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domenica 16 agosto 2020

Francisco Coloane e la vita alla fine del mondo

Ho vissuto più di quanto abbia potuto scrivere e ricordare.

Comincia così, con parole che sono una prova di umiltà, il libro di memorie del grande Francisco Coloane, scrittore per nostalgia, cantore di terre e mari australi che davvero costituiscono un altrove, il suo altrove.

Una vita alla fine del mondo (Guanda) non è la solita autobiografia che ci lascia un autore affermato. Le parti che contano meno sono quelle che raccontano gli esordi letterari, i lavori e le conoscenze a Buenos Aires, i primi riconoscimenti. Qui c'è soprattutto la storia di un uomo che nel mondo alla fine del mondo, giù, in fondo alle Americhe, ha trovato se stesso. 

I sogni di un ragazzo che per cercare se stesso scelse l'estremo sud, anzichè il nord che pare essere la meta di ogni migrante. Le tempeste di una natura che giganteggia e da cui non puoi mai prescindere. I silenzi e le storie rac
contate sulla tolda di una nave o al fuoco di un caminetto. Le tragedie consumate anche in queste terre rarefatte, dove pare ci possa essere posto per tutti. E il continuo ritorno, per quante volte la vita abbia provato a portarlo lontano.

E' in questa terra sempre spazzata dal vento che si può comprendere quanto possono essere profonde e tenaci le radici dell'uomo. E quanto possa essere irresistibile - e misteriosa - una vocazione che si fa scrittura.

mercoledì 12 febbraio 2020

Buenos Aires e lo scrittore fallito

Io tinsi il mio fallimento così come altri si tingono i capelli. Gli conferii la qualifica di elegante.

Chissà quanto ha messo di se stesso, Roberto Arlt, nelle pagine folgoranti di Scrittore fallito, racconto che dà il titolo alla raccolta pubblicata per Sur. Chissà quanto c'è dei suoi vent'anni e di un'Argentina al crocevia, della prospettiva di un successo imminente, della scrittura che non rende giustizia, delle sterili discussioni nei caffè animati da ambizioni e frustazioni, della letteratura che si fa critica, chiacchiera, diceria, malignità.

Certo lui grande fu davvero e questo racconto più gli altri che seguono ne sono buona testimonianza, assieme ai suoi romanzi, su tutti Il giocattolo rabbioso. Più grande di quanto, temo, sia oggi il suo ricordo almeno in Italia, più grande della sua parabola di vita, che fu troppo breve. 

Roberto Arlt, ovvero l'uomo ai margini, lo sguardo laterale, il carattere difficile, l'autodidatta, il ragazzo ribelle che abbandonò la famiglia, si ingegnò in diversi mestieri, visse le strade di Buenos Aires.

E Buenos Aires c'è tutta in queste pagine, città che non ho mai attraversato con i miei passi e che pure mi sembra così familiare, città che vive tra le pagine come poche altre al mondo. Grazie ad Arlt ancora una volta ho incontrato le sue voci, i suoi umori, le sue storie.

venerdì 12 aprile 2019

In Patagonia, alla ricerca della lingua che ha perso l'amore

- Ho capito, e che cosa si fa laggiù dove crescono i nomi?
- Niente, c'è il vento e si prendono i nomi e poi crescono.

Su questo libro di Adrian N. Bravi mi è cascato l'occhio solo qualche settimana fa, alla splendida libreria Diari di Bordo di Parma. Ero lì per una mia presentazione, ma pochi giorni più tardi sarebbe stata la volta di questo scrittore, che è nato a Buenos Aires, ma vive a Recanati, e già questo mi piace molto: come se la sua vita fosse un ponte tra Borges e Leopardi. 

Vai sicuro, mi hanno detto Antonello Saiz e Alice Pisu, i due librai. E certo che sì, di loro ci si può sempre fidare. La sera stessa ho attaccato L'idioma di Casilda Morena, anzi, mi ci sono immerso come succede con l'acqua del mare, quando è più tiepida e trasparente delle altre volte. Vi ho sentito il vento della Patagonia, il sentimento del viaggio in cui ci si perde per ritrovarsi, le strade che fanno le parole per imbattersi nella nostra vita, il sorriso di uno scrittore che deve essere stato felice mentre aggiungeva frase a frase.

