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venerdì 11 gennaio 2019

Shakespeare & Co, a Parigi una libreria come una casa

Era un'altra America, era un'altra Europa. Su questa sponda dell'oceano le intemperanze e le sperimentazioni di inizio secolo avevano lasciato il posto al mattatoio della Grande Guerra, sull'altra erano gli anni del proibizionismo e di una generazione di scrittori che beveva troppo e che ancora non aveva capito il suo posto al mondo.

Parigi però era sempre Parigi ed è in questa città, porto franco di artisti e di sogni, che un giorno sbarcò una giovane americana di Baltimora. Si chiamava Sylvia Beach, era sui trent'anni e non aveva le idee chiare: aveva accarezzato l'idea di aprire una libreria francese a New York, ora voleva provarci con una libreria americana a Parigi. Se non altro a Parigi, chi l'avrebbe detto, tutto costava decisamente meno, era un  posto dove se la cavavano anche i più spiantati degli scrittori.

Così nasceva una libreria che ancora oggi è un mito, la Shakespeare and Company (da non confondere con un'analoga libreria che, nel secondo dopoguerra, diventerà riferimento dei poeti beat e di tante altre inquietudini). Chi non la ha mai sentita nominare?

Shakespeare and Company ora è anche il titolo delle memorie di Sylvia Beach che Neri Pozza propone ai lettori italiani: un libro che si legge di un fiato, tra sguardi su un mondo che non c'è più e un mondo che in qualche modo si vorrebbe ancora trattenere.

Sono i tempi in cui Fitzgerald ha già dissipato buona parte del suo talento e in cui Hemingway deve ancora dimostrarlo. James Joyce ha lasciato Trieste, spende nei ristoranti come un marinaio ubriaco e fatica a tenere a bada i suoi creditori. Ezra Pound pare più pronto a dimostrare la sua abilità con i lavori di falegnameria che con la poesia. Per tutti la libreria è il luogo dove ritovarsi, magari portandosi via sporte di libri che Sylvia Beach presta spesso senza riaverli indietro. 

E la storia più incredibile, certo, è quello dell'unico libro che la libraia deciderà di editare in proprio: pensate, l'Ulisse di Joyce.

Senz'altro una bella storia, per fantasticare su quanto può mettere in moto anche una piccola libreria. Eppure ripensando a quel posto in rue de l'Odeon è un'altra la cosa che mi viene in mente. La Shakespeare and Company non era solo scaffali con tanti libri. Era quella che gli americani dicono home away from home, casa lontano da casa.

Le vere librerie questo sanno essere. Posti dove ci si sente a casa. Questo libro aiuta a crederci.

giovedì 6 settembre 2018

Storia della gente di montagna che vendeva libri

Questa è una storia, una bella storia, anche se non mancano fatiche, stenti, pioggia come il giorno del castigo, lupi da tenere a bada lungo la via, giorni di solitudine e giorni di baruffa. Una bella storia, che merita non lasciare solo agli storici locali, ai racconti che forse in alcune case ancora si tramandano ai figli, oppure ai discorsi di una qualche ricorrenza. 

Una bella storia che riguarda i libri e gli uomini che con tenacia hanno portato i libri per il mondo, facendo sì che fossero accolti nelle case di molti.

E' la storia che racconta I librai pontremolesi, un volume proposto dall'editore Tarka. La storia esemplare - così recita il sottotitolo - di un mestiere meraviglioso. Dentro la passione, non inferiore alla competenza, di Gian Battista Martinelli, una passione che affiora anche nelle pagine che elencano date, luoghi, circostanze.
Non so quanti di voi conoscano Pontremoli e le storie dei suoi librai, o almeno l'origine di un premio prestigioso quale il Bancarella. Il titolo del libro, peraltro, può indurre persino a qualche equivoco: si dice Pontremoli, ma in realtà la storia riguarda soprattutto una piccola comunità della Lunigiana, Montereggio, con le frazioni di Parana e Mulazzo. E anche librai è dir tanto, perchè prima di tutto si parla di rivenditori di libri, anzi, di gente in cammino. Librai pontremolesi lo sono diventati solo dopo tanto penare per le strade di ogni dove.
    
Parte di qua, da queste montagne povere, la gente che vende i libri, come da altre montagne si parte per andare a far carbone o per accudire le pecore a valle. E' mestiere nomade, mestiere di migranti stagionali. 

