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lunedì 30 gennaio 2017

William Sidis, storia di un genio e della sua vita imperfetta

Vorrei vivere la vita perfetta. L'unico modo per avere la vita perfetta è viverla in solitudine.

Così nel 1914 dichiarava a un giornalista William Sidis, bambino prodigio e genio ribelle che incantò, sconcertò e irritò l'America, prima di scomparire in una voragine di silenzio. Finché, a distanza di molti anni, è arrivato a restituirgli voce Morten Brask, giornalista danese che ha saputo ricomporre le tessere del mosaico di una vita eccezionale per talento e sofferenza.

La vita perfetta di William Sidis, così si chiama appunto il libro uscito per Iperborea. E ovviamente di vita perfetta ce n'è poca in queste pagine. La storia di William Sidis è piuttosto la storia di una vita che il talento non riesce a riscattare. La storia di un mistero e di tanta solitudine.

Ma prima di tutto: non è un personaggio inventato, William Sidis, anche se sembra personaggio più capace di vivere tra le pagine di un romanzo che nell'esistenza di tutti i giorni. Le cronache ce lo segnalano come capace di leggere il New York Times a 18 mesi e di imparare da solo il greco e il latino a quattro anni. Sidis memorizza all'istante ogni libro che sfoglia, parla dieci lingue e ne inventa una nuova, a undici anni è in grado di presentare le sue teorie ai professoroni di Harvard.

Eppure qualcosa si blocca presto, in questa storia che sembra promettere successi accademici, fama planetaria, onori e guadagni di tutto rispetto.
Sarà per l'infame pressione dei genitori, sarà per un amore che rimane un sogno, sarà per le idee socialiste e pacifiste che non trovano posto in quell'America.

O sarà piuttosto che è troppo facile che doti eccezionali finiscano per essere catalogate come uno scherzo di natura.

Perseguitato della stampa, rifiutato dai coetanei, emarginato come altre categorie dei diversi, Sidis finisce nel tritacarne dei sospetti, delle invidie, delle maldicenze e si perderà.

Davvero, è una persona sola, una delle più sole che abbia incontrato nelle mie letture. E tuttavia non abbastanza sola da non aspirare alla solitudine pura, scambiata per vita perfetta.

Personaggio tragico, Sidis: che continua a interrogarci sulla natura del genio e su ciò che l'umanità alla fine perde, per incapacità di ascoltare e accogliere chi è diverso. 




mercoledì 23 gennaio 2013

Lo scrittore che non aveva tempo di scrivere

Negli Stati Uniti sono già pronti a metterci la mano sul fuoco: sarà lui lo scrittore dell'anno. Affermazione certo che suona un po' acerba, visto che siamo a gennaio. Però non c'è dubbio che Georges Saunders sia sulla cresta dell'onda. Il New York Times si è inchinato al suo talento, autori come Dave Eggers e Thomas Pinchon non hanno risparmiato gli elogi.

In Italia dovremo attendere ancora un po' per leggere il libro per cui tante parole si sono sprecate. Ma di Tenth of December - i cui diritti sono stati acquistati da Minimum Fax - la cosa che risalta è che si tratta di una raccolta di racconti.

I racconti, si sa, fanno gridare meno al capolavoro di quanto capiti ai romanzi. Ma perché Saunders scrive racconti? Mi piace cosa ha risposto ad Antonio Monda, sulle pagine di Repubblica.

Insomma, se scrive racconti è perché si è formato su autori come Isaac Babel o Sherwood Anderson, che il meglio di loro lo hanno dato nei racconti. E poi la brevità è bellezza, senz'altro, ed è affascinante raccontare in poche pagine qualcosa di compiuto.

Tuttavia, nella mia scelta narrativa, c'è un dato puramente pragmatico: quando ho iniziato a scrivere non avevo un dollaro e dovevo barcamenarmi tra mille occupazioni. Non avevo il tempo di concepire e scrivere qualcosa di lungo.

E sapete, trovo la cosa splendidamente americana. Così vera, così semplice, al limite dell'ingenuità. 

sabato 2 giugno 2012

Se lo scaffale dei libri è ancora al maschile

Intrigante, e anche un po' imbarazzante, ciò che spiega la scrittrice americana Meg Wolitzer in un articolo pubblicato dal New York Times - e ripreso poi da D di Repubblica, col titolo Malgrado che sia femmina - a proposito della difficoltà che le scrittrici incontrano ancora a emergere a confronto con i colleghi di sesso maschile.

L'argomento è spinoso. Tirare in ballo la questione femminile - nel senso di narrativa femminile - è un po' come parlare del debito di stato durante una cena. C'è chi si infastidisce, ritenendolo un argomento di cui si è parlato troppo e in modo inesatto, mentre alcuni lo considerano cruciale. 

Ci si infastidisce, eppure la questione del chi legge chi è ancora viva. E può succedere ancora che si incontri una studiosa che affermi cose così: Io quello che pensano le donne grosso modo lo so già. M'interessa di più leggere libri scritti da uomini.