Exòrma, certo, non sbaglia un colpo, mi sono ripetuto ancora una volta. Per poi scrollarmi di dosso anche questa affermazione e contentarmi di stare dentro questa storia. Adrian racconta di un giovane studente di linguistica che dal suo professore ha saputo di un'antica lingua della Patagonia che si credeva scomparsa e invece pare ancora parlata da due anziane persone. Come fare a impedire che si perda per sempre? Il ragazzo parte, attraverso l'oceano, arriva fino in fondo al continente americano, trova i due anziani che sì, sono gli ultimi depositari di quella lingua, solo che non la parlano: quella è stata la lingua del loro amore, non l'hanno più parlata da quando si sono separati.

E mentre anche il ragazzo trova altre parole per un amore che spunta, a fronte di quell'amore che non c'è più, ecco le parole che per quanto mi riguarda si fanno domanda. Una lingua muore quando non c'è più nessuno che la parla o muore quando non c'è più il sentimento a sostenerla? 

E' la casa dove abitiamo la lingua, la casa che fa di noi quello che siamo. Me n'ero dimenticato e questo libro me ne ha reso di nuovo consapevole. Casa può essere qualche brandello di conversazione in una terra sbattuta dal vento, in fondo a un continente.




 

giovedì 29 novembre 2018

A Buenos Aires una storia di amore e anarchia

Comincia con un refolo di vento che viene dall'Atlantico, col caldo dell'estate australe, con i ricordi che si dipanano come un gomitolo tra le vie di Buenos Aires, con l'occhio che cade su lettere che sono già un romanzo. Comincia con un viaggio che sospinge verso un altro continente per poter diventare un viaggio nel tempo. Comincia perdendo subito la strada, perché è solo così che gli enigmi di una vita potranno trovare se non un senso almeno una qualche risposta nella lingua del cuore. 

Perché poi cos'è un viaggio se non il sogno di una storia da raccontare? 

Così si domanda Tito Barbini, quasi all'inizio del suo ennesimo viaggio in quell'Argentina che da sempre gli è altrove fedele, così si domanda e già è evidente il desiderio, anzi, il bisogno di raccontarla, questa storia.

E come sempre nelle sue pagine, anche in questo suo ultimo libro  - Severino e América. Storia d'amore e anarchia nella Buenos Aires del primo Novecento (Mauro Pagliai editore) - ci si smarrisce per ritrovarsi e ci si ritrova per smarrirsi ancora: è il destino di Tito, come del suo lettore che, tra le altre cose, questa volta ancora più di altre gode di una magnifica incertezza: tra le mani ha un romanzo o un reportage, un viaggio o un atto di amore?

Storia di amore e anarchia, recita il sottotitolo: e vai a sapere se l'amore viene prima dell'anarchia o viceversa. L'uno e l'altra, in ogni caso, alimentano la storia struggente di Severino Di Giovanni e di América, del sovversivo venuto dall'Italia e della ragazzina di Buenos Aires.

Un amore tenero e tenace, un amore pulito, capace di resistere a tutto, agli agguati del destino come alle sentenze che discendono dalle scelte. Di resistere e di riscattare illusioni, mortificazioni, errori, crimini. 

Ci si tuffa, in questa storia, non per vedere come andrà a finire, ma perché ci sono sentimenti di cui ancora oggi abbiamo bisogno, oggi forse ancora più di una volta. E possono essere sentimenti che ci legano a una persona scelta tra infinite altre, ma anche sentimenti che alimentano un'idea di giustizia che riguarda tutti.

E si finisce per provare nostalgia per quella Buenos Aires di miserabili emigrati, di tristi suonatori di fisarmonica, di banditi sognatori, la stessa Buenos  Aires di un altro libro che ho letto in questi giorni, Letti da un soldo di Enrique González Tuñón (Arkadia editore). Autore che, guarda la coincidenza, fu presente all'esecuzione di Severino.