C'è un giorno in cui i librai - gente che magari fino a poco tempo prima vendeva pietre - si danno appuntamento. A primavera si ritrovano su, al passo della Cisa, con le loro gerle cariche di volumi che venderanno nei mercati, nelle sagre, nelle piazze di ogni città. 

Il tempo di concordare i posti dove ognuno si dirigerà, per non sovrapporsi e farsi concorrenza, il tempo di salutarsi. Poi come sciame si mettono in viaggio. Come sciame porteranno il polline della parola scritta.

Torneranno a casa con la brutta stagione: per rimettersi in salute, per fare festa e mettere incinta la moglie, per ordinare i libri del prossimo viaggio per il mondo.

E dalle gerle si arriva un giorno alle bancarelle - ecco perché il premio Bancarella. Dalle bancherelle ai banchi fissi e quindi alle librerie: dall'Italia all'Argentina. 

Genealogie di librai: i Fogola, i Tarantola. Librerie che ancora oggi portano quei nomi. Una storia della montagna che scende a valle per il bene di tutti noi. 

lunedì 6 agosto 2018

Vita da libraio, senza troppi rimpianti

Mi piacerebbe fare il libraio di professione? Tutto sommato direi di no.

Così nel 1936 si domandava e si rispondeva George Orwell, dopo aver soppesato pro e contro. Così non pensa, tutto sommato e dopo aver anche lui soppesato pro e contro, Shaun Bythell, che una libreria se l'è praticamente inventata, in un villaggio di pescatori della Scozia.

Una scelta di vita, certamente. Aggiungerei, è ovv io, una scelta di vita decisamente coraggiosa, se non temeraria. Fatto sta che Shaun Bythell rimpianti non sembra proprio coltivarli. Non fosse altro che una libreria - anche una libreria in un posto sperduto - è sempre un ottimo punto di osservazione per guardare il mondo - e la varia umanità che lo popola - nonché per raccontarlo. Che è quanto fa Shaun in un libro delizioso e raccomandabile.

Una vita da libraio (Einaudi, Stile Libero) è senz'altro il diario di un mestiere che resiste, malgrado tutti i profeti di sventura. E siccome, come è noto, trovo irresistibili i libri sui libri, non potevo farmelo mancare. Ma c'è di più in queste pagine: un commedia umana senza presunzioni, condita di humour scozzese, parecchi luoghi comuni presi di petto e sbriciolati, le molte storie di una piccola comunità che un libraio riprende e riferisce come si farebbe al pub, magari un pub col camino acceso.

Lo stereotipo del libraio insofferente, intollerante e misantropo?  Quello è l'unico che Shaun non si sente di contestare. Un po', ammette, ci si riconosce davvero. Certo è uno che dice pane al pane. Magari in faccia ai molti che reputano che il libraio non lavori ma a suo modo passi piacevolmente il tempo. O che, vai a sapere in virtù di quale ragionamento, una libreria possa vivere d'aria.

Le persone davvero interessate ai libri sono rare - dice - ma coloro che pensano di esserlo sono molto più numerose.... il modo più sicuro per identificarli è che mai, nemmeno una volta, ne comprano uno.

Amazon che pare una battaglia persa, infinite situazioni surreali, conti che a fine mese non tornano quasi mai. Perché non suggerire a Shaun di cambiare vita?

Eppure, se qualcuno mi chiedesse cosa vorrei cambiare, la risposta sarebbe: niente.

Risposta sbrigativa, perchè non c'è tempo da perdere, con tutte le avventure che girano intorno a uno sgabello e tra gli scaffali. Un chilometro e mezzo di libri e un mondo che non finisce più. 



venerdì 19 febbraio 2016

Il giro del mondo di libreria in libreria

Da piccolo, per molti anni, sognavo di fare due mestieri: lo scrittore e l'investigatore privato. Come avevo potuto dimenticarlo? Qualcosa di quella mia seconda vocazione si conserva ancora nella mia ossessiva attività di collezionista di storie e librerie. Chissà, forse noi scrittori siamo soprattutto detective di noi stessi.

Così si confessa Jorge Carriòn in Librerie (Garzanti), opera meravigliosa in cui, per quanto lontano ci porti,  tutto ruota sempre intorno all'autore e alla sua magnifica ossessione, coltivata da scrittore, investigatore, viaggiatore, collezionista di libri a ogni latitudine.

