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lunedì 21 ottobre 2013

Quante domande pone, la storia di Goliarda Sapienza

Goliarda era addoloratissima, perché sapeva di aver scritto qualcosa di grande, ma per anni tutte le case editrici l'una dopo l'altra rifiutarono il romanzo, in una sequenza impressionante. Le motivazioni erano di vario genere, tutte compresenti: di tipo politico, moralistico, e infine editoriale poiché il testo era lunghissimo. Lei rispondeva che anche La storia della Morante era lunga. Inutilmente. I motivi più gravi erano quelli moralistici, ma era evidente che nessuno comprendeva il testo; e d'altronde Goliarda era diversa dagli altri autori. Poi vennero altre urgenze, di scrittura e di vita, e Goliarda accantonò L'arte per scrivere altro.

Così il marito di Goliarda Sapienza racconta l'incredibile e deprimente storia dei rifiuti che l'editoria italiana oppose alla pubblicazione de L'arte della gioia (ricavo questa citazione dal supplemento domenicale del Corriere della Sera di qualche tempo fa). Lui, il marito, con le lettere di rifiuto ci ha fatto persino un libro. E fa riflettere questa storia di 20 anni senza pubblicazione di un libro che oggi è raccomandato agli studenti e salutato come un capolavoro persino in Gran Bretagna e Stati Uniti. Pensare che ci furono critici che al tempo lo bollarono come un cumulo di iniquità.

E non sono poche le domande, al di là della dolorosa parabola, artistica ed esistenziale, di Goliarda Sapienza. Per esempio, abbiamo rischiato di perdere una volta per tutte un libro di questo valore? E quanti altri capolavori sono rimasti tra i non letti e i rifiutati, dimenticati magari in un cassetto o forse addirittura distrutti?

E ancora: fu una piccola casa editrice - Stampa Alternativa - a dare un primo sbocco editoriale a L'arte della gioia che poi - come a volte è capitato anche per la grande musica italiana - fu davvero scoperta in Francia per ritornare in Italia sulle ali del successo. Potrebbe ripetersi oggi questa strana traiettoria, con la crisi che attanaglia tutta l'editoria, ma soprattutto le piccole case che vorrebbero scommettere ancora sulla ricerca e sulla qualità?

mercoledì 21 agosto 2013

Quando la Shoah non avrà più testimoni

Le leggi biologiche ci permettono di prevedere che i testimoni diretti della Shoah saranno presto tutti morti. Le testimonianze che molti di loro hanno considerato un dovere, portandole specialmente nelle scuole, saranno sospese per sempre. Ma che cosa cambia?

Certo i testimoni erano/sono mossi dalla loro passione (comprendere e far comprendere, o meglio illustrare l'incomprensibile): passione che una pagina letta ad alta voce non comunica con altrettanta efficacia. Però dal punto di vista conoscitivo non c'è alcuna perdita, perché sulla Shoah sappiamo tutto...

Certo meno commossa, certo più didattica, ci sarà sempre, nelle scuole e nei lager, una voce che proviene dal profondo dell'orrore. E ci saranno sempre i figli e i nipoti che cercheranno in quei luoghi il paesaggio in cui i loro cari furono trucidati, che cercheranno di vedere quello che videro i loro occhi prima del buio, o magari cercheranno una briciola di cenere del loro corpo profanato.

(da Cesare Segre, Shoah senza più testimoni, La lettura del Corriere della Sera)

mercoledì 24 luglio 2013

Cosa si legge sotto l'ombrellone

E' davvero curioso che sotto il sole di luglio non si vedano circolare altro che megaseller. E gli altri?

Le eccezioni sono i tascabili abbandonati sulle sdraio o sugli asciugamano degli adolescenti: sono in tutta evidenza quei romanzi inseriti nelle liste che i prof al termine della scuola decidono di infliggere ai poveri allievi per le ferie.

Sempre gli stessi autori, del resto, da decenni: Calvino, Pavese, Primo Levi, Fenoglio, Il gattopardo, Sciascia, Morante... 

Tutti capolavori benemeriti, intendiamoci: il cosiddetto usato sicuro. Ma è lecito chiedersi: possibile che da quarant'anni a questa parte la letteratura italiana non abbia prodotto niente di nuovo degno di essere consigliato come lettura o passatempo (intelligente) agli studenti?

