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lunedì 2 marzo 2020

L'Odissea fa ritrovare un padre e un figlio

L'Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli. 

Vero: e il bello è che non riguarda solo i padri e i figli degli Achei, riguarda anche noi, padri e figli che vivono millenni dopo la guerra di Troia e il ritorno degli eroi, ma che sono sempre alle prese con le stesse passioni e gli stessi destini.

Ecco perché può succedere quello che succede a Daniel Mendelsohn, critico letterario e scrittore che io ricordo in particolare per Gli scomparsi, meravigliosa storia di viaggio per ritrovare le proprie radici in luoghi condannati al silenzio. 

In Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea (Einaudi) David si trova a organizzare un seminario universitario sul poema omerico. E tra gli studenti iscritti, diciottenni o poco più, ecco che sbuca la testa del padre, ottantenne matematico e ricercatore scientifico per niente disposto ad ascoltare in silenzio le lezioni del figlio. "Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande eroe" dice il primo di Ulisse. "Sarà un incubo" pensa quest'ultimo già alla fine della prima mattinata e ha le sue ragioni.

Solo che poi succedono molte altre cose: per esempio che il figlio proponga al padre una crociera nel Mediterraneo, nei luoghi del mito, e che il babbo acconsenta. E che il loro viaggiare tra le pagine e sulle rotte marine diventi rivelazione, sorpresa, nuovo inizio.

A volte abbiamo ancora da scoprire il meglio di chi crediamo di conoscere. A volte succede grazie a un libro che parla di storie remote che sono ancora le nostre storie. 

mercoledì 20 novembre 2019

I tanti " si dice" della morte di Penelope

Mi chiedo, a volte: dopo vent'anni, lo ama ancora? E' possibile? O si sacrifica per proteggere il figlio, per impedire che gli sottraggano il potere, il dominio dell'isola, l'eredità del padre?

Ecco quello che non si è mai studiato sui banchi di scuola e che nemmeno ci siamo mai domandati, tanto era intensa e convincente la poesia di Omero, col suo happy end millenni prima di Hollywood, Ulisse che torna e si sbarazza dei pretendenti prima del riconoscimento finale tra marito e moglie, prima dell'abbraccio, delle lacrime, della notte di amore turbata solo dal rimpianto per il tanto tempo sciupato.

Però mi sa che nei panni di Penelope non ci si sia mai messi. Pensare che già in quel passaggio del riconoscimento c'è qualcosa che non torna, su cui peraltro si sono magnificamente cimentate la fantasia e la penna di un grande scrittore italiano (Luigi Malerba in Itaca per sempre). Cosa è davvero successo? Siamo davvero convinti che accanto al finale che diamo per scontato non ce ne siano altri possibili o verosimili?

La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marisilio) è un piccolo, denso, affascinante libro che entra nei silenzi di Penelope per raccontare un'altra storia. Adopera un punto di vista diverso: quello di Penelope appunto. Riscrive il finale dell'Odissea ma senza inventarsi tutto di sana pianta, semmai inoltrandosi nelle zone scure di una storia che abbonda di "si dice", versioni alternative che già nell'antichità sono state fatte proprie da commentatori e mitografi. 

Si dice, per esempio, che Penelope, la moglie fedele per antonomasia, fosse stata sedotta da uno dei Proci. Si dice che proprio per questo Ulisse la ripudiò o addirittura la uccise. Penelope, tra l'altro, cuigina di Elena di Troia, andata in sposa a Ulisse che però era stato uno dei primi pretendenti di Elena, per l'appunto...

Contro l'impenetrabile sposa di Ulisse - spiega nella postfazione l'autrice - i Greci hanno giocato a modo loro, fantasiosi, cinici, bugiardi e detrattori quali erano per indole

E per sapere cosa sia successo, o forse cosa avrebbe potuto succedere, il consiglio è di arrivare alle ultime pagine di questo piccolo grande libro.

 

lunedì 30 settembre 2019

Gilgamesh e il viaggio per trovare una risposta

Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica: e quando ritornò si riposò, su una pietra l'intera storia incise.

Ecco, questa è la storia di Gilgamesh, che ci arriva da un passato tanto lontano che i poemi di Omero sembrano dell'altro ieri. Abisso di tempo da vertigine, parole che però riescono ancora incredibilmente ad arrivare al nostro cuore.

