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martedì 19 settembre 2017

Camminando con i romantici di Inghilterra

Poi dicono che è una moda e come tale passeggera. Beh, nel caso lo fosse sarebbe finalmente una moda che mi piace e mi preoccuperei solo se fosse davvero passeggera.

Parlo dei cammini: e in effetti è qualche tempo che giornali, libri, blog e quant'altro si sono gettati con soddisfazione sull'argomento. In tanti ci provano, anche persone che non direste mai. E più in genere sono diminuiti sorrisetti, occhiate di compatimento, manifestazioni di stupore nei confronti di chi si mette in cammino: diciamo che tutto sommato siamo sulla cresta dell'onda.

Moda passeggera? Beh, meglio rassicurarsi con un libro come La via del sentiero, uscito qualche tempo fa per le Edizioni dei Cammini, a cura di Wu Ming 2. Un'antologia per camminatori, ma anche un'antologia di camminatori, anzi, di scrittori camminatori.

E' la riproposta di un'opera uscita molto tempo fa in Inghilterra e che mette insieme diversi autori inglesi: non dei nostri tempi, ma dell'Ottocento. Ovvero del secolo in cui, almeno da quelle parti, camminare divenne attività che non era solo del mendicante, del pastore o tutt'al più del pellegrino. Quando anche i poeti e i pittori cominciarono a mettersi per strada.

Vi troverete scritti illuiminanti e grandi autori alle prese con le scoperte che il cammino ti concede. Forse con qualche atteggiamento snob, allo stesso modo degli aristocratici che per primi scoprirono il rugby e non si tirarono indietro di fronte al fango.

Tante scoperte sono anche per il lettore, tra queste pagine. Per esempio Robert Louis Stevenson, che prima di incantarci con l'Isola del tesoro e gli altri grandissimi romanzi compie un viaggio a  piedi in compagnia di un asino, attraverso le Cévennes, in Francia: ed è il primo a descriverci un sacco a pelo. Oppure Thomas de Quincey, che tutti conoscono per le sue Confessioni da oppiomame, attività che non pare molto compatibile con quella del camminatore: e che pure lo fu, grandissimo. Fu lui, tra l'altro, a lasciarci la pirma descrizione di una tenda da escursionista.

Quante cose in queste pagine: l'ottimismo di uomini che si mettono in cammino, il romanticismo che si alimenterà dei monti e dei laghi di Inghilterra, una sorprendente sensazione di libertà che è già premessa dell'on the road dei poeti beat.... e certo anche un discreto individualismo, l'idea della fuga che - come nota Wu Ming 2 nella sua introduzione - per ora ha la meglio sull'idea di responsabilità per il territorio che si attraversa.... ma appunto questto è solo l'inizio e se non è moda ci sarà tempo per aggiustare tutto...

venerdì 18 agosto 2017

Quando Stevenson disegnò una mappa e si inventò un'isola

Sulle sue pagine ho sognato fin da ragazzino, studiando la mappa dell'isola del tesoro o trattenendo il respiro per capire come sarebbe andata a finire con il dottor Jekyll e mister Hyde. E col tempo mi è venuto di considerarlo allo stesso modo di un amico che è andato ad abitare lontano.

Per pochi scrittori posso dire lo stesso e in genere appartengono alla mia adolescenza: Emilio Salgari, certo, Mark Twain, certo, per altri devo pensarci su. E come per Twain e Salgari anche la sua biografia mi ha appassionato come un romanzo: lui che sembrava destinato a costruire i fari e che invece l'irrequietezza e la tisi hanno consegnato a un altro destino, dalle brume della Scozia ai Mari del Sud.

Robert Louis Stevenson, sì, a cui sono debitore di tanti piaceri della lettura. E tuttavia non ero mai entrato nel laboratorio della sua scrittura, né tantomeno avevo avuto modo di leggere i suoi consigli di scrittura o comunque i suo saggi sulla letteratura, sulla buona letteratura.

Li ho trovati in quetso libriccino - L'arte della scrittura, edito da Mattioli 1885 - che è davvero un concentrato di piccoli grandi sorprese. Soprattutto quando Stevenson ci prende per mano e ci racconta come è arrivato a L'isola del tesoro.

Gli uomini - racconta  - nascono con le manie più varie: sin da piccolo, la mia era di trastullarmi immaginando degli eventi in successione e, appena imparai a scrivere, divenni un buon amico dei fabbricanti di carta.