(da Paolo Di Stefano, Sbagliato far leggere solo l'"usato sicuro", Corriere della Sera del 16 luglio 2013)

martedì 21 maggio 2013

Lo scrittore-aviatore e il suo Piccolo Principe

Volare. Se viaggiare fu per lo scrittore-aviatore l'unico verbo coniugabile alla sua vita, beh, volare è stato il suo ausiliare del cuore.

Perduto il padre (un infarto) in una stazione ferroviaria, bocciato (due volte) all'ammissione alla Scuola Navale, costretto per campare a girare la Creuse in auto (da rappresentante) per vendere camion, Saint-Ex scelse - con (e come) trasporto - di guardare il mondo, anche quello tragico di "Lettera a un ostaggio" e di "Pilota di guerra", dal suo asteroide con gli occhi di un Piccolo Principe che si impegna eticamente in tutto ciò che fa:

"Il mestiere di testimone mi ha sempre fatto orrore. Che cosa sono, se non partecipo? Ho bisogno, per essere, di partecipare".

Per questo quel bambino biondo di 70 anni, caduto dal cielo giusto in tempo, prima che il suo creatore si inabissasse - un bambino, in questo odierno mondo, più extraterreste di quanto lo fosse allora - si fa ancora leggere così tanto e quasi ovunque: ha ancora parecchio da insegnare, ma con quella sua delicatezza di chi non vuole farti la morale.

(Cesare Fiumi, All'età di 70 anni il Piccolo Principe perdona chi l'ha ucciso, da Sette del Corriere della Sera)

martedì 16 aprile 2013

I grandi alberghi che puntano sul caro vecchio libro

Faccio fatica a crederci, ma ho controllato, pare proprio sia così: negli Stati Uniti gli hotel puntano sui libri. Ripeto: sui libri, e non solo sulla carta dei vini, sulle piscine con acqua di mare, sui trattamenti di bellezza.

Ricavo questa notizia da un articolo di Massimo Gaggio sul supplemento settimanale del Corriere della Sera, nel quale si segnala che alcuni prestigiosi hotel - per dire dal Marriott di Philadelphia all'Hyatt di Chicago o all'Hilton di San Diego - hanno deciso di riservare spazi riservati alla lettura e magari di sistemare alcuni scaffali nella stessa hall.

Ma come: rispuntano così i cari vecchi libri, per di più in posti che si presume frequentati da gente ben attrezzata di tablet e altre diavolerie digitali? E proprio negli alberghi, quando magari la libreria appena svoltato l'angolo ha chiuso o sta per chiudere?

Eppure pare proprio sia così. La cosa è stata attentamente valutata dai grandi manager di queste catene alberghiere e, è chiaro, ha ben poco a che vedere con l'omaggio alla cultura: pare che in questo modo i clienti indugino di più in sale e corridoi dove altrimenti sarebbero solo di passaggio e così consumino qualcosa in più.

Motivazioni poco nobili, per una cosa buona o giusta. Va bene così, per i libri, va bene anche un hotel in cui difficilmente metterò piede.

lunedì 25 marzo 2013

Philip Roth, che il suo Nobel lo vinse in New Jersey

Mica facile intervistare il più grande scrittore vivente, o quello che comunque ha tutti i titoli per passare per tale, alla vigilia dei suoi 80 anni suonati.  

Il dolore di essere Philip Roth, pubblicato su uno degli ultimi numeri della Lettura del Corriere della Sera, è un cocktail perfetto di stupore o complicità. Ma prima ancora dell'intervista mi piace ciò che dice Livia Manera. Per esempio sull'intenzione dichiarata da Roth di non scrivere più.

Roth non ha smesso di scrivere. Si è liberato dell'obbligo di scrivere. Ha archiviato un impegno ossessivo con se stesso da cui sono nati 31 libri in 60 anni. Ma di qui a diventare un ex scrittore ce ne corre.

In realtà pare che, nonostante abbia raggiunto un'età che sembra un numero civico, non sia mai stato così di buon umore: liberarsi di questo fardello gli deve essere servito.

Tanto che chiedere di più?

Ha anche vinto ogni premio desiderabile su questa terra, incluso il Nobel che non gli hanno ancora dato. E' successo nell'ottobre 2005, una settimana dopo l'assegnazione del premio a Harold Pinter.

A esaltarlo era stata la cerimonia in cui gli avevano intitolato la strada in cui era nato. "Newark oggi è la mia Stoccolma - aveva detto Roth - e questa targa è il mio premio".