Storia straordinaria intrecciata a molteplici altre storie di librai, librerie e gente che, a vario titolo, quelle librerie le hanno frequentate. Viaggio, più che saggio, a dispetto anche del sottotitolo - Una storia di commercio e passioni. Invidiabile scorribanda da Atene a Londra, da San Francisco a New York, da Tangeri a Montevideo. Scoperta anche della fisicità del mondo del libro, perché se pure si pensa alla letteratura come qualcosa di astratto, in realtà c'è anche un'immensa rete di oggetti, di materiali, di spazi, di mani che sfogliano, di piedi che passeggiano tra gli scaffali, di occhi che si soffermano...
 
Viaggiamo per scoprire, ma anche per riconoscere, afferma Carriòn.

Non so dove abbia trovato il tempo e il denaro per girare il mondo così, non so dov'è che sia riuscito a stipare tutti i volumi messi insieme da una irresistibile propensione all'acquisto compulsivo. Però la chiave è senz'altro questa e anch'io mi ci riconosco: nelle librerie si scopre, nelle librerie ci si riconosce e ci si ritrova ancora di più con noi stessi.
 

mercoledì 3 febbraio 2016

Goethe e lo stupore per le librerie dove ci si incontra

Cercano un libro, lo domandano, lo consultano, lo posano liberamente. Vi trovai riunite una mezza dozzina di persone che quando mi sentirono chiedere le opere del Palladio rivolsero tutta la loro attenzione su di me.

E' Goethe, in una pagina del suo Viaggio in Italia. Racconta la sua esperienza in una libreria italiana - non so quale - che ebbe modo di visitare il 26 settembre 1786 e sono molte le cose che di essa racconta, alcune curiose.

E' un brano che ho incontrato leggendo lo splendido Librerie. Una storia di commercio e passioni di Jorge Carriòn (Garzanti), più che una storia, in realtà, un incredibile e invidiabile viaggio nelle librerie del mondo. Trabocca di citazioni, ma è proprio questa pagina di Goethe che mi porterò dietro.

Il grande tedesco è  stupito: ma come, i libri sono tutti rilegati (allora non era uso) e sono accessibili a tutti i visitatori. Ma soprattutto ci sono i visitatori: si intrattengono in libreria, si rivolgono la parola, conversano abilmente tra loro e tra loro e i libri.

Incredibile: la conoscenza può arrivare non solo attraverso i libri, ma anche attraverso le persone che amano i libri. Perfetti sconosciuti, magari, di cui si è solo incrociato lo sguardo che accarezzava il dorso di un libro.

 Conclude Goethe:

Conversai a lungo con molte altre piacevoli persone e dopo essermi bene informato sulle cose notevoli della città mi congedai.

La libreria come casa, come piazza, come salotto. Da allora sono passati oltre 200 anni. Chi è che può dire lo stesso delle librerie on line?

mercoledì 25 marzo 2015

E se le librerie avessero tanto futuro davanti?


Paradossalmente si può cominciare la mattina a spolverare libri sullo scaffale. E' importante dedicare un po' di tempo a questa mansione, e i benefici sono molti.

Può cominciare così, il lavoro di libraio. O forse poteva cominciare così, ai tempi in cui le librerie non erano date per spacciate, non si era ancora entrati nell'era degli ebook e del download gratis e il lavoro del libraio era appunto un lavoro, con il futuro davanti. O forse...

E' inevitabile, il groppo alla gola, leggendo Felicemente annegato nei libri (Leonardo edizioni) di Alessandro Falciani, storico libraio fiorentino che in 40 anni di attività ha visto cambiare un mondo, dai tempi in cui la sua piccola libreria del centro si poteva prendere straordinarie soddisfazioni (fino a ospitare le presentazioni di alcuni dei più importnati autori internazionali) ai tempi del disastro, con la chiusura dell'Edison, ferita ancora aperta nel corpo vivo della cultura fiorentina.

Quarant'anni e un mondo che se n'è andato, un libro che usa il registro della nostalgia e i verbi rigorosamente al passato... O forse no... Forse....

Meno male che mentre lo leggevo, pensando e ripensando al mestiere che mi sarebbe sempre piaciuto fare (per dire, come quello del palombaro), strane notizie hanno cominciato a rimbalzare nella mia città. Quasi tutte insieme.... una nuova libreria in un quartiere dove non ce n'erano mai state, un'altra in un altro quartiere tirata su dagli ex dipendenti dell'Edison, un'altra ancora...