Anni di tentativi senza successo, di fogli scarabocchiati e gettati via, di storie appena abbozzate. I primi saggi, gli articoli, ma un romanzo ancora no.

Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. E' la lunghezza che uccide. 

Poi un giorno, quasi per caso, per inseguire la fantasia o per ammazzare il tempo, su un pezzo di carta disegna una mappa. Follia pensare che un giorno sarebbe diventata la mappa più importante nella storia della letteratura - e lo so, c'è anche la mappa della Terra di Mezzo in Tolkien...

Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. 

Già, faccio fatica anch'io. Come è possibile, se dentro una mappa come quella, appena schizzata, c'era già un intero romanzo? Il romanzo che avrebbe fatto la fortuna di Stevenson e di tutti noi, ragazzi e adulti che non hanno smesso di essere ragazzini.

giovedì 23 febbraio 2017

Se l'ignoto è ancora davanti a noi

Il libro che state per iniziare parla di esplorazione e di ignoto. E di quanto il mondo a forza di farsi sempre più piccolo e conosciuto abbia visto sparire quei sogni e quelle aspirazioni che per secoli sono andati assieme ai viaggi e alle scoperte.

Credete in me, i libri di Alessandro Vanoli sono tappeti volanti di parole, in grado di portarvi molto lontano. Ci entrate dentro in punta di piedi, convinti delle vostre coordinate geografiche e del vostro fuso orario, per trovarvi di schianto sbalzati in un altro continente e in un'altra epoca. E il bello è che non ci sono effetti speciali, semmai la competenza e la passione dello storico, insieme a quelle doti narrative che nello storico spesso scarseggiano.

L'avevo già sperimentato con Quando guidavano le stelle, racconto di un Mediterraneo più volte attraversato in un grande viaggio sentimentale. E lo ritrovo ancora di più in questo nuovo libro, L'ignoto davanti a noi (Il Mulino), con tanto di sottotitolo che è di per sé indicazione di rotta: sognare terre lontane.

Perché poi è vero, ogni viaggio, ogni autentico viaggio, è attesa, desiderio, emozione che non si lascia catalogare e ovviamente sogno. Vale in qualche misura ancora oggi, figurarsi ai tempi in cui le mappe erano approssimative, gli oceani erano popolati di mostri, le chiacchiere nelle taverne dei porti mescolavano ambizioni e superstizioni, interi continenti non c'erano o erano solo un contorno con la terra incognita dentro.

Erano tempi difficili, ma anche tempi meravigliosi di avventura e scoperta. Prima dei Gps, prima dell'altrove che ormai è un ovunque. Vanoli ci prende per mano e ci accompagna tra navigatori del mondo antico e pirati dei Caraibi, tra monaci buddisti in cammino e naufraghi tra isole che poi sono diventate letteratura.

E quanti nomi che ritornano dai romanzi e dalle fantasticherie di quando ero un ragazzo: Cristoforo Colombo e Ibn Battuta, Marco Polo e Henry Morgan.

Ciò che soprattutto mi interessa - spiega Vanoli quasi a mettere le mani avanti - è la storia del lento scomparire dello spazio esplorabile.

Sarà vero? Certo che no, per uno studioso che sospetto sia rimasto eterno ragazzo. Ci scommetto, perché con lui -  scopro - condivido libri che non ti mollano più, che lasciano il segno: Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson, Italo Calvino e incredibile, incredibile, persino Peter Kolosimo (allora non ero il solo...).

E' evidente che non potrà che pensarla così:

Dell'ignoto abbiamo ancora bisogno e, soprattutto, a ben guardare di ignoto e di stupore è ancora pieno il mondo.

Così dice  Vanoli. E io insieme a lui. 
 

domenica 5 giugno 2016

Inseguendo l'ombra di Stevenson e della sua asina

Poi dicono che la letteratura di viaggio è finita, tanto tutto è stato già visto e raccontato. Meno male che si sbagliano e si sbaglieranno fino a quando ci sarà qualcuno che si mette in gioco con se stesso e sa usare non solo le gambe, ma anche una certa dose di immaginazione, la capacità di interrogare i posti, la buona compagnia di libri e di ombre del passato.

In cammino con Stevenson di Tino Franza (Exòrma edizioni) è un libro che tutti questi ingredienti li possiede in abbondanza. 

Non ci consegna un altro continente eppure ci porta molto lontano, in una Francia che non è la Francia delle consuete rotte turistiche, Normandia o Costa Azzurra per non dire di Parigi, ma la Francia rurale, montanara, selvaggia delle Cévennes, che sarebbe come dire a un francese di lasciar perdere Roma e Venezia e concentrarsi piuttosto sul nostro Aspromonte.

