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venerdì 7 giugno 2013

Vita da marinaio, prima di Moby Dick

Insofferenza? Spirito d'avventura? Inquietudine? Insomma, cosa spinse Herman Melville ad abbandonare le strade di New York per il ponte di una nave spazzato dalle raffiche di vento? Perché decise di abbandonare gli agi di una vita borghese per l'inferno a bordo di una baleniera?

Non è una domanda oziosa, in fondo. Significa interrogarsi sul modo in cui un capolavoro può emergere dalla trama dei giorni. Perché è chiaro, non ci sarebbe Moby Dick senza quella vita vissuta, senza i calli alle mani, l'odore della salsedine, le onde da fare paura, la fatica alleviata solo da un bicchiere di rum o da una prostituta.

Dice Corrado Augias, che questa domanda se la pone nel suo I misteri di New York:

Non è semplice cercare di capire che cosa abbia spinto un ragazzo della buona borghesia, anche se momentaneamente decaduta, ad affrontare la durezza della vita per mare e la condizione di semplice marinaio

Non è semplice, e la scelta di quel ragazzo rimane avvolta nella stessa nebbia che può chiudere l'orizzonte a una nave:

In definitiva sappiamo solo che un giorno decise di andare, spinto da un bisogno o da una sofferenza più forti di lui

Questo sappiamo, insieme a ciò che da questa scelta venne fuori. Disse di sè Melville:

Una nave baleniera fu la mia Yale e la mia Harvard

Solo che nemmeno ad Harvard si impara a scrivere un capolavoro.

domenica 15 gennaio 2012

A chi dare ragione?

Forse a Henry James, il più europeo dei grandi scrittori americani, che diceva:

New York è spaventosa, fantasticamente priva di eleganza, confusamente orrenda

O forse, sulle ali di quel fantasticamente che nemmeno Henry James nega, a Le Corbusier, il grande architetto:


Cento volte ho pensato che New York è una catastrofe e cinquanta volte che è una bellissima catastrofe

Ed è così, esattamente così: perché è tutto e allo stesso tempo il contrario di tutto, ma in un modo che solo a New York. E non importa esserci stati, perché New York è i libri che abbiamo letto, i film che abbiamo visto, nessuna città è stata così raccontata e così tradotta in immagini.

New York è la nostra vita moderna, è ciò che vogliamo essere e anche ciò che non vogliamo essere. E' il nostro presente, meno il nostro futuro, sicuramente non il nostro passato. E' lo specchio a cui bisogna guardarci, di tanto in tanto.

Non ci sono mai stato, ma in questi giorni mi sono immerso in essa, grazie a I segreti di New York di Corrado Augias. Libro che avevo lasciato lì da non so quanto tempo, temendo la guida più o meno intelligente, i consigli per il viaggio.

E invece no, questo è un libro di storie, di parole che ti inventano la città e te la portano a casa. Scorrono i nomi, i personaggi, veri o immaginari, i libri: Herman Melville e Nero Wolfe, gli anarchici  e i gangster, gli artisti degli anni Ottanta, genio e droga, e i gangster italiani, irlandesi, ebrei. Dorothy Parker e Marilyn Monroe. Edgar Allan Poe e Andy Warhol.

Che libro per viaggiare, per avvertire il brivido che fu di Francis Scott Fitzgerald:

New York osservata dal ponte di Queensboro rimarrà in eterno la città vista per la prima volta, con la sua iniziale selvaggia promessa di tutto il mistero e di tutta la bellezza del mondo

E davanti la metropoli, cuore vivo, pulsante, complicato, la metropoli capace di farsi bella anche con le sue brutture.  





martedì 10 gennaio 2012

Perché Melville scelse la vita di marinaio

Insofferenza? Spirito d'avventura? Inquietudine? Insomma, cosa spinse Herman Melville ad abbandonare le strade di New York per il ponte di una nave spazzato dalle raffiche di vento? Perché decise di abbandonare gli agi di una vita borghese per l'inferno a bordo di una baleniera?

Non è una domanda oziosa, in fondo. Significa interrogarsi sul modo in cui un capolavoro può emergere dalla trama dei giorni. Perché è chiaro, non ci sarebbe Moby Dick senza quella vita vissuta, senza i calli alle mani, l'odore della salsedine, le onde da fare paura, la fatica alleviata solo da un bicchiere di rum o da una prostituta.

