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lunedì 12 ottobre 2015

Quando le vie trovano i viandanti

Piuttosto, l'umiltà ci permette di lasciare spazio agli eventi che non dipendono da noi, alle vite degli altri esseri e ai suggerimenti imprevisti. E' quest'ottica umile che permette al nostro perderci di farsi scoperta e ritrovamento; ci serve per cominciare a dare fiducia alla via che non conosciamo.

Così si legge in una pagina de La vocazione di perdersi di Franco Michieli, altro piccolo grande libro che Ediciclo ci propone, alimentando una cultura del viaggio che non è altro che una cultura della vita rimessa sui binari giusti. Anche se, come in questo caso, i binari giusti sono quelli che in effetti si perdono.

Da molti anni Franco Michieli percorre vasti territori senza nessuno strumento che lo aiuti a orientarsi. Senza nemmeno le mappe che, per quanto mi riguarda, mi sono necessarie anche per il più battuto e segnalato dei sentieri. Lui no, in questo modo sfida anche le distese dell'estremo nord, in inverni dove la neve al suolo si mescola al bianco dell'aria e niente offre un minimo punto di riferimento. Solo confidando nelle proprie capacità di orientamento e su quella straordinaria carta che è il cielo stellato.

Michieli lo racconta qui, in queste poche pagine di un libro che non è la testimonianza di un avventuriero, di un uomo che si compiace delle sue sfide. Perché se sfida è, non è contro le avversità, ma semmai contro le certezze da cui è troppo facile farci accompagnare.

La sfida è capire di più, di se stessi e del senso del nostro passaggio per il mondo. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti, è il sottotitolo di un libro che ci aiuta a comprendere che a volte bisogna perdersi per ritrovarsi davvero. Già quel rigo, quel solo rigo, è decisamente illuminante. 

sabato 27 luglio 2013

L'umiltà che guarda oltre la firma

Il reportage ha di solito molti autori ed è grazie a un'usanza invalsa nel tempo che firmiamo un testo solo con il nostro nome. In realtà si tratta forse del genere letterario più collettivo che esista, giacché alla sua nascita contribuiscono decine di persone: gli interlocutori incontrati sulle strade del mondo che ci raccontano la storia della loro vita o della società alla quale appartengono, oppure eventi ai quali hanno partecipato o di cui hanno sentito parlare da altri.

Così affermava Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi reporter del mondo, in una delle sue Conferenze viennesi. Parole che invito tutti a rileggersi, non solo coloro che fanno lo stesso mestiere di Ryszard.

Ci sono molti modi di esercitare la gratitudine e uno dei migliori è accettare il fatto che il nostro lavoro non è solo nostro. Piuttosto, è un lavoro di molti, a prescindere dai riconoscimenti, dai compensi, dalle responsabilità.

Ci sono i molti, insomma, dietro il lavoro di un singolo  con le loro parole, i loro gesti, i loro movimenti.

Peccato che questa gratitudine, che è anche esercizio di umiltà, sia cosa di pochi.  Peccato perché non è solo un'esercizio di umiltà. Questa gratitudine fa anche bene.

martedì 9 aprile 2013

Raymond Chandler e le tre regole dell'umiltà

Era un grande, un grandissimo, Raymond Chandler, il maestro del romanzo hard-boiled, il babbo di quel Philip Marlowe che ho imparato a sognare con le espressioni e i movimenti di Humphrey Bogart, ma che, a mio parere, è ancora più avvicente se lo lascio prendere vita dalla pagina.

E' un grande, ed è uno di quei grandi che viene voglia di conoscere anche per quello che è stato anche nella vita, senza paura di esserne deluso. Un grande anche nell'umiltà. Sentite in che modo faceva entrare nel suo laboratorio di scrittura:


Come scrittore con vent'anni di esperienza professionale ho incontrato ogni genere di persona. Quelli che dicono di saperne di più sulla scrittura sono proprio quelli che meno sanno scrivere. Meno fai caso a loro e meglio è. Così ho inventato tre leggi per scrivere a mio proprio uso, che sono assolute: non seguire mai i consigli. Non mostrare mai il lavoro svolto né discuterne. Non rispondere mai a un critico.

Tre regole che portano al silenzio. Alla solitudine figlia dell'umiltà, non alla solitudine di chi respira alto perché si è innalzato sul suo piedistallo. Tre regole che mi piacciono.

sabato 16 giugno 2012

Il reportage lo firmo io, ma è di tanti

Ci sono molti modi di esercitare la gratitudine e uno dei migliori è accettare il fatto che il nostro lavoro non è solo nostro. Piuttosto, è un lavoro di molti, a prescindere dai riconoscimenti, dai compensi, dalle responsabilità.

Ci sono i molti, insomma, dietro il lavoro di un singolo  con le loro parole, i loro gesti, i loro movimenti.

Peccato che questa gratitudine, che è anche esercizio di umiltà, sia cosa di pochi. Gli altri farebbero bene a rileggersi cosa affermò Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi reportere del mondo, in una delle sue Conferenze viennesi:

Il reportage ha di solito molti autori ed è grazie a un'usanza invalsa nel tempo che firmiamo un testo solo con il nostro nome. In realtà si tratta forse del genere letterario più collettivo che esista, giacché alla sua nascita contribuiscono decine di persone: gli interlocutori incontrati sulle strade del mondo che ci raccontano la storia della loro vita o della società alla quale appartengono, oppure eventi ai quali hanno partecipato o di cui hanno sentito parlare da altri.

E non è solo un'esercizio di umiltà. Questa gratitudine fa anche bene.

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