Ci porta lontano anche nel tempo, perché al viaggio di oggi intreccia il viaggio che il grandissimo Robert Louis Stevenson qui fece più o meno un secolo e mezzo fa, giovane che ancora doveva scrivere i suoi capolavori e decidere davvero cosa fare della sua vita. 

E inseguendo l'ombra di Stevenson - lungo il sentiero che oggi furbescamente si chiama Le chemin di Stevenson - sono molte altre le ombre che spuntano fuori. Briganti e ribelli, carbonai e contadini, osti e bestie feroci. Perché è questo - più volte l'ho sperimentato anch'io - che viene dato in dono ai camminatori: di spremere l'invisibile dalla terra che attraversano. Spesso si tratta proprie delle vite di chi ci ha preceduto.

Se qualcosa manca al viaggio di Franza mi sembra che sia solo un asino. Anzi, un'asina come quella Modestine che accompagnò Stevenson nei suoi giorni a piedi e dalla quale alla fine si separò a fatica. Problema dell'autore non del lettore, che per l'appunto sa confortarsi con l'ombra di Modestine, sempre presente in queste pagine.

venerdì 15 maggio 2015

Un asino e i suoi sogni per compagno di viaggio

Un asino vive di niente: di cardi e di acqua fresca, di amore e di polvere. Un asino può portare di tutto e passare dappertutto. Un asino procede lentamente, ma va fino in fondo. Se avete bambini ha l'andatura giusta per loro, e mica solo l'andatura, perchè è anche un animale paziente e divertente.

Basta per iniziare a considerarlo un buon compagno di viaggio? Per chi ancora non si è convinto sulle pagine di Andrea Bocconi o di Robert Louis Stevenson (con il suo itinerario tra i monti delle Cevenne, su cui in effetti qualcosa da dire ci sarebbe), ecco un piccolo grazioso libro che Ediciclo pubblica nella sua collana "Piccola filosofia di viaggio".

Il ritmo dell'asino, questo il titolo, porta la firma di Mélanie Delloye, scrittrice belga che dopo un'infanzia trascorsa a viaggiare sui libri di Thomas Mayne Reid e Jack London, un giorno è partita con la famiglia (bambini compresi) e due asini al seguito. Da un paese all'altro dell'Europa se n'è stata via per tre anni: evidentemente senza un rimpianto.

E certo, a leggere le sue riflessioni viene una gran voglia di partire, in compagnia di questo animale che leggende e convinzioni popolari hanno troppe volte bistrattato.

Dice Delloye che è più facile incontrare l'altro viaggiando con gli asini che a cavallo, perché con quest'ultimo si guarda dall'alto in basso il viandante, mentre con gli asini si resta ad altezza d'uomo. Del resto è con i cavalli che per millenni ci si è fatto la guerra, mica con gli asini.

Mi piace pensare così. Mi piace pensare che un giorno sperimenterò questo compagno di viaggio. Mi piace sperare che in questo modo scoprirò non una bestia rassegnata e un po' passiva - così si sostiene - ma davvero, un animale che sogna in una profondità dove l'uomo non arriva


domenica 9 giugno 2013

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
 Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
 Il ceramista che premedita un colore e una forma.
 Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
 Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
 Chi accarezza un animale addormentato.
 Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
 Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
 Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
 Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Jorge Luis Borges, I giusti)

mercoledì 10 aprile 2013

Come Stevenson scoprì la sua isola del tesoro


Robert Louis Stevenson, ovvero lo scrittore che ci ha portato in dono il brivido dell'avventura, la possibilità di una giustizia che si fa largo anche attraverso il cozzo delle armi, l'emozione delle vele che si spiegano al vento per condurci fino ai Mari del Sud.

Ma com'è che nasce Stevenson scrittore?

Pensare che apparteneva a una solida famiglia di ingegneri e che avrebbe dovuto seguire le orme del padre, che peraltro faceva una delle cose più belle che possa mai fare un ingegnere, costruire fari.

Non troverete viaggi e imprese, prima dei suoi libri.

Troverete casomai una bambinaia, Alison, dotata di una fervida immaginazione e capace di trattenere l'attenzione dei bambini con una parola capace di dipingere storie. Troverete i tanti giorni che Smout (pesciolino, così lo chiamavano i genitori) era costretto a passare a letto, ammalato, dando briglia sciolta alla fantasia.