Si finisce per provare nostalgia per quell'idea impossibile e generosa che fu l'anarchia, quell'idea così capace di stare dalla parte del torto con la forza della ragione, o viceversa. 

Quell'idea che finora per me era soprattutto una canzone di Francesco Guccini e qualche verso di Pietro Gori. E ora, grazie a Tito, è anche una musica che si spenge in un vicolo imprecisato della città del tango. 



venerdì 16 novembre 2018

L'albergo dei perdenti nel fervore di Buenos Aires

Quando morirò non piantate un salice sulla mia tomba, ma una macchina da scrivere.

Così lasciò scritto Enrique González Tuñón, scrittore argentino della prima metà del Novecento, che con le parole provò a contenere il male di vivere e a riscattare l'inesorable richiamo dei margini e dei bassifondi. Così dipanò le storie dei perdenti, si perse in conversazioni da bar e bevute fino al mattino, morì troppo presto lasciandoci il sospetto di un talento in parte inespresso. Nel suo ultimo libro - La strada dei sogni perduti - parlò degli uomini che perdono i loro sogni. E non è come per gli oggetti smarriti, che ogni tanto si ritrovano.

Nessuno, che io sappia, ha mai restituito un sogno. Nessuno.

Nella sterminata prateria della letteratura sudamericana - o anche solo argentina - ecco ora rispuntare la sua figura troppo facilmente dimenticata. Merito della casa editrice sarda Arkadia, con la sua collana Xaimaca che, curata da Marino Magliani e Luigi Marfé, punta a restituirci le voci di scrittori di un continente che non finisce di sorprendere. 

Letti da un soldo è una raccolta di racconti che girano intorno a cinque persone che gli americani chiamerebbero losers. La risacca della vita li ha sospinti in un albergo che è una stamberga, dove si dorme al prezzo di un peso e con almeno un occhio aperto per guardarsi da topi e ladri. La fame è loro compagna, amplifica le sensazioni, inasprisce gli animi, succhia energie. Ma ancora più devastante sono la malinconia, il rimpianto, il sentimento dello spreco. 

C'è più passato che futuro. Ma c'è anche il presente di una Buenos Aires in tutto il suo fervore, in cui ogni strada è un groviglio di umanità. Ci sono moli, bordelli, caffè. Tossici, puttane, spie incrociano i loro destini con quelli di poeti mancati e di anarchici votati alla sconfitta. E a notte rimane solo l'eco di un tango, come una luce prima del risveglio: poi tutto sarà ancora più difficile.

giovedì 8 giugno 2017

L'esilio dell'uomo che era il suo cane

Non so quando cominciai a divertirmi a collocare nell'aria i nomi delle città, dei paesi, delle regioni, però ricordo bene che mettevo tutto a posto e poi mi facevo i complimenti.

Apri una pagina a caso de L'esilio dei moscerini danzanti giapponesi di Marino Magliani (Exòrma) ed è facile imbattersi in una frase così, che ti entra dentro per muoverti qualcosa. Frasi come: La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che fra poco te ne vai. Oppure: Per quanto mi riguarda, non c'è mai stato un momento in cui io non abbia invidiato chi riusciva a risiedere.

Anche solo per questo raccomanderei la lettura, perché è scrittura densa, mai banale, capace di andare a fondo. Però c'è molto di pù, perchè dentro c'è tutta una vita, sospesa tra arrivi e partenze, tra radici ed esilio.

C'è un uomo - un uomo in cui certo c'è molto di Marino - che è ligure di roccia, ligure di vallate da cui non si intravede il mare, che a un certo punto della giovinezza volta le spalle a un paese da cui si è sentito tradito. Ci sono gli anni dell'irrequietezza, tra la Costa Brava dei residenti della notte e un'Argentina che non è Buenos Aires e non è nemmeno l'immensità della Patagonia, ma un luogo sperduto nella pampa. C'è l'Olanda infine - infine? -  che diventa il nuovo posto dove vivere, con i suoi canali, le dune e l'odore del mare, con le finestre senza imposte e la buona educazione.