Gilgamesh, l'uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. La sua epopea è stata custodita da tavolette d'argilla, i segni cuneiformi dei sumeri incisi su di essi. Mesopotamia, culla di civiltà e anche della storia che precede tutte le altre storie. 

Dentro c'è il Diluvio Universale, prima del racconto della Genesi. Dentro c'è la storia di un grande viaggio, prima dell'Odissea. Dentro c'è il bisogno di raccontare che fa sì che un ritorno sia davvero un ritorno. Dentro soprattutto c'è l'eterna questione che è dell'uomo, la domanda che getta ombra su tutte le altre. 

Perchè questa è la storia di Gilgamesh, creatura divina per due terzi e umana per un terzo, che dell'uomo ha preso la condizione di mortalità. La storia di un viaggio che non è l'inquietudine o la fame di conquista a spingere. Gilgamesh si spinge attraverso lande selvagge per raggiungere la Fonte dell'Eterna Giovinezza, là dove cercherà di sottrarsi al destino che è di tutti: e che sarà anche il suo destino, perchè persino lui, Gilgamesh, perderà la sfida delle sfide.

O Gilgamesh, era questo il significato del tuo sogno. Ti venne data la sovranità, questo era il tuo destino; una vita che duri in eterno non era il tuo destino. Non essere triste in cuor tuo per questo, non essere afflitto né oppresso.

Mortale tra i mortali anche lui. Ma capace di strappare quel tanto di immortalità che ci è concessa tramite le parole delle tavolette d'argilla. 

Perchè, appunto, quando ritornò su una pietra l'intera storia incise.





 

sabato 21 settembre 2019

Un libro per Itaca, le molte isole dentro un'isola

Itaca? E' davvero una sola isola? O piuttosto ce ne sono tante, sospese tra i libri e i dati di fatto, tra i sogni e le possibilità di un vero viaggio? E tra tutte qual è l'Itaca che inseguiamo, quella che ci meritiamo sul serio, grazie alle pagine che abbiamo divorato, ai muscoli che abbiamo affaticato per salite impervie, agli incontri e ai tramonti a cui ci siamo affidati?

Beh, ho finito questo libro e le domande hanno preso a volare, come farfalle che per quanto si faccia non si lasciano catturare dal retino. E meno male, perché domande così sembrano fatte apposta per volare leggeri, verso un'isola di cui tutti hanno sentito parlare, ma pochi conoscono davvero.

 Luca Baldoni, invece, è evidente che Itaca la conosce bene, tanto quanto si può dire di conoscere un luogo. Anni fa ci è arrivato una prima volta, contro ogni pronostico non per inseguire l'ombra di Ulisse ma solo per fame di tranquillità e di bellezza. Se n'è innamorato e ci è tornato più volte. Poi ci sono stati i libri, i cammini, gli studi, le fantasie, i tanti tasselli di un puzzle piacevolmente complicato. E infine tutto questo è diventato un libro - Itaca. L'isola dalla schiena di drago (edizioni Exorma) - che è bello per molti motivi, come Itaca stessa è bella per molti motivi. 

Dentro c'è il mare, c'è la luce, c'è l'incanto dell'incontro. Dentro ci sono le storie, incredibile quante ne ce sono: Itaca è una piccola isola che reclama l'immaginario di un continente. 

Mica solo l'Odissea - anche se è una gran cosa rituffarsi nella questione omerica non con gli studi degli specialisti, ma con i passi dell'uomo che cammina e sente i luoghi. Ci sono i pirati e gli hippie, i veneziani e gli ottomani, i mercanti del Mar Nero e gli esuli di vari disastri della storia, ci sono persino poeti come Byron e Foscolo. E sì, c'è anche una città che non c'è più, o che forse non è mai esistita se non nell'immaginazione, una città dal nome splendidamente pretenzioso, Jerusalem. 

Quanto basta per accendere la fantasia. Per azzardare un ragionamento sui biglietti aerei per viaggi prossimi venturi, in questo ultimo margine di estate che già è autunno. Oppure no, quanto basta per allungare ancora di più le gambe sul divano, tanto con Luca Baldoni siamo già a Itaca, ci siamo arrivati senza averlo messo in conto. 

domenica 20 maggio 2018

In un'isola greca, perché arenarsi è un'arte

Ci sono libri che ti regalano l'emozione del viaggio anche quando non riguardano posti che solleticano la tua voglia di partire, perché sanno farsi luogo dell'anima a prescindere. E così è per le isole della Grecia che scopro nelle pagine di Paolo Ganz: è dai tempi dell'università che non cerco un volo o un traghetto per raggiungerle, quando qualcuno ne parla provo a esercitare l'arte del distacco, eppure cosa può fare un libro, un bel libro.