Un giorno racconterà di quel letto, in una delle sue poesie:

Per un'ora o giù di lì
guardavo i soldatini marciare variopinti
lungo le lenzuola, su per le colline.
E talvolta mandavo intere flotte
a solcare il lenzuolo 
o tiravo fuori alberi e case,
per creare città all'intorno

Così il letto di un bambino diventò il mondo intero. Così il mancato ingegnere dei fari un giorno scoprirà la sua Isola del Tesoro.

sabato 19 gennaio 2013

Stevenson e la diserzione dalle stelle dei padri



Ad un tratto sentii vergogna che quelle notti fossero più belle delle nostre notti, gli astri più dolci e lucenti, le costellazioni più armoniose.

Sentii vergogna, dico, come d'una estrema infedeltà, per aver disertato le stelle che brillarono sui miei padri....

(Robert Louis Stevenson, Nei mari del Sud)

martedì 15 gennaio 2013

Lo strano caso di Mr. Stevenson nelle Hawaii

Dunque, da dove tirare il primo filo?

Forse dalla scoperta fortuita che un giorno Athos Bigongiali, bravo scrittore toscano, fa spulciando un indice bibliografico: quello di un libro, Dr. Hyde and Mr. Stevenson, che non conosceva e che pare sia stato edito nientemeno che a Tokio.

In che senso, Dr Hyde e Mr. Stevenson? Come si possono accostare lo scrittore e il personaggio nato dalla penna e dalla fantasia del primo? E se fosse un altro caso di sdoppiamento, come ben sappiamo proprio per Hyde, anzi per mister Hyde, così inseparabile dal dottor Jeckill?

Sorpresa, sorpresa di Athos Bigongiali e quindi anche nostra: c'è stato davvero un dottor Hyde nella vita di Stevenson, un dottor Hyde in carne e ossa con cui ebbe a che fare. Lontano dall'Europa, nella breve vita felice che Stevenson riuscì a cogliere nei mari del Sud.

Senza Athos Bigongiali probabilmente oggi non avremmo modo di leggere la Lettera al dottor Hyde pubblicata da Sellerio. E che Stevenson scrisse davvero, a un reverendo protestante delle Hawaii. Lettera vibrante di sdegno, lettera durissima contro questo Hyde che non ha niente a che vedere con i delitti nelle nebbie della Londra vittoriana, ma che si è reso colpevole di un misfatto reale: denigrare la figura di un missionario che era morto nella cura degli indigeni ricoverati in un lazzareto.

Lettera inattesa da parte di un uomo che in realtà ambiva a questo:

Nessuna parte del mondo ha un fascino altrettanto potente per chi la visiti: ora il mio compito è di dare un'idea di quel fascino a coloro che viaggiano seduti accanto al fuoco.

E che pure non girava la testa di fronte alle storture del mondo, quasi sempre peggiori di quelle raccontate sulla carta.

venerdì 2 marzo 2012

Siamo tutti il dottor Jekill e Mister Hyde

Il vero spettro che infestava i sogni di Robert Louis Stevenson non era il tesoro segreto e nascosto dei pirati, ma il segreto del male nascosto nelle cantine dell'anima.

Così scrive Giuseppe Montesano su Repubblica, a proposito dell'autore de L'isola del tesoro, e soprattutto de Lo Strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, spiegandoci bene che con Stevenson si va ben oltre il brivido per l'avventura. Non siamo di fronte a uno scrittore di evasione, ma semmai di fronte a uno scrittore che ci mette spietatatamente di fronte al lato più oscuro dell'animo umano.

Il Bene e il Male, questo è il tema che ritorna più volte in Stevenson e che ritroviamo anche nell'ultima opera che di lui possiamo leggere in Italia, il racconto postumo Una vecchia canzone, ora pubblicato da Barbès.

Il Bene e il Male, contrapposizione e anche ossessione che non era certo estranea a un ambiente fortemente religioso come quello in cui era nato e cresciuto Stevenson: i giusti e gli empi, Caino e Abele. Però sentite cosa afferma Montesano:

Ma Stevenson, con un gesto degno dei supremi romanzieri, rifiutò la semplificazione morale della Bibbia coatta della sua infanzia, e rese il conflitto tra fratelli un conflitto che rivive nel cuore di ognuno. L'uomo è duplice, un empio e un giusto nella stessa persona.

Jekill e Hyde siamo  noi, lo siamo insieme, due facce della stessa medaglia. Facile dirlo oggi, ma pensate ai tempi di Stevenson. Prima di Freud e tutto il resto.


venerdì 23 settembre 2011

I "giusti" di Borges salvano il mondo

Scoperta solo ieri e me ne vergogno, io che la poesia del grande Borges me la porto dietro fin dagli anni del liceo. Male, perché è una poesia che fa bene alla vita.

