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lunedì 24 ottobre 2016

Stoner, la vita più piatta diventa grande romanzo

Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l'avevano mai stimato gran che,  oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che li attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono....

Arrivo buon ultimo a questo libro di cui tanti hanno parlato, senza risparmiare parole di cui largheggiamo anche con meno merito: rivelazione, capolavoro, caso editoriale. Arrivo buon ultimo, diffidente come sempre dei libri troppo acclamati, arrivo dopo aver confuso a lungo il titolo con il nome dell'autore e dopo essere passato per un altro suo libro, una vita dell'imperatore Augusto che è comunque grande letteratura.

Arrivo buon ultimo, ma non mi dispiace, perché è più facile sottrarsi al dovere della parola, della spiegazione, del giudizio. E godersi per intero Stoner di John Williams (Fazi editore) un libro che non delude ma che più di altri ha bisogno di silenzio.

La maggior parte degli scrittori, buttato giù il primo paragrafo del romanzo, avrebbero rinunciato - sottolinea Peter Cameron nella postfazione - A che scopo continuare?

Già, com'è che diventa romanzo la vita di William Stoner, docente universitario senza gloria e senza scandali, con la sua parabola priva di colpi di scena? E com'è che questo romanzo dove succede molto poco diventa un miracolo letterario?

Non ci sono fatti di sangue, riti satanici, battaglie politiche, anche il sesso è sotto la soglia del minimo garantito: siamo sempre in attesa di qualcosa, che però si traduce in altra attesa, mentre la vita scivola via, il tempo si accumula.

Stoner, come stone, pietra: e come pietra su cui non cresce niente pare la vita del protagonista. Eppure finiamo per amarlo, Stoner. Finiamo per riconoscerne l'umanità, per riconoscervi la stessa nostra umanità.

E in lui ritroviamo il nostro stesso destino, qualunque sia la la storia della nostra vita. In lui ritroviamo una vita che merita di essere vissuta, una vita più grande di tutte le apparenze, una vita che sa comunque nobilitarsi: sia per l'amore portato a una figlia, sia per gli occhi che si accendono nella passione dell'insegnamento.

mercoledì 31 dicembre 2014

Tiziano, che ora voleva vivere una vita senza nome



Quando viene il mio turno al microfono, dico che è una sfida parlare di me, perché, compiendo 60 anni pochi mesi fa, ho deciso di non parlare più di me, di non ricorrere più al mio passato come a una moneta di scambio, come a una misura di grandezza e che, avendo speso una vita a farmi un nome, volevo ora viverne una senza nome.

Per cui quel che avevano davanti a sé era un a persona che cercava di non ripetersi, di non farsi bella di quel che era stata, ma una persona che cercava di essere nuova e che voleva essere conosciuta semplicemente come Anam.

(da Tiziano Terzani, Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi)

domenica 21 dicembre 2014

Il matematico che cerca un senso alla sua vita

Nessuna mia scoperta ha aggiunto qualcosa, né verosimilmente aggiungerà qualcosa, direttamente o indirettamente, nel bene o nel male, alle attrattive del mondo.

Ho aiutato a formare altri matematici, ma erano matematici della mia stessa specie e il loro lavoro, quello che hanno compiuto col mio aiuto, è stato altrettanto inutile del mio. Giudicato secondo tutti i parametri pratici, il valore della mia vita matematica è nullo; e al di fuori della matematica è assolutamente insignificante. 

Ho un'unica possibilità di sfuggire a un verdetto di irrilevanza totale, se si giudica che ho creato qualcosa che valeva la pena creare. Che ho creato qualcosa è innegabile: la questione riguarda il suo valore.

La sola difesa della mia vita, allora, o di chiunque sia stato matematico nello stesso mio senso, è dunque questa: ho aggiunto qualcosa al sapere e ho aiutato altri ad aumentarlo ancora; il valore dei miei contributi si differenzia soltanto in grado, e non in natura, dalle creazione dei grandi matematici, o di tutti gli altri artisti, grandi e piccoli, che hanno lasciato qualche traccia dietro di loro.

(Godfrey H. Hardy, Apologia di un matematico, Garzanti)

venerdì 5 dicembre 2014

Balzac e la vita che alla fine pretende il conto

Ci sono vite che la letteratura salva, ma anche vite che poi chiedono di saldare il conto alla letteratura: e il conto a volte è davvero troppo salato.

