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domenica 23 settembre 2012

Il gesto di un bambino dietro "Pane Nostro"

La storia di questo libro è lunga, come mi raccontò un giorno a tavola Matvejevic stesso e come qui spiega ai lettori: non solo perchè prende le mosse più di cinquemila anni fa - in quell'area a sud del "mare nostrum" che ha saputo darci anche il "panem nostrum" - ma soprattutto perché sgorga dal ricordo del bambino Predrag che, su invito del padre e di nascosto dai vicini, porta metà della razione bisettimanale di pane dell'intera famiglia a tre prigionieri tedeschi.

Quel pane che il padre prigioniero aveva ricevuto in dono da un pastore tedesco durante i suoi lavori forzati, riemerge tra le mani innocenti di un bambino per essere a sua volta dono per l'affamato. proprio come scrive Qohelet:

Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai.

(Enzo Bianchi, dalla prefazione a Pane Nostro di Predrag Matvejevic, Garzanti)

martedì 16 novembre 2010

L'uomo che camminava tra le ombre

Io sono morto. Cammino tra le ombre, vedo il mondo da una finestra invisibile

Con un incipit così non potete certo ripromettervi una lettura disinvolta e senza pensieri, però, chissà, da parole così - parole dure come pietre e roventi come il fuoco, per dirla come la dice Enzo Bianchi in una sua riflessione conclusiva - potete anche aspettarvi qualcosa che rimane, che continua a scavare anche dopo che avete messo via il libro e provato a pensare ad altro, potete aspettarvi qualcosa che fa male e che allo stesso tempo è salutare come una medicina amara.

Che talento che era Giovanni Cenacchi, scrittore innamorato di Dino Campana e degli spettacoli che la natura offre quando i sentieri si fanno impervi e l'aria più rarefatta, sarà che, come diceva, una passeggiata in montagna è già un discorso sulla bellezza o una riflessione sulla vertigine. Che talento, scippato da una malattia crudele e da una morte troppo precoce.

In Cammino tra le ombre c'è tutta la sua storia, dopo che gli piombò addosso una diagnosi che ammetteva ben poche speranze. Tre anni di vita nella morte che non si traducono in romanzo o in diario, ma piuttosto in pensieri abbandonati sulle sponde dei giorni, in aforismi e spunti poetici, in riflessioni che si contentano di poche righe e anzi galleggiano anche sul silenzio.

Momenti di grande sofferenza e momenti di pace ancora più grandi e inattesi, anche sul letto di un ospedale (Sto quasi bene, qui. E' questo morire?). Lampi di ribellione contro un Dio assente (Quando verrà il momento mi aspetto che ci sia Dio in persona ad accogliermi e a farmi le sue scuse) e la quiete di una accettazione che si fa strada (E ora, devo provare a costringermi di pensare che solo il non essere possa consegnarmi al mondo). Il tentativo di dare un senso alla malattia (Serve a rendere sopportabile - quindi desiderabile - l'idea della morte). L'arretramento delle possibilità di vita (Ogni cosa che vedo, è cosa che perdo) Ma poi, di nuovo, l'impossibilità della rassegnazione (Non si crede mai veramente alla propria morte. Si sente forte il diritto al miracolo. La vita non conosce altro che la vita).

Un libro non per tutti. Un libro che è come una voragine che si apre sotto i piedi. Un libro di straordinaria vitalità, malgrado tutto.

Com'è vitale scrivere del morire, e quanto è noioso e sterile scrivere della morte

mercoledì 10 novembre 2010

Perché la rosa non ha un perché


Oggi mi sono capitate sotto gli occhi alcune parole scritte da Enzo Bianchi in occasione dell'ultima edizione di Torino Spiritualità. Che belle che sono:
Apparentemente non c'è spiegazione alla logica del gratuito, proprio come ci ricorda l'aforisma del poeta mistico Angelo Silesius: "La rosa è senza perché". I fiori, segno gratuito posto in mezzo all'efficienza, sono al di là dell'utile e dell'inutile: essi sono e tanto basta per rallegrare l'esistenza.

Fanno pensare queste parole, anche rimanendo al di qua degli interrogativi metafisici che pure destano. Perché il gratuito, nella sua illogicità, si rinnova e si alimenta anche in questa nostra società, in questi tempi che sembrano votati solo all'interesse del mercato.

Aveva ragione, ce l'ha ancora, Oscar Wilde: Oggi si conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.

Però, ecco, mai dimenticarci che in tutto questo oltre al mercato c'è anche il dono. C'è anche dove non si spinge lo sguardo o dove semplicemente è facile distrarsi. C'è perfino qui, nella grande Rete, metafora e condizione della modernità, c'è nell'esplosione di queste tecnologie dell'informazione che sembrano solo appannaggio delle multinazionali, tranne poi accorgersi che anche un blog può rispondere all'idea del dono. 

Illogicamente, certo. Senza ragione come senza ragione è l'esistenza di una rosa.

giovedì 9 settembre 2010

Com'era buono il pane di Enzo Bianchi

Ai tempi in cui la vendemmia era una festa e non ci si sedeva intorno a un tavolo, ma si stava a tavola per condividere un pasto e le parole di un pasto.

Ai tempi in cui non c'erano nè televisione nè Internet ma non mancava la possibilità di una chiacchiera per strada.

Ai tempi in cui c'era anche più silenzio, magari ritmato dal rintocco di una campana...

Sì, è vero, il pane di ieri può essere buono anche il giorno dopo, anzi, se è ben fatto lo è senz'altro. E Enzo Bianchi ce lo spiega, con Il pane di ieri (Einaudi), un libro che forse non sarà un capolavoro, ma che si fa forte della semplicità che ho colto nelle pagine di Rigoni Stern.

Nessuna dissertazione teologica, nessuna avventura intellettuale nei territori dei sensi ultimi delle cose.

Tanto le cose il loro senso ce l'hanno di già: e non lo nascondono, se solo ci si sappia abbandonare a esse...

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...