 
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(I Giusti di Jorge Luis Borges)

venerdì 9 settembre 2011

L'Isola del tesoro nel letto di un bambino

C'è sempre qualcosa di sorprendente nella vita di un uomo che a un certo punto del suo cammino decide di vivere di scrittura. C'è sempre, anche nelle storie apparentemente più prevedibili, meno segnate da grandi eventi. Perché anche nelle biografie più rarefatte, c'è quello scarto, quella svolta, quel momento di luce che sta a monte di un grande libro.

Robert Louis Stevenson, per esempio. Scrittore che ci ha portato in dono il brivido dell'avventura, la possibilità di una giustizia che forse riuscirà a farsi largo anche attraverso il cozzo delle armi, l'emozione delle vele che si spiegano al vento per condurci fino ai Mari del Sud.

Com'è che nasce Stevenson scrittore? Lui che apparteneva a una solida famiglia di ingegneri e che avrebbe dovuto seguire le orme del padre, che peraltro faceva una delle cose più belle che possa mai fare un ingegnere, costruire fari.


Non troverete viaggi e imprese, prima dei suoi libri.


Troverete casomai una bambinaia, Alison, dotata di una fervida immaginazione e capace di trattenere l'attenzione dei bambini con una parola capace di dipingere storie. Troverete i tanti giorni che Smout (pesciolino, così lo chiamavano i genitori) era costretto a passare a letto, ammalato, dando briglia sciolta alla fantasia.


Un giorno racconterà di quel letto, in una delle sue poesie:


Per un'ora o giù di lì
guardavo i soldatini marciare variopinti
lungo le lenzuola, su per le colline.
E talvolta mandavo intere flotte
a solcare il lenzuolo 
o tiravo fuori alberi e case,
per creare città all'intorno


Così il letto di un bambino diventò il mondo intero. Così il mancato ingegnere dei fari scoprì la sua Isola del Tesoro.


sabato 25 giugno 2011

Se la lingua è la prigione del traduttore

Lo sapete, il mestiere del traduttore mi ha sempre affascinato, sarà che personalmente ho sempre zoppicato con le lingue, sarà che mi sembra di cogliere nel passaggio di un libro da una lingua all'altra qualcosa che sa allo stesso tempo di magia e di invenzione.

Ora su Tuttolibri mi sono imbattuto su una bella intervista di Alberto Papuzzi a Lodovico Terzi, scrittore ma, nel caso, soprattutto grande traduttore di classici inglesi (Defoe, Stevenson, Swift, per dirne solo alcuni).

E' un modo per entrare nel retrobottega di questo mestiere e magari per capire come tradurre possa diventare davvero un mestiere. Dice Terzi che la sua prima traduzione de L'isola del tesoro la fece da ragazzo, dopo aver conosciuto una coetanea inglese, tanto per addestrarsi all'uso della lingua. Pensate, se oggi possiamo godere delle sue traduzioni forse lo dobbiamo solo a una cotta estiva....

E questo mi piace. Ma il passo più interessante dell'intervista ha a che vedere con quella che è di fatto una battaglia di libertà. Dice Terzi:

Siccome ogni lingua è un universo che non coincide mai con l'universo di un'altra lingua, una cosa importante che ho imparato traducendo è che una lingua non è soltanto un meraviglioso strumento per esprimersi, ma anche una prigione, un vincolo, un limite all'espressione. Il lavoro del traduttore è di trascendere questo limite, di aprire questa prigione

Bella questa idea di una lingua come di un universo e allo stesso tempo come di una prigione. Bella l'idea che il traduttore sia la persona che può offirci la chiave per aprire quella prigione e consegnarci a quell'universo.

venerdì 3 settembre 2010

Le Eolie del mito e il mare di pietra

A volte mi sorprendo a pensare un pensiero che è più o meno questo: è bello vivere su un'isola, soprattutto su un'isola sufficientemente piccola, perché questo deve regalare particolari abilità: saper scrutare lontano, per esempio. Saper lanciare lo sguardo oltre la linea del promontorio conosciuto e riuscire a cibarsi di orizzonti.

A questo ho pensato ancora una volta, leggendo Il mare di pietra di Francesco Longo, un altro splendido libriccino della collana Contromano di Laterza, che ci porta sulle sette isole Eolie (e pensare che io non ci sono mai stato davvero), intese come altrettanti luogi dello spirito. 

