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sabato 8 dicembre 2018

L'ambiente non annoia più, con l'ambasciatore delle foreste

Poco importa che si tratti di catastrofi che riguardano tutti, ogni volta che sente parlare di ambiente l'autore comincia a sbadigliare, preso dalla noia. A molti succede così. 

Un giorno un collega gli regala un libro che parla di tale George Perkins Marsh, primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln. Fa le fotocopie, le mette via, solo dieci anni più tardi capisce di chi si tratta: è l'uomo che, nel secolo del progresso e dell'industria, prima ancora che esista la stessa parola ecologia, capisce cosa sta succedendo al mondo. Il primo che parla di cambiamenti climatici e di foreste da salvare. 

Ne nasce un viaggio dalle foreste del New England alle foreste del nostro Appennino, passando per i deserti dell'Africa. Ma soprattutto comincia un viaggio intorno a una persona dimenticata - pensare che dall'altro lato dell'Atlantico Marsh è considerato il padre di parchi come Yellowstone - che ci regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà. 

Non c'è più noia, con questo personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, ma si appassiona alle saghe di Islanda e coltiva l'idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. 

E chi è che parla, alla fine? L'autore o l'ambasciatore delle foreste?

(Dal risvolto di copertina del nuovo libro del sottoscritto: L'ambasciatore delle foreste, Arkadia editore)

mercoledì 3 giugno 2015

L'uomo che salvò l'arte di Firenze in guerra

In tempi in cui l'orrore della guerra e del fanatismo pretende il suo tributo non solo di vite ma anche di opere d'arte - pensiamo a Mosul o a Palmira - mi ha fatto bene leggere questa storia di un uomo che la guerra - un'altra guerra, ma non importa - ha attraversato con la sola missione di salvare l'arte.

Bella lettura, L'arte fiorentina sotto tiro di Frederick Hartt (Clichy), la storia, raccontata in prima persona, di un giovane storico dell'arte che dal New England sbarca in Italia con l'esercito alleato: uno dei "monument men", ovvero degli uomini che si spingeranno in prima linea per salvare il nostro immenso patrimonio dalle distruzioni dei combattimenti e dalle razzie dei nazisti.

 Scritto anche bene, questo libro, diario e cronaca ma anche avventura appassionante. Con momenti di straordinaria commozione: il giorno in cui i ponti e le torri medievali di Firenze furono spazzate via dalle mine naziste, ma anche il giorno, poco dopo la Liberazione, in cui proprio Hartt caricò un intero treno di opere che a Firenze erano state sottratte: e quello fu anche il primo convoglio civile a riattraversare il Po dopo la guerra.

E bella la figura di Hartt, che a Firenze tornerà per l'alluvione del 1966 - altra ferita enorme alla nostra arte - per poi esservi anche seppellito.

Che poi lo so che a uno viene da domandarsi: pensare ai quadri, alle statue, nell'orrore della guerra? E le vite umane?

E io dico: sì, proprio così. Anche questo è opporre la civiltà alla barbarie e aprirsi un varco verso il futuro.

lunedì 18 maggio 2015

Cheever e quel laghetto che sembrava il paradiso

Questa è una storia da leggere a letto, in una vecchia casa, in una sera di pioggia...

Ecco, comincia così Sembrava il paradiso, ultima opera prima della morte di John Cheever, autore americano che anch'io conosco poco, ma con cui senz'altro vorrei avere maggiore confidenza. Se lo merita, la sua penna raffinata con cui sa raccontare  l'America che non è quella del sogno e forse non è nemmeno quella dei perdenti, ma certamente è l'America dei sobborghi, della provincia, delle esistenze lontane dai riflettori.

Lamuel Lears, il protagonista di questo romanzo breve, è un vecchio signore del New England, una notevole carriera e una complessa vita sentimentale alle spalle. Conserva le sue radici ben piantate in un paesino che è ancora incantato, dove non è arrivato nemmeno il fast-food. E in questo paesino c'è il suo luogo dell'anima, quel laghetto dove d'inverno da ragazzino pattinava. E dove ora da anziano torna a pattinare. Peccato che i ghiacci si sciolgano e che il laghetto dei sogni si riveli una discarica a cielo aperto...

Romanzo ambientalista? Sì, anche questo. Però è molto di più, quest'ultima prova di un grande narratore che, ho letto da qualche parte, possedeva "l'arte di conferire un’alta magnificenza emotiva e spirituale ai lati sinistri della vita"



martedì 6 marzo 2012

Quanta letteratura con gli Americani a Firenze

Ci sono mostre di pittura che sono assai di più di una successione di opere, che ci raccontano un'epoca, una storia, un ambiente di cultura. Mostre che, per quanto mi riguarda, diventano parole, libri, suggestioni, pagine già lette o che forse un giorno leggerò.

Americani a Firenze, inaugurata nei giorni scorsi a Firenze è senz'altro una di queste. Per me, soprattutto per me che non sono un esperto di pittura, assai di più di un'occasione per ammirare i quadri di John Singer Sargent e di altri artisti assai meno conosciuti.

E' come se attraverso quei quadri si potesse sfogliare un libro - splendidamente illustrato, questo sì - che racconta la storia di quanti, a cavallo tra Ottocento e Novecento, lasciarono il Nuovo Mondo inseguendo sogni e ispirazioni nel Vecchio Continente. A Parigi, Londra, Roma, certo. Ma anche a Firenze, soprattutto a Firenze, culla del Rinascimento, esplosione di libertà e possibilità che ben si confaceva all'America dell'ottimismo.

E c'era Henry James che scriveva Il carteggio Aspern in una villa incastonata nella collina di Bellosguardo e ambientava a Firenze un pezzo importante delle vicende di Isabel Archer, la giovane americana di Ritratto di Signora. C'era Edith Wharton che alloggiava in un hotel fiorentino e non si stancava mai di frequentare i ricevimenti della buona società. C'era Edward Morgan Forster, che a dire il vero era inglese, ma che con Camera con vista rappresenterà più di ogni altro questo mondo di anglo-americani fiorentinizzati...

Quante pagine, quante storie che raccontano i quadri di Americani a Firenze. La luce mediterranea dei giardini all'italiana - rose, limoni, sempreverdi, statue baciate dal sole - diventerà presto la luce atlantica di Long Island e delle case del New England.

Ma è come se quel ponte tra la mia città e quell'altro continente - il Nuovo Mondo - da allora sia rimasto sempre aperto. Con la forza della cultura a medicare e compensare altre ferite.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...