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mercoledì 5 dicembre 2012

Capablanca e la rivincita a scacchi che non ci fu

L'incoscienza del cubano un poco la commosse. Per lui la giovinezza era ancora la possibilità di irridere teorie e manuali. Di imporre solo la forza maleducata della sua età. E dissipare il proprio talento

Forse era proprio questo, José Raùl Capablanca, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, ma anche un uomo - e un personaggio - assolutamente distante dall'idea che abbiamo del campione di scacchi. Non una sorta di computer con i neuroni al posto dei bit, non una macchina pensante capace solo di calcoli, non di emozioni.

Capablanca era ben altro, lo era già nelle sue origini, nel suo appartenere a un'isola come Cuba che pare non avere niente a che vedere con gli scacchi, perché gli scacchi, uno pensa, stanno bene in una Siberia dello spirito, freddo fuori e silenzio intorno a te, non al caldo dei Tropici, dove la vita scorre per strada, ed è pulsare di sangue, frenesia, passione accesa...

Così si pensa e invece ecco Fabio Stassi che con La rivincita di Capablanca (Minimun Fax) ci racconta una splendida storia di genio e sregolatezza.

Non un libro sugli scacchi, però: nessuna descrizione di partite, nessuna disquisizione su gambetti e arrocchi. Piuttosto una storia sulle passioni che possono annidarsi nel cuore dell'umano e segnarne la vita irrimediabilmente. Una storia di rivalità, di destini incrociati, di traguardi che si allontano all'ultimo istante, di obiettivi che sfumano come miraggi.

Capablanca e il suo avversario di sempre Aleksandr Aljechin, il russo che lo aveva battuto e che poi si rifiutò di accordargli la rivincita.

Una partita che non ci sarà mai - o forse sì, chissà. Perché gli scacchi sono come la vita, in cui non sai mai cosa è sogno, cosa realtà. Perché la vita - e qui mi tornano in mente gli scrittori del sogno mitteleuropeo, come Stefan Zweig e Arthur Schnitzler - è spesso davvero una partita a scacchi. E a volte è la possibilità di una partita, a volte una rivincita che non viene accordata.

mercoledì 30 maggio 2012

Inseguendo in bicicletta le nuvole del Baltico


Mettete un viaggiatore generalmente immaginario, più abituato a esplorare il mondo sui libri che con i suoi piedi, e con lui un figlio che sta crescendo alla svelta ma che ancora conserva intatti i suoi sogni di bambino.

Aggiungete due biciclette in libertà,  un’isola del Nord, la storia e la natura di un pezzo di Europa che sembra più lontana di una destinazione tropicale.

Allora sì che viene fuori un viaggio come si deve.

Tra storie di vichinghi e panini all’aringa, impossibili conversazioni in tedesco e nuvole che corrono lontano, un adulto e un bambino alternano pedalate e pensieri. Un viaggio di movimenti lenti e di irrinunciabili sorprese.

(dalla presentazione di Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico. In bicicletta con mio figlio cercando il Nord, Mauro Pagliai editore)

venerdì 4 maggio 2012

I Caraibi con i versi di Omero e Dante

E' uno dei più grandi poeti viventi, premio Nobel per la letteratura 1992, viene da una periferia del mondo, anche se una periferia di mari cristallini e spiagge bianche, dove i nuovi villaggi turistici congiurano a far dimenticare le baracche di sempre.

E' di St. Lucia, isola dei Caraibi, il grande Derek Walcott, e nel suo sangue circola il sangue degli schiavi. La sua lingua - la lingua della sua poesia - è l'inglese: parole dei vecchi coloni bianchi per versi che hanno la forza del riscatto.

E' questo il mondo di Derek Walcott: i Caraibi, con le loro bellezze mozzafiato e le sconvolgenti sofferenze. Però provate a interrogarlo sui debiti della poesia del suo mondo, come ha fatto recentemente Paolo Bertinetti, per Tuttolibri:


Anche se siamo caraibici, per quanto riguarda la poesia Omero e Dante sono i nostri antenati, i nostri veri antenati.

Non so se noi europei riusciremmo mai a dire qualcosa del genere, e forse non importa. E non credo che sia cosa solo di Derek Walcott,cioé di chi, con Omeros, ci ha regalato una rivisitazione dei poemi omerici filtrata attraverso le luci e i suoni dei Tropici (scrivendola per di più nelle terzine che furono di Dante).

Vero, Walcott e Walcott. Però è bello pensare a una radice comune, a un tesoro di bellezza che è di tutti, che importano le lingue e le latitudini.

sabato 27 novembre 2010

Il coraggio dell'editore e la povera Adèle H.

Non temo smentite: ci vuole coraggio, molto coraggio, per gettarsi in un'avventura imprenditoriale nel mondo dei libri. Di questi tempi, poi.

E dunque basterebbe il coraggio, virtù peraltro piuttosto rara, per lasciarmi andare al più sincero brindisi augurale. Figuratevi se, oltre al coraggio, posso intravedere anche una discreta dose di buon gusto, intelligenza, passione per le opere che hanno qualcosa da dire, a prescindere dalle (sempre auspicabili) possibilità di stare bene sul mercato.

Per questo sono contento che la Toscana, regione che negli ultimi anni ha già disseminato buone dosi del coraggio di cui sopra, possa oggi tenere a battesimo una nuova casa editrice, la Menichetti.

Piccola, piccolissima, suppongo. Con un solo titolo per ora all'attivo. Ma un titolo che la dice lunga: Adèle Hugo. La miserabile di Leslie Smith Dow (già vincitrice del premio quale migliore giovane scrittrice canadese).

Per intendersi, ricordate Adèle H. Una storia d'amore, il film bello e dolente del grande Truffaut? Ecco, è questa la storia. La biografia della figlia di Victor Hugo, una triste parabola di vita da Parigi ai Tropici fino ai decenni trascorsi in un manicomio....

Inizia così l'avventura della Menichetti editore, con un libro che pare anche una dichiarazione di intenti per una casa editrice che punta a riannodare i fili della storia e della memoria. Se il buongiorno si vede dal mattino...

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...