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giovedì 7 febbraio 2013

Come una farfalla la bici rende il mondo migliore

Effetto farfalla: ne avete mai sentito parlare? È un concetto che mi piace molto, benché da qualche tempo mi richiami la tipica insofferenza per le espressioni adoperate fino all'abuso, come il prezzemolo di una cucina povera di altri sapori. Reazione che credo abbia qualcosa a che vedere con l'idea che sia moda recente, trovata di successo di qualche produttore di best-sellers dei nostri anni o anche di un qualche santone pronto a schiudervi il segreto di insospettate energie della mente – e le due categorie in effetti spesso coincidono. 

Solo l'altro giorno ho scoperto che questo concetto ha dalla sua anche la solidità del tempo e l'autorevolezza dei natali. Anche se non lo chiamava così, il concetto c'era già tutto nelle riflessioni del matematico inglese Alan Turing, uno degli uomini che dobbiamo ringraziare se oggi il computer è uno strumento di uso domestico come la moka per il caffè.
 
Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga o la sua salvezza.

E certo se lo spostamento di un elettrone può combinare tutto questo c'è da chiedersi che cosa abbiano potuto produrre tutti i comportamenti persecutori, oggi classificati come omofobia, che portarono il povero Turing a suicidarsi a 42 anni. Ma questo è un altro discorso.

domenica 19 agosto 2012

Nostalgia di Ray, l'uomo del nostro presente

Quando è morto, qualche settimana fa, lo hanno salutato come lo scrittore che ha inventato il futuro, e se per questo, anche come lo scrittore che ha inventato un futuro senza libri - e magari è davvero la stessa cosa. Per quanto mi riguarda, nemmeno tento di appioppargli un'etichetta, ma di una cosa sono sicuro: sono profondamente grato a Ray Bradbury, per le emozioni che mi ha trasmesso con le sue pagine.

Pensare che sono letture ormai remote, più o meno dalle parti degli anni della scuola. Eppure è bastato ritrovare il suo nome sui giornali, per ritrovare qualcosa che non si è dileguato una volta per tutte.

Cronache marziane, soprattutto. Libro letto da ragazzino, libro che mi ha conquistato, senza che nè prima né dopo mi abbia conquistato la fantascienza - non ho mai atteso le uscite di Urania o inseguito le varie epopee dello spazio.

E' che ha ragione Goffredo Fofi, quando qualche settimana fa ha parlato di Bradbury sul Sole 24 Ore:

Le Cronache parlavano di Marte per parlare di Terra anzi di Usa, trasferendo in un altrove lontanissimo e futuribile il mondo chiuso e mediocre del Midwest degli anni Cinquanta.

E di più, parlava di noi, Ray Bradbury, parlava di noi parlando di Marte, esploratore di mondi presenti fatti passare per futuri. 

Buona premessa, del resto, anche per cominciare a parlare davvero di futuro. Grazie a un uomo, pensate, che non ha mai preso la patente e non sopportava nemmeno i cellulari, figurarsi Internet.


mercoledì 18 gennaio 2012

Cosa ci insegna leggere Lolita a Teheran

Ci sono dei libri che non solo sono belli, sono anche necessari per dare un senso all'azione stessa di leggere. Libri necessari per capire che ogni libro, a sua volta, è necessario. Senz'altro questo è il caso di Leggere Lolita a Teheran di Azir Nafasi (Adelphi). Dove Lolita è proprio quella, il libro meravigliosamente scandoloso, o scandalosamente meraviglioso (fate voi), del grande Nabokov.

Sono sempre stato convinto che ogni libro letto fosse nel suo piccolo un'affermazione di libertà, ma certo non mi ero mai immaginato che cosa potesse significare leggere e studiare Lolita nella Teheran della rivoluzione islamica.

Divorarsi queste pagine, commuoversi per il coraggio di questa professoressa e delle sue straordinarie studentesse, intuire quale splendido dono sia la lettura, è stato tutt'uno.

Inevitabile ritornare ad altre pagine, quelle di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (e al grandissimo film di Truffaut), con gli uomini del fuoco che distruggono i libri, con gli uomini e le donne-libro che provano a salvare ogni opera imparandola a memoria...

Solo che quanto ci racconta Azir Nafasi è maledettamente vero, non è un nostro incubo proiettato in un tempo futuro. Così come è vero l'esercizio di libertà che si addestra sulla bellezza di una pagina...

mercoledì 6 luglio 2011

Geoffrey, Guy, Dean e tutti gli altri

Per uno come me, che cercava la lucidità nell'alcol, anche la calligrafia aveva un andamento ubriaco
(Geoffrey Firmin, da Sotto il vulcano di Malcom Lowry)

Vi basti sapere che mi chiamo Juan Pablo Castel e sono un pittore e un assassino. So per mestiere che gli essere umani possono essere paesaggi, scogliere, finestre, navi che partono, ma il più delle volte sono legno marcio
(Juan Pablo Castel, da Il tunnel di Ernesto Sàbato)


Per chi come me ha la radice del nome nel primo giorno della settimana non era proprio possibile resistere alla tentazione che tutto potesse ricominciare
(Guy Montag, da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury)

Per il mio amico Sal, il mio è un altro dei nomi che si possono dare all'irrequietezza
(Dean Moriarty, da Sulla strada di Jack Kerouac)

Forse Dio, mi chiedo nelle pause del mio smisurato lavoro, è un operaio come me. Chissà se anche la sua solitudine sia altrettanto assordante
(Hanta, da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal)

 Ecco, sono personaggi così a cui Fabio Stassi in Holden, Lolita, Zivago e gli altri dona la voce.

Parlano in prima persona e in questo modo è come se si staccassero dalla pagina, ombre che si alzano e ci vengono dietro. Compagni di vita che è bello immaginarsi intorno a noi. Con tutta l'umiltà che ci è necessaria per ascoltare cosa davvero ci dicono.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...