E c'è una donna, che è stata una possibilità ai tempi della scuola, ma una di quelle possibilità che per qualche ragione non  si concretizzano mai, rimangono sogno, desiderio, pensiero che non si fa passo o domanda. Possibilità ma ora anche riannodarsi di qualcosa, fuori tempo massimo, sia pure uno scriversi a distanza, un impiegarsi come punto di riferimento, come tessuto connettivo di una vita da raccontare in primo luogo a se stessi.

E c'è un mestiere che è quello di traduttore - e tradurre è un po' come viaggiare, un po' come andare e ritornare dalla Liguria all'Olanda, dall'Olanda alla Liguria - un mestiere che ha un significato particolare per un uomo che ha cominciato parlando il dialetto e facendo vivere le cose attraverso le parole del dialetto, siano frutta o interi paesi.

E ci sono molti incontri - persone come Peter, l'olandese che va a pesca e scrive poesie, perfetto esempio di regale marginalità - ma c'è anche immensa solitudine, una solitudine di vento e acqua salmastra, di lunghi pomeriggi senza luce e di passeggiate senza una meta e senza un motivo:

Lei non ha un cane, mi chiede ancora ogni tanto qualcuno.
Glielo spieghi tra quel po' di noia e di mezza contentezza perché in tutto il giorno non hai fatto una parola.
Brav'uomo, io sono il mio cane.

Ecco, cose così. Cose per cui merita leggere L'esilio di Marino. Non fosse altro che per saperne di più sui moscerini danzanti e su un altro piccolo animaletto - il talitro - nomade senza requie su dune che non sono quelle di Olanda, ma della mia Toscana.

Per questo e per provare a capire cos'è che ci mette in movimento, cos'è che ci fa sospirare il ritorno.

mercoledì 27 agosto 2014

La voce di Eva Peròn, in quella Argentina

Qualsiasi cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a modo proprio. Ma è già molto se le pietre usate sono autentiche.

Così affermava la grande Marguerite Yourcenar - dandoci prova di quello che intendeva in un'opera straordinaria quale le Memorie di Adriano, vita dell'imperatore insieme vera e immaginata, o se si preferisce, ricostruita con i materiali che rimangono dopo la distruzione (non importa se di una guerra, di un terremoto o semplicemente del tempo).

Abel Posse, scrittore argentino, non solo cita la Yourcenar, ma ne segue i passi, per raccontare la parabola di vita di Eva Peròn, oltre il mito, oltre le note di una canzone o le immagini di film che certo non rendono a fronte di un personaggio così complesso e controverso.

E' un bel libro, un libro importante, La passione secondo Eva (Vallecchi editore). Non una biografia, nemmeno una storia linerare. Piuttosto un racconto corale, fatto di molteplici punti di vista, di coni di luce che si accendono e si spengono, di incursioni avanti e indietro nel tempo. E anche di malintesi, di equivoci, di amnesie che forse suggeriscono di più di tante memorie ufficiali.

Eva Peròn e il ventre profondo dell'Argentina in mano ai militari e ai latifondisti. Eva Peròn e la polverosa provincia da cui un giorno arriva questa ragazza minuta e bistrattata dalle circostanze, più voce calda che corpo oggetto del desiderio. Eva Peròn e la Buenos Aires del tango e dei teatri, dei caffè con cui si ammazza le notti e dei bordelli. Eva Peròn e la miseria di un popolo. Eva Peròn e una malattia che la porterà via troppo presto e che, certo, contribuirà non poco a insediarla per sempre nel cuore dei tanti.