E questo è La Grecia di isola in isola di Paolo Ganz (Ediciclo), un libro bello, un libro che sa di Mediterraneo e che del Mediterraneo porta il vento, gli odori, il rumore della risacca, soprattutto la luce. Un libro che va oltre i luoghi comuni, i resoconti da supplemento viaggi di quotidiano, la facile seduzione per adescare gli eserciti di vacanzieri.

Qui c'è molto altro, c'è la Grecia di un viaggiatore vero, c'è la parola meditata su libri importanti, colta sulla linea dell'orizzonte o tra le voce di una caffetteria, filtrata e fermata su un taccuino. Parole che rimandano a letture, a miti, a pensieri. E che dilagano fino a tornare alle sorgenti della nostra civiltà o a interrogarsi su ciò che può essere l'Europa oggi, un'Europa che non necessariamente è quella che si ha per la testa Berlino o Parigi: perché questo è il Mediterraneo, il mare che va in Africa.

Da  Rodi, con la sua storia così intrecciata alla nostra, a Megisti, che non è solo il set di uno dei film più fortunati del cinema italiano. Da Corfù, per alcuni studiosi dell'Odissea la terra dei Feaci, fino a Matala, la spiaggia di Creta che non è più degli hippie ma dove ancora sembra risuoni una canzone di Joni Mitchell.

Paolo Ganz salta di isola in isola e ovunque ci sono storie e oltre le storie c'è una storia che scava dentro e riguarda tutti: perché arrivare e partire, di isola in isola, in fondo riguarda tutti.

Arenarsi è un arte - spiega a un certo punto Paolo - un dono di pochi capaci di lasciarsi andare all'agrodolce piacere di non riuscire più a salpare.

Ecco, in queste pagine vien voglia di essere una di quelle barche, che si arrendono al fondale e al destino. Senza partire più, per un pezzo almeno. Stranieri e cittadini in una di queste isole: con un canto di Omero e un bicchiere di ouzo a tenere compagnia. 

sabato 6 febbraio 2016

Tornando a casa in bicicletta, dalla Siberia

Prendete per esempio una cosa così: pedalare tre anni in bicicletta solo per tornare a casa, dall'ultimo lembo della Siberia alla placida Inghilterra, passando però anche per il Giappone, la Nuova Guinea, l'Australia, il Tibet, l'Afghanistan, l'Iran...

E' quanto ha fatto Rob Lilwall, insegnante di geografia che a un certo punto la geografia ha smesso di insegnarla per andarla a sperimentare nelle distanze del mondo. Ed è quanto poi, dopo, ci ha raccontato in In bici dalla Sibera a casa, pubblicato da Ediciclo. 

Che dire: è un viaggio pazzesco, un ritorno lungo 56 mila chilometri, il che vuol dire assai più di quanto misuri l'equatore; è il disegno, se disegno c'è, di un viaggiatore che schiva la linea retta e predilige il vagabondaggio. E' l'Odissea su due ruote dell'uomo che si perde, non si arrende, trova nuove vie, allunga il suo sguardo.

Non sarà un grandissimo narratore, Rob Lilwall, ma il libro è tutto in questa straordinaria avventura, che comincia nell'autunno siberiano, non lontano dai luoghi dello sterminio stalinista, con le temperature che dopo qualche giorno precipitano fino a meno quaranta, pensate.

Più volte il nostro mette a repentaglio la sua vita o avverte un pericolo che può essere letale, per esempio attraversando quelle lande della Nuova Guinea dove la vita di un uomo vale zero. Eppure, eppure, le pagine più belle del libro sono quelle su uno stupore che si rinnova quasi ogni giorno. I sorrisi della gente nell'Afghanistan dei talebani, l'ospitalità che non viene mai meno ovunque, anche in Iran, le oltre 200 persone che lo accolgono sotto il loro tetto - Robe ne tiene il conto -, il cibo o una bevanda o un saluto condivisi per strada.

Solo all'ultimo, quando ormai avverte l'aria di casa, gli viene rifiutata l'acqua. In tre anni anni è la prima volta che gli capita. E accade in un bar in Francia.