Dice Corrado Augias, che questa domanda se la pone nel suo I misteri di New York:

Non è semplice cercare di capire che cosa abbia spinto un ragazzo della buona borghesia, anche se momentaneamente decaduta, ad affrontare la durezza della vita per mare e la condizione di semplice marinaio

Non è semplice, e la scelta di quel ragazzo rimane avvolta nella stessa nebbia che può chiudere l'orizzonte a una nave:

In definitiva sappiamo solo che un giorno decise di andare, spinto da un bisogno o da una sofferenza più forti di lui

Questo sappiamo, insieme a ciò che da questa scelta venne fuori. Disse di sè Melville:

Una nave baleniera fu la mia Yale e la mia Harvard

Solo che nemmeno ad Harvard si impara a scrivere un capolavoro.

martedì 15 marzo 2011

L'arte perduta di dire no

E' un'arte difficile e perduta, quella di dire no

Così afferma Gianrico Carofiglio ne La manomissione delle parole, e alla prima ho avuto una reazione che giudicherei allergica. Perché da un pezzo sono stufo di coloro che dicono sempre no, perché a forza di no si va poco avanti, perché soprattutto a forza di no prima o poi si perde anche l'occasione giusta per dire sì....

Tutto molto sensato, è vero. Ma poi in questo nostro tempo conformista e telecomandato, in questo tempo di yes men che annichilano ogni merito, ogni facoltà dell'intelligenza, è proprio vero, bisogna rimpiangere l'arte di dire no. Ed è proprio un'arte, quell'arte, che richiede coraggio e fantasia, richiede quella creatività che non si accontenta del solco tracciato.

A volte si costruisce anche con il no, dice Carofiglio. Proprio con queste due lettere che, assieme al sì, appartengono al gruppo delle parole più corte, non necessariamente più banali e piatte.

E ha ragione Carofiglio, c'è anche il modo di dire no di Bartebly lo scrivano, il personaggio di  Herman Melville che alle richieste del suo datore di lavoro rispondeva Preferirei di no. Anzi, più bello in inglese: I would prefer not to.

Garbato rifiuto, affermazione di vita contro la stupidità della routine, della noia, di un lavoro che avrebbe potuto essere diverso.

martedì 10 agosto 2010

Ma esistono davvero le isole dei Mari del Sud?

A guardare sulle pagine di un atlante o fotografati da un satellite, gli arcipelaghi dei Mari del Sud fanno pensare ai disegni delle costellazioni. E i primi navigatori che, lasciatisi alle spalle Capo Horn, si avventuravano nell'insondabile vastità del Pacifico, non sono forse stati gli uomini reali più simili, per coraggio e amore dell'ignoto, ai cosmonauti dei romanzi di fantascienza?

Inizia così il bel pezzo di Emanuele Trevi che sull'ultimo numero di Tuttolibri ci porta nei Mari del Sud attraverso le pagine di alcuni dei grandi dell'Ottocento, da Herman Melville a Robert Louis Stevenson.

Inferno e delizia, queste immense distese d'acqua, queste poche terre strappate all'oceano. Profumi di spezie e vulcani agitati dalla notte dei tempi, libertà e tabù, indolenza e violenza.

E mi chiedo quanto di tutto questo è entrato nel mio immaginario di soppiatto, grazie alla penna di uno di questi grandi. Quanto queste isole dei Mari del Sud sono reali - ma esistono davvero o appartengono al regno della mia fantasia? - e quanto mi sono entrate di contrabbando, grazie alle pagine di un romanzo di pirati e avventurieri.

Poi penso che solo l'altro giorno ero al Museo degli Scrittori di Edimburgo, un museo piccolo piccolo, poco frequentato rispetto agli altri di questa splendida città, per questo più accogliente, più indulgente con i tempi interiori.

Una stanza è tutta dedicata a Stevenson, sulle pareti spiccano splendide foto in bianco e nero di quelle stesse isole dove cercò scampo alla sua malattia del corpo e forse anche a un'altra malattia più impalpabile.

Vita vera, non romanzo, laggiù.

Mi hanno fatto bene, quelle fotografie. Un'iniezione di realtà che a volte fa bene, contro ogni tentazione di costruirsi un immaginario troppo su misura, buono fino a che non metti via quel libro, o non cedi a qualche allergia.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...