Ci saranno saggisti e storici che sapranno spiegare meglio che cosa è stata e cosa ha rappresentato Eva Peròn. Ma quanta verità in questo libro. Quanta poesia.

venerdì 29 novembre 2013

La storia di amore dell'anarchico di Buenos Aires

Singolare natura quella di quest'uomo. Si muoveva in maniera permanente in uno stato emotivo che andava dall'eroico al romantico, che straripava generosamente oltre i limiti dell'ordinario, del comune, della legalità, dell'ordine costituito. Non avrebbe mai potuto capire che cosa sono le imposte, le multe, i regolamenti, gli ordini, le patenti, le leggi, le proprietà. La società, che si fonda su questi principi, si sarebbe difesa con le unghie e con i denti da questo pericoloso dogmatico del libero arbitrio.

Che storia che ci racconta Osvaldo Bayer in Severino Di Giovanni. C'era una volta in America del sud (edizioni Agenzia X), una storia fatta di molti suoni e molte voci: i canti degli emigrati italiani, i colpi ripetuti degli scalpelli, le esplosioni secche delle armi da fuoco, le note triste del tango, il rumoreggiare delle folle in sciopero, le deflagrazioni delle bombe, i singhiozzi delle madri... Suoni, voci e anche odori: del mare, della polvere da sparo, dell'inchiostro.

Figura da romanzo, prima ancora che da biografia, quella di Severino Di Giovanni, anarchico dell'Abruzzo, scappato dall'Italia di Mussolini e deciso a inseguire la sua utopia tra le strade di Buenos Aires. Pronto a tutto, per questo.

Figura che non mi incanta, per il suo disprezzo della vita sua e altrui, per le bombe che sempre bombe sono, non importa il loro colore. Eppure che personaggio, Severino Di Giovanni, incredibile impasto di fanatismo e intelligenza, di coraggio e tenerezza.

Finì male, come era inevitabile: davanti a un plotone di esecuzione. Ma non è questo, sono sicuro, che vi resterà dentro dopo aver chiuso il libro di Bayer. Piuttosto la sua storia di amore con Josefina, l'adolescente che lo stregò. L'uomo che giocava con il tritolo sapeva sciogliersi in lettere d'amore come un liceale. Braccato come pericolo pubblico numero uno faceva di tutto per andare a prendere a scuola la fidanzatina.

Ci sono storie che sembrano uscire da un romanzo per abitare a modo loro la realtà. Una è di sicuro questa.




giovedì 10 ottobre 2013

L'ho trovato in una bancarella di Buenos Aires

Sono orgoglioso della mia libreria come di poche altre cose di casa. È bella, sa di antico. Castagno stagionato, aria di solidità, la semplicità che ha l’eleganza delle cose che sono come devono essere, senza artifici, senza strane pretese. Farebbe la sua figura in una vecchia biblioteca, di quelle con un odore particolare, che non so se è della carta o dell’inchiostro o della cera con cui si tratta il legno, ma che è quello e solo quello. L’odore delle vecchie biblioteche.

Pensare che è costata il giusto, forse addirittura meno del giusto. Trovata e presa da un vecchio rigattiere che a sua volta l’aveva trovata e presa come un’occasione irripetibile. L’intero archivio di un comune alluvionato, dato via per poco o niente come se il fango gli avesse inferto danni irreparabili.

Due scaffali sono solo per loro, i libri di Emilio. Le vecchie edizioni illustrate che mi sono trovato in casa, forse di mio padre, forse addirittura di qualche mio nonno; i meravigliosi cofanetti della Mondadori, uno per ciclo, che per qualche anno mi vennero regalati per Natale; i libriccini della Mursia, assai meno pretenziosi, con quei caratteri fitti fitti e quelle pagine così leggere che a volte girandole si strappavano; i volumi che più tardi amici come Tito mi hanno portato di ritorno dai loro viaggi. Questo ti piacerà, l’ho trovato in una bancarella di Buenos Aires...

Due scaffali possono non essere un granché per chi ama i libri, per chi li ama anche a prescindere dalla lettura, per chi li ama di un amore fisico, come oggetti del desiderio da guardare, toccare, annusare, sfogliare. Sono qualcosa di enorme se dentro ci sono tutte le ore che un ragazzino ha passato a leggere e fantasticare.

Come diceva Cicerone? Una casa senza libri è come un corpo senz’anima. Oggi capisco meglio cosa voleva dire.

