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domenica 4 maggio 2014

Ciò che gli scrittori devono sapere dei librai

Un'ultima cosa: avendo lavorato in libreria, non mi sono mai permesso di entrare in una libreria per lamentarmi con un'aria a metà tra l'arrogante e il seccato del fatto che il mio nuovo libro non fosse esposto a dovere in vetrina o all'interno del negozio.

E se posso permettermi ancora un consiglio, cerca di trattenerti a tua volta: fare il libraio è bello, complesso e faticoso, e gli autori che entrano in libreria con un'aria a metà tra l'arrogante e il seccato per lamentarsi del fatto che il loro nuovo libro non è esposto a dovere in vetrina o all'interno del negozio del libraio stanno comprensibilmente sul cazzo.

Detto questo, spero che i librai che s'imbatteranno in queste ultime righe espongano poi a dovere, anche in segno di riconoscenza, questo mio nuovo libro, sia in vetrina sia all'interno del negozio. Grazie.

(Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore, Laterza)

domenica 27 aprile 2014

Con un po' meno di fantasia sul mestiere di scrittore....

Se quando ancora adolescente scrivevo nella mia cameretta, e più tardi quando uscì "Tutti giù per terra" avessi avuto un'idea un po' meno fantasiosa di ciò che implicava il mestiere di scrittore, forse mi sarei attrezzato meglio, e di certo mi sarei fatto parecchie illusioni in meno sul dorato mondo delle Lettere: in effetti, quando il mio primo romanzo arrivò nella libreria dove lavoravo, e con le mie mani lo estrassi dagli scatoloni appena scaricati dal corriere, ero piuttosto emozionato. 

E non mi accorsi che a due passi da me, da uno scaffale dedicato ai classici contemporanei, Ennio Flaiano mi guardava.... con un sorriso un po' beffardo. Comunque.

(Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore, Laterza)

venerdì 8 aprile 2011

Raymond Chandler e le tre regole dell'umiltà

Era un grande, un grandissimo, Raymond Chandler, il maestro del romanzo hard-boiled, il babbo di quel Philip Marlowe che ho imparato a sognare con le espressioni e i movimenti di Humphrey Bogart, ma che, a mio parere, è ancora più avvicente se lo lascio prendere vita dalla pagina.

E' un grande, ed è uno di quei grandi che viene voglia di conoscere anche per quello che è stato anche nella vita, senza paura di esserne deluso. Per questo mi aspetto molto da Parola di Chandler, libro magnificamente presentato qualche tempo fa da Giuseppe Culicchia su Tuttolibri (Caro Marlowe raccontaci un'altra storia).

Quando avrò voglia di alimentare il mio immaginario con l'America noir, ferocia delle metropoli e ambizioni di celluloide, giungle d'asfalto e bourbon scolati all'alba, improvvisazioni jazz e squarci di malinconia, ecco, quando avrò voglia questo sarà un libro che dovrò leggere.

Intanto scopro che il grande Raymond era grande anche nell'umiltà. Sentite in che modo faceva entrare nel suo laboratorio di scrittura:


Come scrittore con vent'anni di esperienza professionale ho incontrato ogni genere di persona. Quelli che dicono di saperne di più sulla scrittura sono proprio quelli che meno sanno scrivere. Meno fai caso a loro e meglio è. Così ho inventato tre leggi per scrivere a mio proprio uso, che sono assolute: non seguire mai i consigli. Non mostrare mai il lavoro svolto né discuterne. Non rispondere mai a un critico

Tre regole che portano al silenzio. Alla solitudine figlia dell'umiltà, non di chi respira alto perché si è innalzato sul suo piedistallo. Tre regole che mi piacciono.

sabato 23 ottobre 2010

Quel viaggio in seconda classe per la Sicilia

Cerco di immaginarmi come possa essere diversa l'alba a Marsala per chi a Marsala ci è nato e vissuto:l'alba dei panettieri, l'alba dei giornalai, l'alba di chi lavora nelle cantine e di chi ad agosto si alza dal letto per andare a vendemmiare. L'alba dei pescatori e l'alba dei militari, l'alba dei pasticceri e l'alba dei baristi. Di sicuro anche per loro c'è stato un giorno in cui da bambini si sono svegliati tanto presto la mattina e hanno pensato che la luce dell'alba rendesse Marsala ancora più splendente e meravigliosa che mai

E dunque, che Sicilia, o cara (Felitrinelli) non sia un capolavoro (e che nemmeno pretenda di esserlo) è evidente. Che da Giuseppe Culicchia ci si possa aspettare di più, pure. Però con questo liberatevi della zavorra delle critiche e dei luoghi comuni. Semplicemente, tuffatevi in queste pagine, con la naturalezza dei gesti che vengono da lontano.

Allora la Sicilia esce dai depliant degli uffici del turismo, abbandona le cronache dei quotidiani, diventa grumo di affetti e memorie, legame che non ha bisogno di giustificazioni, diventa odori, colori, sciabolate di luce.

Culicchia la racconta attraverso il suo primo viaggio fatto da bambino: uno di quei viaggi che appartengono agli anni Sessanta e Settanta, il ritorno a casa per l'agosto, i bagagli stipati dentro l'utilitaria oppure caricati sulla vettura di seconda classe, il treno che dalle periferie operaie del Nord porta ai mari del Sud, la strada dell'emigrazione presa a contrario.

Il primo viaggio vero, fatto di tempo e sudore, di attesa e di saluti. Ma quanti viaggi prima, con i racconti del padre e le tante storie che si intrecciano intorno a una tavola, le parole come un tappeto volante che porta lontano, ma allo stesso tempo può riconsegnarci all'origine.

E prendetelo così, questo libro, non come un libro sulla Sicilia, ma un libro su un ragazzino che fantasticava sulla sua Sicilia e poi su un adulto che vuole tenersi stretto quel ragazzino.

Ps: Due anni fa sono stato anch'io a Marsala, città che prima per me era solo lo sbarco di Garibaldi e un ottimo vino. E Culicchia racconterà la sua Sicilia di adolescente, però grazie a lui sono ritornato a quei giorni, la pellicola di quel viaggio ha cominciato a girare...

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