Forse alcuni dei vecchietti della cerimonia di Newark, in New Jersey, questa cosa di Stoccolma non l'avevano afferrata. Ma che dire di Philip Roth?

giovedì 8 novembre 2012

I due minuti del discorso di Abramo Lincoln

Mi pare curioso che in tempi in cui il tempo è scarso e le parole sono inflazionate vadano ancora per la maggiore libri di sterminata lunghezza, come se il numero delle pagine facesse premio sulla qualità. Ma mi pare ancora più curioso che si misuri il valore e l'importanza di quanto si ha da dire sul tempo che ci prendiamo a noi e a chi ci ascolta.

Per questo mi è piaciuta la storia che qualche tempo fa Marco Missiroli ha raccontato su La Lettura del Corriere della Sera: I due minuti che inventarono l'America. E' la storia del discorso di Gettysburg, pronunciato da Abramo Lincoln dopo la battaglia più sanguinosa della Guerra civile. Quel giorno - il 19 novembre 1863 - c'erano i famigliari dei caduti: non poteva essere un'orazione come le altre, non poteva essere la retorica della guerra.

Le autorità accolsero Lincoln spiegandogli che avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione. Chi lo precedeva - l'ex segretario di Stato - si stava dando daffare con un intervento di due ore.

Ma quando si presentò davanti alla folla, l'applauso fu rotto da una voce: Chi ci ridarà i nostri figli?

Il Presidente si toccò la barba, guardò l'orologio, ripiegò in quattro i fogli e se li mise in tasca. In fondo, c'era bisogno di pochissime parole, per il discorso che si dice abbia rifondato lo spirito del Nuovo Mondo. E nelle parole di Marco Missiroli:

Il miglior discorso che la storia americana, e una madre del suo popolo, avrebbe ricordato per sempre era di appena dieci frasi. Durava due minuti.

lunedì 4 giugno 2012

Quanto si beve nella letteratura americana

Bisognerebbe scriverla la storia di come l'alcol ha preso in ostaggio la letteratura americana, quando due Martini prima di pranzo erano un segno di distinzione virile.

Così scrive Livia Manera sulla Lettura del Corriere della Sera, a proposito del grande John Cheever, lo scrittore americano di cui quest'anno ricorrono i 100 anni dalla nascita e i 30 dalla morte, con inarrestabili fiumi di alcol in mezzo.

Afferma Livia Manera che in Cheever - un uomo che anche nel nome rammenta un'etichetta di whiskie - l'alcolismo rappresentava un paradosso:

Un virus che distrugge nel corpo e nello spirito quest'uomo minuto, con l'aria del signore di campagna e una certa pretesa di aristocrazia, ma non sembra mai sfiorare la lucidità della sua mente. 

Paradosso, senz'altro. Paradosso che comunque ha lasciato a John Cheever la possibilità di scrivere romanzi e short stories tra i più belli dei suoi tempi, pagine che gettano una singolare luce nel lato oscuro della vita americana, sobborghi e caffé del West Side, ville con piscina e bottiglie svuotate.

Però fa riflettere questa storia della letteratura americana ostaggio dell'alcol. Mica solo John Cheever e Raymond Chandler. Pensate agli investigatori o alle attrici condannate a bere spuma. 

giovedì 24 maggio 2012

Ogni scrittore arriva dopo

Si può pubblicare a pagamento, perchè lo ha già fatto Moravia; si può pubblicare ormai vecchi perchè è già successo a Bufalino; si possono avere molti rifiuti da case editrici perchè ne ha già avuti altrettanti Tomasi di Lampedusa; si può essere stroncati dalla critica perchè la ista di stroncature illustri è lunghissima; si può smettere di scrivere romanzi ed essere considerati grandi scrittori del secolo perchè è già successo a Flaiano.

 Si può non vendere una copia perchè i grandi scrittori che non hanno venduto una copia sono migliaia; si può sperare di essere riconosciuti grandi scrittori dopo la morte perchè è successo a Kafka, a Morselli e a tanti altri. 

Si può spettegolare sul proprio tempo perchè lo ha già fatto Dante; si possono avere idee spaventose perchè le ha già avute Céline. La cosa bella e rassicurante, in letteratura, è il fatto che qualsiasi destino ti capiti, c’è già stato un precedente. 

E’ già accaduto persino che si siano pubblicati libri brutti ma di grandi successo.