Per l’ennesima volta ora li abbraccio con uno sguardo che ancora non è routine. L’indice corre lungo le coste, come a controllare che negli ultimi giorni qualche titolo non sia sparito.

Qui sono custoditi lunghi pomeriggi d’estate su una sdraio in giardino, per terra un altro libro in attesa e la caraffa del tè freddo di mia madre. E anche tante sere di inverno, la pioggia battente e io sotto le coperte: la mia cameretta come la cabina del comandante e fuori il fortunale che imperversa.

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

lunedì 11 marzo 2013

Quando Borges si ritrovò il suo primo libro

Il libro fu stampato in gran fretta in cinque giorni perché si rendeva necessario un nostro nuovo viaggio in Europa... fu pubblicato con grande disinvoltura.

Non c'era un indice e le pagine non erano numerate. Mia sorella fece una xilografia per la copertina, e ne feci stampare trecento copie. In quei giorni pubblicare un libro era un'avventura piuttosto privata.

Non mi venne neanche in mente di mandare delle copie alle librerie o ai critici. La maggior parte le regalai.

Ricordo uno dei miei metodi di distribuzione. Avendo notato che molti di quelli che andavano negli uffici di "Nosotros" (una delle più vecchie e più serie riviste letterarie dell'epoca) lasciavano i cappotti appesi agli attaccapanni dell'anticamera, portai cinquanta o cento copie ad Alfredo Bianchi, uno dei redattori.

Bianchi mi guardò stupefatto e disse: Non ti aspetterai mica che venda questi libri, vero? 

No, risposi, non sono pazzo fino a questo punto, pensavo di chiederti il favore di infilarne qualcuno nelle tasche di quei cappotti. Lui lo fece.

(Jorge Luis Borges, Abbozzo di autobiografia, a proposito della sua prima raccolta, Fervor de Buenos Aires, 1923)


sabato 16 febbraio 2013

Il grande Borges: io non scrivo pagine definitive

Io non scrivo pagine definitive. 

Mi sembrò così strano quando Enrique Larreta pubbicò un libro, La gloria de Don Ramiro, e scrisse 'edizione definitiva'. 

Come poteva sapere che il giorno dopo non gli sarebbe venuta la voglia di mettere il punto dove aveva messo punto e virgola, come se ne poteva difendere, come poteva accettare tutti gli aggettivi, tutta la punteggiatura di quel libro, come poteva non pensare che sarebbe stato meglio scrivere color rosso dove aveva messo color carne, come poteva dire edizione definitiva, le edizioni definitive si fanno quando uno è morto, allora certo che sono definitive, ma prima tutto è correggibile, migliorabile...

(Jorge Luis Borges, Io, poeta di Buenos Aires, Datanews)

domenica 7 agosto 2011

Non c'è più la libreria del signor Schiffer

Salviamo i librai come il signor Schiffer, scriveva l'amico Tito Barbini, in una delle più belle pagine che ci ha regalato sui suoi giorni a Buenos Aires (sarà pubblicata anche sul suo prossimo libro, Il cacciatore di ombre, in  uscita per Vallecchi in queste settimane)

Raccontava, Tito, di come aveva scoperto per caso quella libreria, mentre ritornava dalla tomba di Evita, camminando lungo il muro del Cimitero della Recoleta.  Una libreria dal sapore antico con dentro un interno mondo anch'esso antico.

Scriveva, Tito:

Dietro il bancone, un anziano signore dall'aria distinta consultava alcuni cataloghi buttando di tanto in tanto un occhio a un vecchio computer sulla scrivania. Intorno all'anziano libraio, con gli occhiali e il maglione rosso, antichi mobili di ciliegio custodivano sotto chiave rarissimi e preziosissimi volumi dal valore sicuramente inestimabile

Regnava il silenzio più assoluto, un silenzio rotto soltanto dal rumore delle pagine sfogliate e dei passi che scricchiolavano sul legno del pavimento.