Un libro che è un giro sul mappamondo, ma anche un libro contro i pregiudizi, contro i luoghi comuni. Sarà un caso che dopo il suo ritorno l'ex insegnante di geografia si è messo a studiare teologia ed è andato a vivere a Hong Kong?

venerdì 6 novembre 2015

L'uomo che leggendo l'Iliade scoprì Troia

Chissà se avrò mai il coraggio di tornare a leggere le pagine in cui raccontò la sua vita straordinaria, l'impresa con cui strappò la verità al mito. Temo di no, ed è meglio così, perché me lo voglio tenere come è, quel ricordo del bambino qual ero, che non sognava di diventare aviatore o pompiere, ma archeologo. E non un archeologo qualsiasi, ma Heinrich Schliemann.

Qualcuno se ne ricorda ancora? Schliemann, l'uomo che restituiva luce alle città sepolte. L'uomo che dimostrò al mondo che Troia non era il sogno di un poeta cieco.

Schliemann nella vita cominciò come garzone di bottega, figlio di un pastore protestante. Era poco più di un bambino, quando gli regalarono un libro di storia con un'illustrazione di Troia in fiamme. Su quella pagina gli esplose qualcosa.

Anni dopo fu costretto ad abbandonare gli studi, ma una sera gli capitò di sentire un ubriaco che recitava alcuni versi in greco antico. Continuò a pagargli da bere, purché lui continuasse. Solo più tardi seppe che era l'Iliade. Decise di imparare il greco. Ma soprattutto decise che Troia non era solo un sogno. Non era una leggenda. E se era esistita, Troia, lui l'avrebbe ritrovata.

Follia sembrava, ma gli anni passarono e lui lavorò duro. Si imbarcò su navi che solcavano gli oceani, fece il fattorino, imparò molte lingue, si dette al commercio, finì per arricchirsi.

Alla fine arrivò il momento in cui potè dedicarsi del tutto al suo sogno. Si lasciò guidare dai versi di Omero, nemmeno fosse una mappa del tesoro. E la trovò. Trovò la città che per tutti era solo leggenda.

Restituì luce. Restituì verità.

domenica 6 ottobre 2013

In Grecia, ospitalità prima di chiedere il nome

Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell'Odissea, e forse la più notevole è l'ospitalità verso gli stranieri; più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo.

L'arrivo a un villaggio o a un cascinale non è molto diverso da quello di Telemaco al palazzo di Nestore a Pilo e di Menelao a Sparta - così vicino, a volo d'uccello, a Vathia - o dello stesso Odisseo, guidato dalla figlia del re alla reggia di Alcinoo. 

Non esiste descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Odisseo travestito quando entra nella capanna del porcaio Eumeo a Itaca. 

C'è ancora la stessa accettazione senza domande, l'attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome: la figlia che gli versa l'acqua sulle mani e gli offre un panno pulito, la tavola prima apparecchiata e poi presentata all'ospite, la premurosa offerta di vino e cibo, lo scambio di identità e di autobiografie, il letto preparato nella parte migliore della casa - la più fresca o la più calda a seconda delle stagioni - le preghiere all'ospite perché si trattenga a suo piacimento, e infine, alla sua partenza, i doni, sia pure soltanto di una manciata di noci o di mele, di un garofano o di un mazzetto di basilico; e la cura con cui gli si indica la via, accompagnandolo per un tratto e augurandogli buona fortuna. 

(Patrick Leigh Fermor, Mani. Viaggi nel Peleponneso, Adelphi)

lunedì 23 settembre 2013

Il ritorno a casa di Tito Barbini

Per quanto un albero possa diventare alto, le sue foglie, cadendo, ritorneranno sempre alle radici. Tra le infinite citazioni sul senso e sul sentimento del viaggio, è con questo antico proverbio cinese per la testa che ho terminato la lettura di Le rughe di Cortona, l'ultimo libro di Tito Barbini (Romano editore).

Come capita spesso con la saggezza orientale, le parole sono semplici ma ciò a cui fanno riferimento è senz'altro più complesso. Siamo noi, quell'albero. Siamo noi quelle foglie che ritornano alle radici.

Semmai è quel “per quanto un albero possa diventare alto” che mi convince meno. Non “per quanto”, ma “proprio perché”: questo è come la vedo io. Proprio perché si cresce, proprio perchè con le nostre foglie si tocca il cielo, è ovvio, naturale, necessario tornare alle radici.