Prendete per esempio il grande Balzac, l'autore della straordinaria Comédie humaine, in Francia il più letto e acclamato degli scrittori, monumento nazionale quando ancora era vivo. La storia degli ultimi suoi anni è stata a lungo tenuta ben nascosta sotto una bella coltre di ipocrisia e forse anche di pietà. All'inizio del Novecento ce l'ha raccontata un altro scrittore francese, Octave Mirbeau, con una manciata di pagine che fecero scandalo e vennero addirittura bloccate dalla censura. Solo ora arrivano in Italia, grazie a Skira.

E dunque, cosa ci racconta Mirbeau in La morte de Balzac? Ci porta dentro un uomo alla fine della sua vita, che l'arte non può più salvare. Ci invita a trascurare le sue pagine per entrare nella stanza della sua agonia. Ci impone a fare i conti su ciò che rimane di tante glorie e di tante ambizioni.

Balzac nel suo epilogo, migliaia di pagine dopo: un uomo malato e derubato di molte cose, un corpo sfasciato e umiliato, soprattutto una solitudine che si fa perfino fatica a credere, figurarsi a sostenere. Nemmeno la moglie vorrà vederlo e salutarlo.

Un corpo abitato ancora da una splendida mente, che fino all'ultimo, mentre l'uomo se ne sta andando, spingerà lo scrittore a rivolgersi al medico: Pensate che domani possa rimettermi al lavoro? Suvvia! Sbrigatevi a curarmi! Devo lavorare!

Come in un romanzo, un romanzo di Balzac, il romanzo che Balzac non ha avuto modo di scrivere. Un romanzo invece della vita troppo vera e troppo esigente.

mercoledì 3 settembre 2014

Carrère: preferisco ciò che mi rende simile agli altri

Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, ho trascorso qualche ora davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito.

La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l'altra, e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. 

A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo.

Mi è capitato di sentir dire che la felicità si apprezza a posteriori. Che pensiamo: non me ne rendevo conto, ma a quel tempo ero molto felice.

Per me non è così. Sono stato a lungo infelice, e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino, e della sua amabilità non ho un grande merito, la mia filosofia si riassume nella frase che, la sera dell'incoronazione, avrebbe mormorato Madame Letizia, la madre di Napoleone: "Speriamo che duri".

Ah, e poi: preferisco ciò che mi rende simile agli altri a ciò che me ne distingue. Anche questa è una cosa nuova.

(Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, Einaudi)

lunedì 24 marzo 2014

Che la vita sia poi soprattutto questo?

Tra la fine di un anno e i primi mesi di un altro, Moraldo si trova sempre impegnato in una strana conta.

L'elenco delle cose fatte, quelle che si dicono importanti. Il risultato è sempre in passivo. Al netto delle ore spese per dormire, cosa può salvare? Di cosa è fatta la sua esistenza?

Più cerca di mettere in fila i libri letti, le cose capite, più la sua mente si affolla d'altro.

Vede se stesso sbucciare arance, passeggiare senza meta nella nebbia. Fare dei cerchi con la matita intorno a parole di cui non cogli più il senso. 

Che la vita sia poi soprattutto questo?

(Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli)

sabato 21 dicembre 2013

Quello strano posto che è la camera da letto


La camera da letto è uno strano posto.

Non esiste altro luogo in tutta la casa in cui passiamo più tempo facendo di meno, e facendolo per lo più in silenzio e senza averne coscienza, eppure è la camera da letto che fa da sfondo a molte delle più profonde e persistenti infelicità dell'esistenza. 

Se siete in punto di morte o malati, esausti, sessualmente frustrati, in lacrime, in preda all'ansia, troppo depressi per affrontare il mondo o comunque privi di serenità e gioia, la camera da letto è il luogo in cui sarà più probabile che vi troviate.

E' così da secoli, ma, più o meno nello stesso periodo in cui il reverendo Marsham stava costruendo la sua casa, alla vita che si consumava dietro la porta della camera da letto venne ad aggiungersi una dimensione del tutto nuova: la paura.

Nessuno aveva mai avito più ragioni di cui preoccuparsi in uno spazio limitato dei vittoriani nelle loro stanze da letto.

(Bill Bryson, Breve storia della vita privata, Guanda)

martedì 27 agosto 2013

Per compier nel miglior modo questa fatica della vita

Viviamo, Porfirio mio, e confrontiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie.

Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve.

E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest'ultimo tempo gli amici e e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi moltre volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.

(Giacomo Leopardi, Dialogo di Plotino e di Porfirio)

mercoledì 30 gennaio 2013

Dall'altro lato della vita, quella sognata

E' soltanto nel processo artistico, allora, nel "fare" che tutto si ricompone, ma soltanto per la durata dell'atto.

E' li che, camminando sul crinale tra la vita vissuta e e vita sognata (o rappresentata, se così si può dire) che lo spazio della vita vissuta si riduce sempre di più, si restringe, fino a sparire.

E allora per vivere - pensavo guardando le tele dell'ultimo periodo di Van Gogh - bisognerebbe soltanto "fare" e "fare" e "fare" e "fare", non smettere mai di dipingere - mai, nemmeno un istante - o di scrivere, o di comporre, di cercare di costruire un senso, uno qualsiasi, un'altra ipotesi di realtà.

E però poi alla fine c'è questo rischio - annotavo davanti al Campo di grano con volo di corvi - di trasferirsi dall'altra parte, di traslocare dall'altra riva della vita, quella sognata, e lì, per l'appunto, d'improvviso accorgersene, incontrare la morte, alzare la testa, e farla finita. 

(Antonio Bajani, I corvi di Van Gogh: ancora qualcosa da spartire con la vita, da L'Indice)

domenica 23 dicembre 2012

Rembrandt, l'artista che restituì vita al figlio

Le mani di un pittore sono la chiave della vita: con il segno di un pennello, con l'impasto dei colori, con una sola traccia veloce possono far nascere dal nulla un intero universo. Fin da giovane Rembrandt ha provato lo sgomento e il brivido di questo potere divino, ha intuito la straordinaria energia e la terribile responsabilità del suo talento.

Cosa sono le mani per Rembrandt se non uno strumento della creazione, il dono che permette di porgere altri doni attraverso il lavoro dei pennelli e dei colori? Quante volte, grazie alle mani, si è sentito davvero pieno di una potenza che non è degli uomini, o forse sì, perché evidentemente è degli uomini creare bellezza, spargere bellezza per il mondo, solo che appartiene a momenti così rari che sembrano il frutto di una grazia piuttosto che della capacità.

Rembrandt, il figlio del mugnaio di Leida, l'eretico della pittura, il grandissimo a cui non è bastata l'arte, se è vero che in molti gli hanno voltato le spalle, che è fallito e ha perso la casa, che le malattie gli hanno falciato un affetto dopo l'altro, non solo Saskia, ma anche Tito, il figlio che è un pensiero costante, il bambino ritratto in tanti quadri, ogni quadro un prodigioso atto di amore.

Non basta l'arte, ma l'arte è comunque speranza e consolazione, è l'orizzonte cui guardare, ostinatamente, è la nave che scioglie gli ormeggi dopo la tempesta. Non basta alla vita, ma è la vita che può andare oltre.

Emerge tutto questo in Lo specchio infranto di Stefano Zuffi (Longanesi), il libro che racconta gli ultimi anni di Rembrandt, la sua storia di perdite e sofferenza nell'Olanda del Secolo d'Oro che è anche l'Olanda delle terribili epidemie di peste.

Fermatevi soprattutto sul rapporto con il figlio e sulla sua sfida più temeraria che un artista possa concepire: adoperare le forme, i colori, la luce per restituire vita alla persona amata che non c'è più. Quante cose ci sarebbero da dire, anche se le domande più importanti restano senza risposta.

domenica 28 ottobre 2012

Seneca e la filosofia che non consiste nelle parole

Analizzati, scruta te stesso sotto ogni aspetto e sta' ben attento: poni 
attenzione soprattutto ad osservare se sei progredito solo nella filosofia o anche nel modo di vivere.

La filosofia non è un'arte che serve a guadagnarsi il favore del popolo, né è qualcosa di cui si possa fare bella mostra: la filosofia non consiste nelle parole, ma nelle azioni.

E non si ricorre a lei per passare con un certo diletto le giornate, perché il tempo libero non sia rattristato dalla noia: la filosofia forma e foggia l'animo, regola la vita, governa le azioni, insegna ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare, sta al timone e dirige il corso delle navi in balia delle onde attraverso i pericoli.