 L’avevo scoperta per caso e subito mi rammentò un bellissimo film con Anthony Hopkins e Anne Brancroft. Ricordate? Helen è una scrittrice americana che vive a New York, è alla ricerca di alcuni libri rari. Entra in contatto con una libreria specializzata di Londra, al numero 84 di Charing Cross (e questo indirizzo è anche il titolo del film). Inizia una relazione epistolare con il direttore della libreria: continuerà anche se i due non s’incontreranno mai.

Per me questa libreria di Baires è diventata l’equivalente della libreria all’84 di Charing Cross.


Fantasticava, Tito,  dell'idea di scriversi con il signor Schiffer. Di tanto in tanto si sarebbe fatto spedire un bel libro, raro e importante, introvabile in Italia.

Sapete, più tardi qualcosa della libreria del signor Schiffer avrebbe trovato anche la strada di casa mia. Quel giorno - o forse un altro, non so - Tito riempì il suo zaino di volumi. E uno di essi, una rara edizione argentina di Emilio Salgari, me lo regalò, al suo ritorno.  Vai a prevedere i destini dei libri, le loro rotte e i loro porti, capaci come sono, i libri, di attraversare oceani e continenti.

Ora Tito scrive sul suo bellissimo blog che la libreria del signor Schiffer ha chiuso. Non ce l'ha più fatta a quadrare i conti.

Pensare che solo l'altra sera io, lui e Andrea Bocconi, c'eravamo trovati a Bagno Vignoni per una conversazione sui libri di viaggio organizzata da Toscanalibri. A cena avevamo parlato a lungo delle piccole coraggiose librerie sparse per l'Italia, da difendere con le unghie e con i denti.

E ora, questa notizia che arriva dall'Argentina.  Non c'è più, questa libreria che non inseguiva le novità, ma l'amore per i libri.

E' lontana, l'Argentina. Ma non tanto da non sentirmi un po' più povero oggi.

Ps: forse non vi è mai capitato di varcare la porta del signor Schiffer, ma a Bagno Vignoni, per dire, c'è una di quelle piccole coraggiose librerie. Siete sempre a tempo

domenica 29 maggio 2011

Due scaffali di libri e i miei sogni di ragazzino


(dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Sono orgoglioso della mia libreria come di poche altre cose di casa. È bella, sa di antico. Castagno stagionato, aria di solidità, la semplicità che ha l’eleganza delle cose che sono come devono essere, senza artifici, senza strane pretese. Farebbe la sua figura in una vecchia biblioteca, di quelle con un odore particolare, che non so se è della carta o dell’inchiostro o della cera con cui si tratta il legno, ma che è quello e solo quello. L’odore delle vecchie biblioteche.

Pensare che è costata il giusto, forse addirittura meno del giusto. Trovata e presa da un vecchio rigattiere che a sua volta l’aveva trovata e presa come un’occasione irripetibile. L’intero archivio di un comune alluvionato, dato via per poco o niente come se il fango gli avesse inferto danni irreparabili.

Due scaffali sono solo per loro, i libri di Emilio. Le vecchie edizioni illustrate che mi sono trovato in casa, forse di mio padre, forse addirittura di qualche mio nonno; i meravigliosi cofanetti della Mondadori, uno per ciclo, che per qualche anno mi vennero regalati per Natale; i libriccini della Mursia, assai meno pretenziosi, con quei caratteri fitti fitti e quelle pagine così leggere che a volte girandole si strappavano; i volumi che più tardi amici come Tito mi hanno portato di ritorno dai loro viaggi. Questo ti piacerà, l’ho trovato in una bancarella di Buenos Aires...

Due scaffali possono non essere un granché per chi ama i libri, per chi li ama anche a prescindere dalla lettura, per chi li ama di un amore fisico, come oggetti del desiderio da guardare, toccare, annusare, sfogliare. Sono qualcosa di enorme se dentro ci sono tutte le ore che un ragazzino ha passato a leggere e fantasticare.

Come diceva Cicerone? Una casa senza libri è come un corpo senz’anima. Oggi capisco meglio cosa voleva dire.