È esattamente quello che penso a proposito di Tito Barbini, scrittore e viaggiatore, o viaggiatore e scrittore, nell'ordine che si preferisce, ma anche persona che da lungo tempo ho avuto la fortuna di conoscere. È un albero cresciuto alto, Tito. Un albero che ha saputo liberarsi da ciò che lo appesantiva e lo piegava.

A un certo punto della vita Tito ha smarrito la strada – ed era una strada chiaramente segnata, apparentemente obbligata. A posteriori è stata la sua fortuna. È da allora che si è messo davvero in cammino: con i viaggi – che lo hanno portato verso le mete più remote e affascinanti – e con le parole – che certo sono un altro modo di viaggiare.

Per tutto questo oggi può tornare alle radici. Può cioè vivere l'esperienza più importante per il viaggiatore: il ritorno.

Non è affatto scontato, anche se è un pezzo che Tito ripete, a beneficio di tutti noi, che il viaggio è vero viaggio solo se implica il ritorno. Altrimenti è fuga, esperienza legittima, a volte necessaria, ma che non è il viaggio. Oppure è partenza fittizia, che non chiama in causa ciò che siamo e che possiamo diventare: turismo di molti chilometri e poca sostanza.

Non credo sia un caso che la letteratura – almeno la nostra letteratura – diventa davvero tale con una storia di un viaggio, l'Odissea. Un viaggio, prima ancora che una guerra. E non è un caso che questo viaggio sia in realtà un lungo, faticoso, contrastato ritorno.

E lo so che è un paragone ingombrante, ma con queste pagine Tito si è seduto accanto a me come un Ulisse con cui posso condividere parole e storie. E Cortona – straordinaria città che più volte ho avuto modo di visitare – ha progressivamente perso i suoi contorni per sfumare nel mito e diventare un'Itaca di Toscana.

Dopo averci accompagnato nelle estreme propaggini della Terra del Fuoco, sulle vette dell'Himalaya o alle sorgenti del Mekong, Tito ci ha fatto il regalo più bello: il ritorno a casa.

Il regalo più complesso, anche, perché penso che per uno scrittore di viaggi non ci sia niente di più difficile che raccontare il ritorno.

Vero che Tito è uno scrittore di viaggi molto particolare, che rifugge il diario, il resoconto, la narrazione lineare nel tempo e nello spazio. In particolare, con Antartide. Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo, il grande vuoto artico e il silenzio dei ghiacci avevano permesso di scavare impietosamente dentro e di amputare tutto ciò che alla vita non è davvero essenziale.

Ed ecco, mi sembra che Le rughe di Cortona possano riallacciarsi solo a quel libro, tra quanti ne ha pubblicati Tito in questi anni. Come se sulle mappe della vita avesse saputo tracciare una rotta diretta tra l'Antartide e Cortona. Anche questo un viaggio per sottrazione, per rarefazione. Ma solo per ritrovare l'origine, il porto sicuro, ciò che ha permesso tutto ciò che è venuto dopo.

E come non è diario il viaggio, non è autobiografia ciò che è stato. È assai di più, il lavoro della memoria – e non a caso Tito afferma all'inizio: la memoria è tutto ciò che siamo.

Diceva William Wordsworth: Il bambino è padre dell'uomo adulto.  Si comincia così e il resto è viaggio – l'albero che cresce – il resto è ritorno e memoria – le radici.

giovedì 5 settembre 2013

Tornando a Omero, per cui lo straniero è ospite

Più un uomo viaggia e più si trasforma in straniero. E dello straniero non bisogna avere paura, semmai bisogna avere paura di chi non sa trattare lo straniero come ospite, perché tra gli stranieri a volte ci sono anche gli dei, che così cammimano per la terra, quando vogliono incontrare gli uomini.

Queste sono le idee che appartengono all'inizio della nostra civiltà e quindi appartengono a noi, alla nostra storia, alla nostra identità. Questa è l'idea dello straniero - non nemico ma ospite - che ci viene tramandata dall'Odissea. Dal mito e dalla letteratura degli antichi Greci, ma anche di altri popoli di cui sui libri di scuola abbiamo appreso solo date e battaglie.