Epidemia di incoscienza? Gli ultimi giapponesi del libro che non si riesce a stanare dalla giungla? Chissà. E se fosse che le librerie cambiano - magari si trasferiscono dal centro alla periferia, magari accettano di vendere anche penne e giocattoli - ma hanno ancora un lungo futuro davanti a sè? 





sabato 17 gennaio 2015

Il dilemma: quale ordine alle nostre librerie


Avete un pomeriggio libero e avete deciso di mettere a posto i vostri libri. Non avete un pomeriggio libero, ma se non mettete a posto la libreria saranno i libri a mettere a posto voi... In ognuna delle due possibilità, mettetevi all'opera con animo sereno...

Così ragionava Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo pubblicato da Repubblica, sollevando la vecchia e mai troppo dibattuta questione dell'ordine da dare ai nostri libri.

E voi, come li sistemate nella vostra libreria? Pura casualità - non ci credo - o un qualche criterio più o meno logico, più o meno applicato con coerenza?

Per esempio, il colore. C'è anche chi ha deciso di ordinarli così i suoi libri. Lo scaffale rosso, quelle verde, quello blu....

Esteticamente può valere la pena, anche se, con Bartezzaghi, è evidente che sia pratica che gli intellettuali considerano in genere troppo frivola, degna di coloro che comprano i libri a metro perché facciano bella figura in salotto.

Si potrebbe provare per collana, forse un giusto compromesso con le esigenze del libro oggetto, anche se perfino Georges Perec aveva da ridire con questo criterio troppo editore-centrico.

Oppure per anno di uscita, o per nazionalità dell'autore, o per genere, o anche per argomento - ma si può davvero classificare per argomento? O forse assai più banalmente per ordine alfabetico.

Chissà come ve la siete cavata, ma in ogni caso non è male il consiglio che ci offreìiva Bartezzaghi.

Qualsiasi criterio si sia adottato, sarebbe importante cambiarlo, dopo un po'. Così si ritrovano libri che non si ricordava di possedere.

E ben venga il dilemma. Vuol dire che non abbiamo rinunciato ai libri. Che la cara vecchia carta resiste e difende il suo spazio.

mercoledì 15 ottobre 2014

Per i libri e i librai come per i palloni del Pakistan

In Italia l'anno scorso il 57 per cento degli italiani non ha letto nemmeno un libro. In Finlandia ogni persona legge in media 20 libri all'anno. E' un divario di civiltà che si commenta da solo e per il quale mi risparmio parole. In fondo mi ha stancato anche piangermi addosso, così come sono stufo di ministri che lanciano proclami che, nei fatti, sanno tradursi (se va bene) solo in qualche spot televisivo: più utile, in effetti, per i bilanci tv che per il mondo del libro.

Basta che non mi si venga a dire che è una questione di clima, che i finlandesi, poveretti, leggono molto perché di inverno non sanno che altro fare.

Eppure non è alla desolazione di queste cifre, rese note in occasione della Buchmesse di Francoforte, che mi viene da pensare. In questa fase, temo, c'è qualcosa di peggio della scarsa propensione alla lettura. Ed è il concetto che per i libri sia lecito non pagare e che per questo sia buono ogni trucco, stratagemma e illecito. Un po' come i grandi concerti ai tempi degli autoriduttori, quando si sfondava per non pagare il biglietto e però non era chiaro a chi si doveva presentare il conto.

La musica è un diritto, si diceva. Anche la cultura è un diritto: giusto, anzi, sacrosanto. Ma perché  a pagare deve essere quel poco che rimane dell'economia del libro e il lavoro che c'è intorno?

Eppure è così. Alle presentazioni dei libri - parlo per esperienza diretta - crescono le persone che si ritengono nell'indiscutibile diritto di pretendere una copia gratuita, magari dallo stesso autore, ritenuto, chissà perché, proprietario di intere tirature (per inciso, come se tutta fosse editoria a pagamento, che tristezza).

L'altro giorno in una biblioteca pubblica, peraltro splendidamente animata da persone attente e motivate, il bilancio è stato di due copie vendute e di dieci persone che si sono messe in lista di attesa per leggere il libro che presentavo, da poco uscito. Non accenno nemmeno a chi scarica illegalmente dalla Rete: perché per me si tratta di un furto, della peggior specie, in quanto furto ai danni non di una rendita ma del lavoro.