Isole filtrate attraverso una lettura originalissima, frutto della consuetudine, della curiosità, delle infinite suggestioni della letteratura e del cinema. Dentro queste pagine c'è tutto, anche troppo, dall'Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson a Stromboli di Roberto Rossellini. Ma c'è anche il mito, uno sguardo originale che viaggia per la tangente, che illumina e trasfigura, che inventa e che si sente a casa.

A un certo punto capisci che il viaggio è soprattutto un viaggio di carta - i libri sono viaggi, appunto - e c'è questa frase, bellissima:

All’interno di ognuno di questi libri che raccontano di isole, ci sono ulteriori piste, indicazioni per capire le Eolie: le isole come rifugio, come reclusione, come utopia, come fuga, come mistero, come uscita dalla realtà, come viaggio dentro se stessi, come viaggio nel passato, come incontro con l’altro e come incontro con se stessi, isole come lotta per la sopravvivenza e come luogo adatto per la scoperta di Dio, luoghi di amore e di terrore verso la forza della natura, isole come isolamento, riposo, ritorno ad uno stato selvaggio, alternativa alla nostra società, luogo della fantasia, paradiso terrestre, impossibilità a crescere. Fascino, erotismo, pace assoluta. 

E mi sembra che dentro ci sia già dentro tutto. E' detto così bene che a me basta copiarlo.

venerdì 27 agosto 2010

Le ultime parole famose degli scrittori famosi

In Italia ancora non è stato tradotto, però mi sa che lo sarà presto e che magari finirà anche per riscuotere una certa attenzione. Opera di Terry Breverton, si chiama Last Words e raccoglie le parole pronunciate in punto di morte da centinaia di personaggi famosi, in gran parte scrittori e artisti. Insomma si tratta davvero delle ultime parole famose, quelle con cui si esce di scena.

Spizzicando in qua e là, dall'ultimo Venerdì:

Anton Cechov: E' passato tanto tempo da quando ho bevuto l'ultima volta champagne

Robert Louis Stevenson: Che cosa vi succede? Vi sembro strano?

James Joyce (più o meno sulla falsariga di Stevenson): Qualcuno capisce quanto  mi accade?

Salvador Dalì: Non credo alla mia morte

Che poi quasi sicuramente è la migliore. Sta tutta nel personaggio, l'assenza di domanda.

martedì 10 agosto 2010

Ma esistono davvero le isole dei Mari del Sud?

A guardare sulle pagine di un atlante o fotografati da un satellite, gli arcipelaghi dei Mari del Sud fanno pensare ai disegni delle costellazioni. E i primi navigatori che, lasciatisi alle spalle Capo Horn, si avventuravano nell'insondabile vastità del Pacifico, non sono forse stati gli uomini reali più simili, per coraggio e amore dell'ignoto, ai cosmonauti dei romanzi di fantascienza?

Inizia così il bel pezzo di Emanuele Trevi che sull'ultimo numero di Tuttolibri ci porta nei Mari del Sud attraverso le pagine di alcuni dei grandi dell'Ottocento, da Herman Melville a Robert Louis Stevenson.

Inferno e delizia, queste immense distese d'acqua, queste poche terre strappate all'oceano. Profumi di spezie e vulcani agitati dalla notte dei tempi, libertà e tabù, indolenza e violenza.

E mi chiedo quanto di tutto questo è entrato nel mio immaginario di soppiatto, grazie alla penna di uno di questi grandi. Quanto queste isole dei Mari del Sud sono reali - ma esistono davvero o appartengono al regno della mia fantasia? - e quanto mi sono entrate di contrabbando, grazie alle pagine di un romanzo di pirati e avventurieri.

Poi penso che solo l'altro giorno ero al Museo degli Scrittori di Edimburgo, un museo piccolo piccolo, poco frequentato rispetto agli altri di questa splendida città, per questo più accogliente, più indulgente con i tempi interiori.

Una stanza è tutta dedicata a Stevenson, sulle pareti spiccano splendide foto in bianco e nero di quelle stesse isole dove cercò scampo alla sua malattia del corpo e forse anche a un'altra malattia più impalpabile.

Vita vera, non romanzo, laggiù.

Mi hanno fatto bene, quelle fotografie. Un'iniezione di realtà che a volte fa bene, contro ogni tentazione di costruirsi un immaginario troppo su misura, buono fino a che non metti via quel libro, o non cedi a qualche allergia.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...