Per chi, come me, si è perso gran parte del resto consiglio un libro minuscolo nel formato, grande per intelligenza e passione, uno di quei libri che prima di tutto solleticano la voglia di sapere mettendo insieme curiosità e bellezza - e poi, per vie indirette, centrano il bersaglio delle cose che contano, con straordinario senso dei tempi - intendo anche del nostro tempo.

Si chiama L'ospitalità è un mito? - notate il punto interrogativo - Donatella Puliga, docente dell'università di Siena, lo ha pubblicato per la casa editrice Il melangolo. Eloquente il sottotitolo: Un cammino tra i racconti del Mediterraneo e oltre. E in effetti non ci sono solo i poemi omerici, ma anche la Bibbia, gli antichi versi babilonesi, le Metamorfosi di Ovidio...

Un cammino ricchissimo di poesia attraverso le culture per cui l'incontro con lo straniero era mistero e sacralità, comune bene prezioso. Con una precisa convinzione: Raccontare i miti dell'ospitalità - spiega Puliga nell'introduzione - è anche credere che l'ospitalità non sia un mito.

Da leggere abbandonandosi alla bellezza. Da rileggere con attenzione. E quindi da regalare a qualche conoscenza dei nostri giorni. Magari suggerendo una delle opposizioni fondamentali dell'Odissea: da una parte i prepotenti e i selvagi, dall'altro la gente come i Feaci, i philoxenoi, gli amici degli stranieri. Uomini (e donne) che davvero possono chiamarsi tali, perché in pace con se stessi e con gli altri.

martedì 13 agosto 2013

Chiacchierando sull'Iliade in una trincea della Grande Guerra

- Io, - disse rimettendo il turacciolo alla borraccia, - adoro l'Odissea d'Omero perchè, ad ogni canto, è un otre di vino che arriva.
- Vino, - dissi io, - e non cognac.
- Già, - osservò, - è curioso. E' veramente curioso. Né nell'Odissea, Nè nell'Iliade, v'è traccia di liquori.
- Te lo immagini, - dissi, - Diomede che si beve una buona borraccia di cognac, prima di uscire di pattuglia?

Noi eravamo un piede su Troia e un piede sull'Altipiano d'Asiago. Io vedo ancora il mio buon amico, con un sorriso di bontà scettica, tirare, da una tasca interna della giubba, un grande astuccio di acciaio ossidato, copricuore di guerra, e offrimi una sigaretta. Io l'accettai, e accesi la sua sigaretta e la mia. Egli sorrideva sempre, pensando alla risposta.

- Tuttavia....
E ripeté, dopo una boccata di fumo:
- Tuttavia.... Se Ettore avesse bevuto un po' di cognac, del buon cognac, forse Achille avrebbe avuto del filo da torcere....

(da Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, Einaudi)

domenica 3 giugno 2012

Mai guardare al futuro come a un nuovo presente

E' vero, a forza di guardare al nuovo che avanza, c'è il rischio di dimenticare ciò che avevamo già raggiunto, almeno come consapevolezza. Guardate per esempio a tutto il parlare che si è fatto in questi mesi sui rapporti tra Rete e letteratura. Non era stato già Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane, a parlare di conoscenza e persino di romanzo come rete? E il web avrebbe visto la luce solo 10 anni più tardi....

Lo ha ricordato Gianni Riotta in un suo bell'articolo su Tuttolibri alla vigilia del Salone del libro di Torino:

Dite che Wikipedia ha inventato l'autore collettivo? Macché, già Bibbia, Odissea, Mahabharata, fiabe e ciclo di re Artù avevano un autore collettivo.

Insomma, le cose sono in movimento, ma non necessariamente questo movimento significa tagliare le proprie radici. E non necessariamente le profezie che si avverano ci allontanano dal passato. Sempre che si avverino, perché sentite cosa ci dice ancora Gianni Riotta:

Quanto ai predicatori di sventura digitale non ascoltateli troppo: nel 1894 il Times di Londra previde che entro il 1950 la città sarebbe stata sepolta da tre metri di sterco di cavallo.
Non calcolava l'auto, perché chi guarda al futuro come a un nuovo presente sbaglia. Sempre.


Il che è anche maledettamente confortante.



 

sabato 12 febbraio 2011

Siamo noi Omero, il poeta cieco

Lo diceva Victor Hugo:
Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora

Omero, dunque. O meglio, l’uomo che abbiamo imparato a chiamare Omero. L’antico greco che ci ha regalato i poemi con cui inizia la storia della nostra letteratura e forse della nostra bellezza. Il poeta cieco, che non aveva occhi per guardare, ma che proprio per questo sapeva guardare più lontano di chiunque altro e staccare dal suo silenzio parole che risuonavano a lungo nel cuore degli uomini.