(Francesco Piccolo, Ogni scrittore arriva dopo, dalla Lettura del Corriere della Sera)

mercoledì 23 maggio 2012

Amos Oz, che di sera distrugge cosa scrive di mattina


Un grande scrittore? Quasi sempre un uomo che trascorre il tempo indossando i suoi personaggi. A volte un uomo che non ha paura a distruggere la sera ciò che la mattina ha inventato. Raramente anche un uomo che si avventura nel deserto, qualunque cosa sia quel deserto.

Questo almeno quanto ho imparato leggendo la splendida intervista di Francesco Battistini ad Amos Oz, pubblicata da La Lettura del Corriere della Sera. Com'è la giornata di un grande scrittore come Amos Oz?

Una routine assoluta. Mi sveglio alle 5, cammino mezz'ora nel deserto. E' un isolato da qui. Silenzio e solitudine. Poi torno a casa e bevo un caffè. E' una parte molto importante della mia giornata. Penso alle cose da scrivere, ai personaggi, alla vita, a quel che è importante. Il deserto è un grande maestro di vita. Poi mi siedo al tavolo e comincio a chiedermi "se fossi lui" o "se fossi lei"... Tutto il giorno immagino d'essere altre persone.... Scrivo la mattina. Il pomeriggio, spesso, distruggo quel che ho scritto la mattina.

Ho l'impressione che ci sia una relazione profonda tra il deserto e la scrittura di Amos Oz. Tra i suoi libri e quella vita trascorsa ai margini del nulla, in quel kibbutz il cui segretario un giorno gli disse:

Tu potrai anche essere Tolstoj, non dico di no, ma se qui tutti si sentono artisti, chi le munge le mucche?

sabato 4 febbraio 2012

Se Dickens è un giaguaro, anzi no, un gatto

Pochi giorni ancora e, per chi crede a questi appuntamenti, avremo modo di celebrare i 200 anni dalla nascita di Charles Dickens: l'autore di Oliver Twist, David Copperfield, Grandi Speranze, Canto di Natale, solo per ricordare i primi titoli che mi vengono in mente.

Non so quanti di voi abbiano avuto un'adolescenza segnata anche dalla lettura delle pagine di Dickens. Io sono tra quelli, anche se tra Dickens e Salgari c'è di mezzo tutto un mare di emozioni e sogni.

E' passata una vita da quando mi sono lasciato alle spalle quelle pagine. E solo ora scopro, grazie a un bell'intervento di Antonio Debenedetti sul Corriere della Sera, quanto sia dibattuto questo scrittore, allo stesso tempo amato e detestato, lodato e criticato.

Se non lo avessi letto, chissà quale percezione avrei avuto di lui. A chi avrei potuto credere? AVirginia Woolf che lo stronca senza pietà con parole come queste (e non solo queste)?


E' uno scrittore per tutti e non, è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi.

O piuttosto sarei stato propenso a fare mio il giudizio di un critico cone Edmund Wilson?


E' il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare

Davvero, nella critica, si dice tutto e il contrario di tutto - ed è giusto che sia così, perché questo non è certo il terreno della verità, sempre che questo terreno esista.

Giorgio Manganelli però diceva che Dickens era un animale letterario tra il giaguaro e il gatto domestico. Non so bene cosa intendesse, ma tra tutti è questo il giudizio che mi piace di più.

Giaguari e gatti hanno popolato le mie fantasie di ragazzino, in quella stanza che con i libri diventava un tappeto volante.

Ci sta che Dickens sia un giaguaro. Anzi no, un gatto che fa le fusa.




martedì 3 gennaio 2012

E ora ci si sono anche i furbetti della narrativa

Diciamo che va di moda, diciamo che a volte va così, con certe espressioni, diciamo che la novità a volte non sta in ciò di cui si parla, ma nel fatto di parlarne: perchè, in effetti, non credo che le cose siano molto diverse che in passato.

E dunque, oggi va di moda parlare di autori bravi, ma furbetti. Di romanzi riusciti o quasi riusciti, non fosse per un eccesso di furbizia, equivalente, pare di una smodata voglia di compiacere il lettore. E di quindi di un uso e abuso di trucchi vari, quali quelli citati da Alessandro Beretta in I furbetti della narrativa, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera: e dunque, temi troppo di moda inseriti a forza e vari escamotage stilistici.