Per l’ennesima volta ora li abbraccio con uno sguardo che ancora non è routine. L’indice corre lungo le coste, come a controllare che negli ultimi giorni qualche titolo non sia sparito.

Qui sono custoditi lunghi pomeriggi d’estate su una sdraio in giardino, per terra un altro libro in attesa e la caraffa del tè freddo di mia madre. E anche tante sere di inverno, la pioggia battente e io sotto le coperte: la mia cameretta come la cabina del comandante e fuori il fortunale che imperversa.

lunedì 11 ottobre 2010

Baires, città invisibile, città dei libri

Buenos Aires, anzi Baires: la città dei libri.

Città di asfalto e mattoni, come tutte le città, ma anche città di carta, città che grazie alla carta, si fa fantasia, sogno, storia e storie.

Così ne parla Laura Pariani, in una bella pagina di Tuttolibri, che presumibilmente nasce anche da una circostanza specifica (l'Argentina paese ospite alla Fiera di Francoforte), ma che in realtà succhia la sua linfa da ciò che di Baires sa chiunque ami i libri: e pertanto sa che qui si potrebbe trovare decisamente a suo agio.

Non è per librerie e per le bancherelle, non è nemmeno per i suoi caffè letterari e per le sue accademie. Piuttosto è per come i libri hanno vissuto e raccontato questa città. Per i segni lasciati dai tanti scrittori che hanno respirato la sua aria.

Dice Laura Pariani:

Gli scrittori, anche quelli morti da gran tempo, danno carne e sangue a questa città... Cammina, cammina i libri palpitano a ogni angolo

Julio Cortazar, Adolfo Bioy Casares, Ernesto Sabato, Roberto Arlt, José Pablo Feinmann, Leopoldo Marechal (e a proposito, complimenti alla Vallecchi, la casa editrice che ha avuto il coraggio di portare in Italia Adàn Bueonosayres), e poi il più grande di tutti, o almeno quello che mi è più caro, Jorge Luis Borges... e quanti, quanti altri.

Passi che risuonano ancora, orchestre di tango che sembrano appena uscite da un romanzo, il tavolino di un caffè dove forse un pensiero è diventato parola, tramonti e albe livide, un gol del Boca Junior che sa di poesia...

Non credetemi se vi confesso che a Buenos Aires non ci sono mai stato. Forse ci sono stato decine e decine di volte. Forse l'ho costruita anch'io, come ha fatto Italo Calvino con le sue città invisibili. Ricordate?

Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni

Questi libri, questa città.

sabato 12 giugno 2010

Borges e l'umiltà del grande scrittore


E' uno degli autori che negli anni ho più letto e amato, Jorge Louis Borges, e tra le cose che di lui mi piacciono c'è anche l'umiltà. Non è lo scrittore che si piazza sul piedistallo e pontifica. Se proprio, preferisce sentirsi una sorta di bibliotecario che il destino ha messo in grado di giocare con le parole di altri, di pescarle e di ricombinarle a piacimento. E chissà chi scrive davvero cosa (A volte trovo testi scritti da altri e penso che siano miei).

Di lui sto leggendo in questi giorni una raccolta di interviste proposta da Datanews, Io, poeta di Buenos Aires. Tra le tante c'è questa frase che mi ha colpito.

Io non scrivo pagine definitive. Mi sembrò così strano quando Enrique Larreta pubbicò un libro, La gloria de Don Ramiro, e scrisse 'edizione definitiva'. Come poteva sapere che il giorno dopo non gli sarebbe venuta la voglai di mettere il punto dove aveva messo punto e virgola, come se ne poteva difendere, come poteva accettare tutti gli aggettivi, tutta la punteggiatura di quel libro, come poteva non pensare che sarebbe stato meglio scrivere color rosso dove aveva messo color carne, come poteva dire edizione definitiva, le edizioni definitive si fanno quando uno eè morto, allora certo che sono definitive, ma prima tutto è correggibile, migliorabile...

Lezione importante, soprattutto per quanti si sentono nei paraggi della perfezione.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...