Conclusioni di Meg Wolitzer, da sottoscrivere:

Alcuni autori maschi hanno confessato di invidiare alle donne il predominio femminile nella comunità di chi legge (e compra) romanzi. Si sente ripetere che le donne sono le principali consumatrici di narrativa, e alcune di loro ritengono che gli uomini, quanto a letture, siano casi così disperati che forse bisognerebbe smetterla di considerarli consumatori di narrativa di qualità. Di fronte a un'ipotesi del genere, più di un uono si sente comprensibilmente offeso. Ma lo scaffale più alto della narrativa di qualità - dove l'aria è pura, la vista magnifica, e un libro entra nell'immaginario del pubblico e nel dibattito culturale - continua a sembrare curiosamente, sproporzionatamente maschio.


lunedì 3 ottobre 2011

Il ragazzo che voleva l'America

Non era passato molto tempo da quando ero arrivato negli Usa con il borsone dell'allenamento del basket e la Olivetti portatile, e ora scrivevo sul tentato assassinio del presidente degli Stati Uniti! Non ci potevo credere. Non potevo credere di essere preso sul serio da stimati professionisti del settore e da centinaia di migliaia di lettori. Io ero sempre quello di prima. Il ragazzo di provincia, che conosceva il basket, quello sì, che amava Henry Miller, Jack Kerouac e Charles Bukowski, ma non aveva mai studiato molto a scuola e sapeva poco di tutto

Voleva l'America, Enrico Franceschini, come da ragazzi si vogliono tante cose. Solo che lui ci ha provato e dopo averci provato non ha mollato. Metteteci fiuto per cogliere le opportunità e certo anche una bella dose di fortuna. Enrico Franceschini l'America se l'è presa. E come. Ragazzo senz'arte nè parte, l'America conosciuta e fantasticata solo sui libri, a New York è sbarcato con mille dollari in tasca, un indirizzo incerto per strappare qualche giorno di ospitalità e una conoscenza dell'inglese da ultimo della classe. Un anno dopo scrive già le sue corrispondenze per l'Espresso, dite poco.

Storia con lieto fine, quasi fiaba metropolitana, ma storia tutto sommato sincera, che ci racconta di una New York dove tutto era possibile, in quegli anni,tra locali off e spezzatini multietnici.

E forse qualcosa ci racconta anche del giornalismo: perché puoi fare il corrispondente dal cuore del mondo anche scopiazzando il New York Times.... ma poi c'è qualcosa in questo mestiere che sfugge, che non si lascia classificare, che resiste al "così lo possono fare tutti", sarà l'amore per la notizia, sarà per la fiammella della curiosità da inseguire sempre, da condividere appena possibile.

giovedì 23 giugno 2011

Vincere il Nobel e perdere a casa propria

Il giorno stesso in cui vinse il Nobel, nel 1962, il New York Times non trovò niente di meglio che infliggergli una stroncatura: che è un po' come vergognarsi della propria nazionale che vince i Mondiali.

Peggio ancora gli era andata quando aveva pubblicato il suo capolavoro, Furore. A Salinas, sua città natale, si scatenò la caccia al libro, ma solo per dargli fuoco sulla pubblica piazza.

Povero John Steinbeck, quanto è stata lunga e difficile la strada della sua affermazione anche a casa propria. Non in libreria, a dire il vero, visto che ancora oggi è un autore che vende ben due milioni di copie all'anno solo negli Stati Uniti. Ma tra i critici letterari, nel mondo della cultura che conta.

Federico Rampini nel suo San Francisco-Milano (Laterza) ci racconta come è andata. Ed è una storia che merita di conoscere, perché le ragioni per cui oggi anche l'America ha riscoperto Steinbeck sono esattamente le ragioni per cui per tanti anni fu marchiato come scrittore da cui si poteva prescindere. Volete mettere con Faulkner, Fitzgerald o Hemingway?

Troppo facile, tropo sentimentale, troppo datato, dicevano. Soprattutto troppo ideologico: e questa parola è una cartina tornasole. Steinbeck raccontava l'America stracciona, l'America dei morti di fame, l'America di chi lasciava le fattorie del Midwest e si metteva in viaggio per disperazione o al massimo per uno straccio di speranza. Parlava della California prima della Silicon Valley. Ambientava le sue storie tra poveri immigrati, contadini stremati, pescatori.

Come poteva piacere all'America di George Bush?

Ma per gli stessi motivi Steinbeck è uno degli autori riscoperti nell'America di Obama, quell'America che non ha paura degli immigrati e che si riconosce in quell'idea della California, come metafora di una vitra migliore, di un'altra possibilità.

La possibilità per cui oggi stanno lavorando duro altri braccianti, da altri paesi, negli stessi campi dei contadini di Furore. E allora sento come mie le parole di Rampini:

Invece dei bianchi poveri che fuggivano dalla carestia in Oklahoma questi ora vengono dal Messico, dal Guatemala o dall'Afghanistan. Se soltanto potessero leggerlo, loro probabilmente non troverebbero Steinbeck né fazioso, né datato

lunedì 10 agosto 2009

Meglio qui che altrove



Ci sono molti buoni motivi per acquistare il numero speciale di Internazionale, dedicato al viaggio e in edicola fino al 21 agosto. Uno ve lo dico io ed è l'editoriale "Meglio qui che altrove", pubblicato sul New York Times da Pico Iyer, un giornalista e scrittore di viaggi che 20 anni fa rinunciò al suo lavoro al Time e al suo appartamento a Park Avenue per ritirarsi a vivere a Kyoto, in Giappone. Il perchè lo capiamo proprio da questo editoriale, un canto leggero e sentito alla vita che conquista la serenità per sottrazione.
"Le mie giornate sembrano durare un'eternità, eppure non mi viene in mente neanche una cosa che mi manchi. Non sono un monaco buddista e non posso dire di amare le privazioni o l'idea di dover fare un'ora di strada per stampare l'articolo che ho scritto. Ma a un certo punto ho deciso che, almeno per me, la felicità non stava in tutto ciò che volevo o di cui avevo bisogno, ma in tutto ciò che non volevo".
Così scrive il buon Pico, che nel lavoro di sottrazione include anche l'idea che altrove è meglio: vero che sognare un altrove aiuta sempre, ma è qui, solo qui, che si fanno i conti della propria vita.
Può servire, se questa estate rientreremo dai nostri viaggi cercando affannosamente qualcos'altro su una cartina, su una guida, su un mappamondo, perchè tutto, ma non questa nostra vita...

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...