Svariati i commenti a proposito, come quello di Goffredo Fofi: I veri furbi sono gli editori. O come quello di Massimo Onofri: Lo scrittore surroga l'ispirazione con il tema o con la moda del momento. Peccato che la cosa non funzioni come per l'evasore fiscale che fa il furbo e ci guadagna: lo scrittore che fa il furbo si depaupera e umilia se stesso.

Tutto vero, penso, eppure non riesco a cogliere bene il senso della cosa: come se fosse un eccesso di furbizia sforzarsi di scrivere cose che possono piacere; come se a fare la differenza, alla resa dei conti, non fosse il gusto del lettore; come se stringi stringi a contare non sia solo questo: furbo che sia, questo romanzo, è bello o brutto?

venerdì 2 dicembre 2011

Quando Abramo Lincoln ci insegno la brevità

Mi pare curioso che in tempi in cui il tempo è scarso e le parole sono inflazionate vadano ancora per la maggiore libri di sterminata lunghezza, come se il numero delle pagine facesse premio sulla qualità. Ma mi pare ancora più curioso che si misuri il valore e l'importanza di quanto si ha da dire sul tempo che ci prendiamo a noi e a chi ci ascolta.

Per questo mi è piaciuta la storia che Marco Missiroli ha raccontato su La Lettura, il nuovo splendido supplemento di cultura del Corriere della Sera: I due minuti che inventarono l'America. E' la storia del discorso di Gettysburg, pronunciato da Abramo Lincoln dopo la battaglia più sanguinosa della Guerra civile. Quel giorno - il 19 novembre 1863 - c'erano i famigliari dei caduti: non poteva essere un'orazione come le altre, non poteva essere la retorica della guerra.

Le autorità accolsero Lincoln spiegandogli che avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione. Chi lo precedeva - l'ex segretario di Stato - si stava dando daffare con un intervento di due ore.

Ma quando si presentò davanti alla folla, l'applauso fu rotto da una voce: Chi ci ridarà i nostri figli?

Il Presidente si toccò la barba, guardò l'orologio, ripiegò in quattro i fogli e se li mise in tasca. In fondo, c'era bisogno di pochissime parole, per il discorso che si dice abbia rifondato lo spirito del Nuovo Mondo. E nelle parole di Marco Missiroli:


Il miglior discorso che la storia americana, e una madre del suo popolo, avrebbe ricordato per sempre era di appena dieci frasi. Durava due minuti


venerdì 18 febbraio 2011

Gli scrittori e i cuochi della realtà

Eugenio Montale, che lo stipendio lo portava a casa lavorando al Corriere della Sera, non aveva dubbi:

Il giornalismo sta alla letteratura come la riproduzione all'amore

E se per il grandissimo poeta il giornalismo era il secondo mestiere, altri letterati che si sono cibati di giornalismo ci sono andati giù ancora più pesi. Per Gabriele D'Annunzio era la miserabile fatica quotidiana  (ma tanto miserabile non era, a giudicare dai suoi compensi), per Tommaso Landolfi (che con le collaborazioni ai giornali si pagava i debiti di gioco) si trattava di letteratura alimentare, mentre Ennio Flaiano non risparmiava la sua penna intinta al curaro:

I giornalisti? Chi ci salverà da questi cuochi della realtà?

Traggo questi esempi dall'ultimo numero di Tuttolibri, che dedica la sua apertura, a firma di di Mirella Serri, proprio al rapporto tra letteratura e giornalismo. E tutto gira intorno a questa domanda:

Cosa li ha spinti a indossare l'elmetto e a scendere in campo per quel medium non sempre apprezzato?

Domanda legittima, a cui peraltro non mi sembra difficilissimo rispondere: i compensi delle collaborazioni più la circolazione della firma su testate autorevoli mi sembra possano essere motivo sufficiente.

Mi interessa più un'altra domanda: perché tanto sputare nel piatto in cui mangia?

E aggiungo: perché lo scrittore deve sentirsi degradato quando fa il giornalista (ovvero lo scribacchino fesso di Carlo Emilio Gadda)?

Mi sbaglierò, ma mi pare che questo tradisca un limite di tanti nostri intellettuali, ben disposti a trincerarsi negli orti chiusi delle belle lettere (torri d'avorio?) piuttosto che spendersi nelle libere praterie delle notizie, delle inchieste, dei dibattiti quotidiani.