Credo che siano solo aspetti di un fenomeno più complesso, risultato di miopia o trascuratezza (prima ancora che della crisi che ha colpito le nostre tasche, perché per altri tipi di consumi, anche culturali, non è lo stesso).

Allo stesso modo - per quel 15 per cento di sconto e per la comodità di aspettare in casa con Amazon e compagnia - stiamo mandando a picco le librerie, soprattutto le librerie indipendenti. E così stiamo spensieratamente rinunciando a luoghi di socialità e al prezioso lavoro di mediazione culturale dei librai. Peccato che poi sulla Rete tutti i gatti sono bigi, tranne quelli più pompati dalle multinazionali dell'on line che peraltro, stiamo scoprendo in queste settimane, possono anche decidere di far restare fuori chi ritengono.

Insomma, il discorso sarebbe lungo. Però vorrei che per i libri valesse la stessa consapevolezza che possiamo avere per il caffè di Santo Domingo o per i palloni del Pakistan. Perché ogni gesto di acquisto può avere un suo valore, un suo peso. Essere gesto equo, critico, attento.

venerdì 3 ottobre 2014

A 20 km l'ora per amore della lettura

Editori che non sanno più a che santo votarsi, titoli che si accatastano nei magazzini, un futuro sempre più incerto e deprimente per chi sui libri ha provato a costruire una professione che - en passant - ha molto a che vedere anche con le qualità di un paese. Cosa fare se non arrendersi?

Oppure no, si può fare ancora. Per esempio mollare tutto solo per ricominciare con la più ardita delle scommesse. Per esempio acquistare un vecchio furgone che si tiene insieme per miracolo e reinventarlo come una libreria circolante. Per esempio percorrere in lungo e in largo le strade della Sicilia, una delle regioni italiane dove si legge meno, solo per riportare tra la gente i libri e prima ancora la pratica della lettura.

Questa è la storia di Filippo Nicosia e di quel furgone che è stato bello ribattezzare "leggiu": in siciliano, lieve, piano - piano come un mezzo che si appaga della sua lentezza - ma anche "leggiu" come "io leggo". Ambivalenza perfetta dei sindacati.

E così per un'estate intera - e per la verità anche per un pezzo di inverno - piano piano il furgone e chi lo occupa sono riusciti davvero a riportare i libri in posti dove le biblioteche marciscono e le librerie sono sparite una a una. Storia che è bello ripercorrere nelle pagine di Pianissimo. Libri sulla strada (bello anche il sottotitolo: in viaggio a 20 km l'ora per amore della lettura), titolo uscito per Terre di Mezzo.

Titolo, ma soprattutto storia controcorrente. Storia per rincuorarci.




lunedì 21 luglio 2014

I libri non sono lunghi, sono larghi

Quando tutto quanto fa spettacolo, noi siamo gli spettatori. Sempre più passivi e annoiati, sempre più affamati di emozioni nei confronti delle quali siamo sempre più impermeabili. Lo stesso meccanismo delle dipendenze – tabacco o scommesse non fa la differenza. Lo stesso vuoto dei ragazzi del muretto.

A volte quando ci penso, lascio risuonare dentro di me le parole che furono di un grande poeta, Paul Valéry:

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Ancora il presente, insomma, con i suoi problemi nei confronti del passato e del futuro. Ancora il tempo.
Solo che dove fin qui ho scritto tempo, ora vorrei cancellare e tracciare la  parola cultura.

È come il tempo, la cultura. Non è un flusso di messaggi che arrivano e scivolano via, allo stesso modo degli aggiornamenti su Internet. Anzi, è tempo, la cultura.

Quando ci penso mi viene da guardare con affetto i miei ospiti silenziosi e pazienti, le letture in attesa. E con gratitudine, oltre che con affetto, accarezzo anche gli altri ospiti, i libri che un giorno mi hanno fatto compagnia. Anche loro se ne stanno pazienti – e anche un po' rassegnati - sugli scaffali.

Pensare che per qualcuno appartengono a un'altra epoca, come i vecchi giradischi e le cabine del telefono. Roba da collezionisti, o poco più. Che tristezza.

 Per fortuna a soccorrermi c'è sempre qualche citazione. Queste parole di Umberto Eco, per esempio:

Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio.

O più bella ancora, questa di Giorgio Manganelli:
 
Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi.

