Rassegniamoci a constatare: il Vespucci era soltanto un uomo mediocre... Nondimeno l'America non deve vergognarsi del suo nome di battesimo. E' il nome di un uomo onesto.

Così scriveva di Amerigo Vespucci uno dei grandi scrittori del Novecento, Stefan Zweig, nel suo Amerigo (ristampato ora da Elliott). Scriveva così e ci restituiva per intero la straordinaria vicenda del mercante di Firenze che diede il nome  quel Nuovo Mondo che secondo logica avrebbe dovuto chiamarsi Cristoforia o Colombia.

Straordinaria vicenda, che ci dimostra che per scoprire non basta tracciare nuove rotte e toccare nuove terre, bisogna maturare nuove consapevolezze. Scoprire, anzi, significa dare nuovi nomi.

Però che storia anche quella di Stefan Zweig, che proprio a Amerigo volle dedicare l'ultimo suo libro, nel 1942, uomo (ed ebreo) in fuga dall'Europa in fiamme e dalle persecuzioni. In Brasile, dove aveva trovato rifugio, finì di raccontare il suo Amerigo e poi si uccise con il sonnifero.

Pare che fosse una bella giornata di sole. La data - il 22 febbraio - era la stessa della morte di Amerigo Vespucci, secoli prima. Vietato credere alle coincidenze. Come se quell'uomo mediocre, quell'uomo onesto gli fosse entrato dentro invitandolo all'ultimo viaggio.



sabato 27 agosto 2011

Se la vita è una rivincita a scacchi

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento


Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace di calcoli ma non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

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