Eh sì che il nostro giornalismo avrebbe bisogno di buoni scrittori. Non di esercizi di stile, intendiamoci. Ma di ciò che lo scrittore può davvero regalare: curiosità, sguardi diversi, nuove parole per la realtà. E per le tante realtà che hanno bisogno di essere raccontate.

mercoledì 2 febbraio 2011

Ma cosa c'entra il dollaro con il Tirolo?

Dite dollaro e magari pensate che non c'è parola che evochi con più forza l'America e la sua potenza. George Washington e il Far West, insomma. Però pensate, dollaro viene da tallero e il tallero ci porta dalle parti della Boemia e addirittura del Tirolo, perchè era da quelle parti che un tempo si estraeva l'argento: tallero, da tal, valle, mica in inglese, ma in tedesco.

Come viaggiano le parole, come raccontano il mondo e la sua storia, le parole. Carlo Cipolla, che era un uomo capace di raccontare le grandi dinamiche dell'economia e della società con il passo leggero del curioso, qui ce ne regala diverse. E alla fine di Piccole Cronache (Il Mulino), di questo libriccino insomma che raccoglie una serie di articoli pubblicati sul Sole 24 Ore e sul Corriere della Sera, ci sembra di saperne di più sull'uomo, sui suoi affari, sui suoi guai.

Piccole cronache, appunto. Lampi di luce sulla storia degli orologi o delle epidemie, della pirateria o dei commerci illegali, delle monete e delle mercanzie che ci confermano quello che dovremmo sempre tenere a mente.

Che la storia non è cosa lontana, da addetti ai lavori. Che la storia ci appartiene. Che la storia è già la nostra vita quotidiana.

martedì 13 aprile 2010

Benedetta e le parole che riempiono l'assenza


Sì, per prima cosa devi provarti a misurare con quel vuoto.

- Che cos'hai?
- Mancanza

E non hai parole, perché ci sono solo parole come queste(da Il Cielo sopra Berlino di Win Wenders), parole che sono una resa, un sipario calato, una lingua intraducibile.

E questo vuoto, questa mancanza, sono di una vita intera, dopo che una vita intera è stata rubata. Perchè Benedetta Tobagi si era appena affacciata alla vita quando la follia criminale dei terroristi gli portò via il padre.

Non è facile andare oltre quel vuoto, riempirlo di parole, di emozioni, di riflessioni. Non è facile nemmeno raccontare, quell'uomo che è stato sempre un'irrimediabile assenza, inchiodato a un ruolo pubblico, giornalista del Corriere, sindacalista, morto ammazzato per strada una mattina che sapeva di primavera.

Raccontarlo senza farsi imprigionare dalla gabbia che attende il famigliare della vittima, una persona che vive di luce, pardon, di assenza riflessa, e pare scontato che esista solo per piangere, reclamare giustizia, onorare l'uomo strappato all'affetto, partecipare a convegni e commemorazioni. Solo che Benedetta, anche in questo libro, vuole essere Benedetta, non solo la figlia di...

Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall'immagine pubblica di Walter Tobagi

E ancora:

Il sentiero per allontanarmi dal vuoto l'ho tracciato un passo per volta costruendo la mia vita e cercando al tempo stesso un modo vitale di ricongiungermi a mio padre.

Quanta fatica che deve essere costato tutto questo. A volte anche solo per indugiare davanti allo specchio: Gli occhi sembrano così uguali, ma il suo sguardo, com'era?

E che poesia, che ogni tanto squarcia il dolore:

Nella mia fantasia, come ci arriva la luce delle stelle dopo migliaia e milioni di anni, così, forse, in direzione opposta, le onde sonore di tutte le parole pronunciate sulla Terra continuavano a vaggiare nello spazio per sempre. Vedevo i cerchi allargarsi e salire sempre più su, fino a liberarsi nello spazio infinito. Da qualche parte, molto molto lontano, pensavo, galleggiano ancora le tracce delle parole del mio papà


E quanto interrogarsi sugli "uomini vuoti" capaci di cancellare altre vite come se niente fosse.

Pensare che Benedetta riesce a ridare vita, con le sue parole:

Rimpiango tutto quello che non abbiamo potuto fare insieme. Tutta la vita che ci è stata rubata. Vorrei che tu avessi conosciuto le persone che ho amato, i miei amici. Non abbiamo mai potuto litigare e fare la pace. Ma hai seminato così tanto, che ho potuto sentire ancora la traccia calda della tua impronta nel mondo, nella luce che accende lo sguardo di chi ti ha conosciuto

Da leggere, assolutamente.

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