Tutto questo è Omero: la grandezza dei versi dell’Iliade e dell’Odissea e, nel ricordo di molti di noi, il busto di un anziano dall’espressione saggia e solenne, e poi magari le traduzioni e gli studi dei tempi di scuola.

Penso spesso a lui, credo che si sia in diversi a farlo. Eppure, cosa si sa davvero di Omero?

Già nell’antichità si erano moltiplicate le biografie, le vite immaginarie, le leggende. E già allora non si contavano le città che si contendevano il vanto di avergli dato i natali, da Atene a Rodi, da Argo a Chio e Smirne. Città, per inciso, quasi tutte dell’Asia Minore, tanto per destarci il sospetto che la nostra poesia in effetti sia arrivata da lontano, dall’Oriente.

Qualcuno assicurava che Omero era nato pochi anni dopo la guerra di Troia, altri che era nato parecchio dopo. Anche sul significato del suo nome ci si accapigliava: discendeva da una parola con cui i greci si riferivano ai non vedenti o dalla parola che indicava, più misteriosamente, un ostaggio?

Ce n’è voluta per iniziare a convincersi che forse Omero non è mai esistito. Anzi, che non è mai esistito perché in realtà di Omero ce ne sono stati centinaia, migliaia.

Infiniti Omero prima di Omero che hanno raccontato di Achille e di Ettore, del re Agamennone e dell’astuto Ulisse. Infiniti poeti che hanno cantato nelle feste e nei banchetti, hanno improvvisato versi che poi sono passati di bocca in bocca, hanno tramandato la memoria delle gesta, delle imprese e delle miserie dei loro eroi.

Così la più grande poesia della nostra letteratura è nata dalla parola leggera, imprendibile, evanescente di tanti poeti senza volto e senza nome.

Ed è bello pensare a tutto questo e poi pensare ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, alla nostra Toscana contadina dove si passava le sera a veglia alzandosi in piedi per una rima, per un’ottava improvvisata da chi non sapeva né leggere né scrivere. Credo che sia per questo che qualche tempo fa mi è venuto di scrivere Beatrice: un modo per provare a saldare qualche debito di gratitudine.

È bello pensare a tutto questo, perché permette a ognuno di noi di ritrovare il dono della parola. Perché aiuta ognuno di noi a sentirsi un po’ Omero.

Pensate, ognuno di noi come il grande poeta cieco.

venerdì 28 maggio 2010

Quando il viaggiatore non è più ospite


E insomma, a dispetto di quanti preannunciano, con minore o maggiore compiacimento, la morte dei quotidiani, quest'ultimi ogni giorno continuano a proporsi come una finestra sul mondo di cui non so fare a meno. Ogni tanto poi ci regalano qualcosa di prezioso. Come il paginone centrale di oggi di Repubblica, che anticipa alcuni passaggi della lezione dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi sotto il titolo Il dovere dell'accoglienza. Vi posso solo riportare alcuni passi del capitoletto Il migrante.

Come mai oggi non avviene più questo prodigio: che un viaggiatore che giunge da lontano, come Ulisse ai piedi di Nausicaa (Odissea, VI, 201-222), si trasformi in un prossimo che ha bisogno di aiuto e per il quale si diventi ospiti, ovvero "sostegno dei forestieri"?
Vi fu un tempo in cui il viaggiatore tormentato dalla sorte, il naufrago appeso ai resti di una imbarcazione, suscitava pietà, curiosità, accoglienza...
Nella cultura antica, il forestiero e l'ospite diventavano subito un prossimo che ha bisogni concreti: dargli una mano voleva dire muovere subito le mani in suo aiuto. Il viaggiatore giungeva sì da lontano, ma si trasformava subito in vicino: oggi questo "prodigio" non avviene più.
Anche l'Italia, guardando alla storia degli ultimi anni, fino a poco tempo fa accoglieva gli stranieri più da visitatori che da immigranti. La diversità destava stupore e permetteva di imparare qualcosa di nuovo,
Oggi gli immigranti giungono per mare su imbarcazioni che sono praticamente relitti. Tuttavia, vengono sempre meno percepiti come viaggiatori e sempre più come invasori.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...