(Seneca, Lettere a Lucilio, libro II)

mercoledì 6 giugno 2012

Senza perdere tempo a piangerci addosso

Tendiamo a convincerci che tutto peggiori semplicemente perché così succede entro i confini del nostro mondo. 

Un po' alla volta diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono, sappiamo che anche noi faremo presto la stessa fine...

Non c'è da sorprendersi, forse, se scivoliamo in un facile pessimismo generalizzato nei confronti della vita, ma è un attitudine molto noiosa e rende gli ultimi, tristi anni di una vita ancora più tristi. 

Se invece intorno al nostro mondo ci sono persone appena 'agli inizi', persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà cosa, questo ci rammenta - anzi, ci permette di sentire ancora - che non siamo semplici puntini alla fine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensì facciamo parte dell'ampio e variegato fiume che pullula di inizi - ne siamo ancora parte integrante, e lo sarà anche la nostra morte, così come lo è la giovinezza di questi ragazzi. 

E allora, finché abbiamo la forza e la capacità di capirlo, non perdiamo tempo a piangerci addosso.

(Diana Athill, Da qualche parte verso la fine, Bur)

domenica 6 febbraio 2011

Con Seneca, diventare signore di se stesso

E' inutile girarci intorno, alla fine quello che conta davvero è come si impiega il tempo. Lo sciupa sicuramente chi è convinto che il tempo sia denaro. Lo investe bene chi a un certo punto tira il freno e prova a chiedersi: ma perché lo faccio? E per tutti valgono parole antiche, parole come quelle che il grande Seneca indirizza a Lucilio:

Fa'  come ti dico, mio Lucillo, diventa signore di te stesso, e riserva a te stesso il tempo che finora ti veniva sottratto, o andava perduto. Convinciti della verità di ciò che ti dico: le nostre ore ci vengono rubate talvolta con la forza, talvolta con l'astuzia, per non dire di quante scorrono via senza che nemmeno ce ne accorgiamo.


Sicuramente la perdita di tempo di cui dobbiamo vergognarci maggiormente è quella imputabile alla nostra negligenza. Se rifletti bene, devi ammettere che la maggior parte della vita si consuma e fugge via nel compiere azioni non buone, gran parte nel non fare nulla, e tutta quanta nel fare altro rispetto a quello che dovremmo fare

domenica 2 gennaio 2011

Nuovo anno, con Seneca per vivere il tempo

Iniziamo bene l'anno, iniziamolo con la consapevolezza del tempo. Che  non è poco, se non è scialato. Che ci sembra meno di quello che in effetti è. Questione di priorità, come ci dice Seneca nello straordinario De brevitate vitae. Leggerlo, soprattutto ora che stiamo per ripartire, ci fa bene.

La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d'animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l'arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell'esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all'uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell'indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall'estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l'abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l'investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.

venerdì 24 dicembre 2010

Le parole di Beatrice sono auguri per tutti voi

Dalla mia Beatrice, una manciata di parole che mi suonano come un canto di amore per la vita e per la poesia. Parole che mi piacciono come un grande augurio di buone feste per tutti.


Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

lunedì 6 dicembre 2010

L'ampio fiume che pullula di inizi

Vorrei dirvi che parole come queste sono un buon modo per iniziare questa domenica un po' grigia. Ma in realtà vorrei che quanto ci scrive qui Diana Athill,  in una pagina trattaDa qualche parte verso la fine, ci accompagnassero sempre. Buona domenica a tutti...

Tendiamo a convincerci che tutto peggiori semplicemente perché così succede entro i confini del nostro mondo. Un po' alla volta diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono, sappiamo che anche noi faremo presto la stessa fine... Non c'è da sorprendersi, forse, se scivoliamo in un facile pessimismo generalizzato nei confronti della vita, ma è un attitudine molto noiosa e rende gli ultimi, tristi anni di una vita ancora più tristi. Se invece intorno al nostro mondo ci sono persone appena 'agli inizi', persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà cosa, questo ci rammenta - anzi, ci permette di sentire ancora - che non siamo semplici puntini alla fine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensì facciamo parte dell'ampio e variegato fiume che pullula di inizi - ne siamo ancora parte integrante, e lo sarà anche la nostra morte, così come lo è la giovinezza di questi ragazzi. E allora, finché abbiamo la forza e la capacità di capirlo, non perdiamo tempi a piangerci addosso

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