Ed è vero, mi piace pensarli così, queste invenzioni così singolari. Tanto strette da lasciarsi sistemare una accanto all'altro in libreria. Tanto larghe da abbracciare il presente, il futuro. Il tempo. La vita.

mercoledì 4 giugno 2014

Sorpresa, viaggio nelle librerie che funzionano

Vorremmo dire che sono sempre le persone a fare la differenza, che una vera libreria non è mai frutto del caso, che occorrono doti da alchimisti per fare della libreria un faro, un luogo di meraviglia, non un semplice negozio di libri.

Dedicato a chi è convinto che oggi delle librerie si possa fare a meno, tanto c'è Amazon, tanto ci sono le altre librerie on line, e poi a cosa mai serviranno nell'epoca degli ebook? E' così facile andare in rete e scaricare la prima cosa che ci passa per la testa...

Dedicato anche a chi non ci crede più, a chi pensa che sul ponte ormai sventola bandiera bianca, che è solo questione di tempo, che è finita l'epoca degli editori, tanto i libri si autopubblicano o si pubblicano a pagamento, che è finita anche l'epoca delle librerie, al massimo ne rimarrà qualcuna di catena, più brava a vendere delikatessen che titoli....

Dedicato e consigliato, perché è una ventata di ottimismo La voce dei libri. Undici strade per fare libreria oggi, a cura di Matteo Eremo, uscito per Marcos y Marcos.

Mica l'ottimismo della volontà, quello buono per i Donchisciotte lancia in resta contro i mulini a vento. Certo ci vogliono dosi enormi di ostinazione e di spirito di sacrificio, una bella miscela di entusiasmo e crudo realismo, passione ma anche molte competenze. Libri sugli scaffali, ma anche libri contabili. Buone letture, ma anche programmi informatici.

Però ecco qui, storie ed esperienze di undici librerie indipendenti che funzionano, dal Canton Ticino alla Sicilia. Undici librerie che hanno consentito una possibilità di lavoro, che hanno contaminato la proposta di libri con le birre artigianali o con i tessuti orientali, che soprattutto sono diventate centri di cultura, presenze vive nelle scuole e nei quartieri, cuore pulsante di un paese che sarà al naufragio, ma che è anche diverso da quello con cui ci troviamo sempre a fare i conti.

Leggo nell'introduzione del libro che questo è solo l'inizio. Che altre dieci, venti, trenta librerie saranno presto raccontate. E vien voglia, vien voglia di provarci, come no.

venerdì 31 gennaio 2014

Il tempo della solitudine per il lettore

Era il 1925 e già Virginia Woolf ammoniva su quanto fosse difficile leggere un romanzo. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e le difficoltà - non solo per i romanzi ma per i libri in genere - sono cresciute come montagne. Non ultime, logicamente, quelle legate all'uso dilagante di nuove tecnologie che sembrano indirizzare verso una lettura rapida, superficiale, estemporanea.

Però c'è da riflettere anche sulla difficoltà di cui recentemente ha parlato Valerio Magrelli su Repubblica, in La solitudine del lettore, titolo particolarmente eloquente. Solitudine, certo, si capisce in un mondo in cui viene meno la propensione alla lettura. Ma quella di cui parla Magrelli è anche un altro tipo di solitudine, legata alla scomparsa di figure di riferimento che indirizzino alla lettura, che selezionino e consiglino le buone letture.

Vale anche per la musica, dove è finito il tempo dei musicologi e gli ascolti casomai sono influenzati dalle scelte dei dj (ovvero dei disc-jockey, notare la parola jockey, in inglese fantino: ovvero chi cavalca la musica, verso le vette delle classifiche). Allo stesso modo non ci sono più critici letterari, casomai testimonial che, con meccanismi più vicini alla pubblicità che ai discorsi della letteratura, fanno in modo che i best-seller diventino best-seller.

In effetti, sono tra coloro che non rimpiangono molti i critici di un tempo e che hanno trovato e trovano noiose e superflue tante recensioni, quasi fossero presidiate più dal piacere della critica che dall'amore della lettura. Eppure il pericolo segnalato da Magrelli è reale:

Il rischio, insomma, è che, con la scomparsa di librai e critici, abbiano la meglio i fast-book, ossia quei testi che richiedono solo un contatto rapido e sbrigativo. Se ciò si avverasse, il nostro paesaggio intellettuale risulterebbe impoverito come dopo un bombardamento di defolianti.

E certo questa solitudine deve rimpiangere anche altre assenze. Si comincia dagli editori che non sono più editori - e non lo sono se sono a pagamento, ma anche se rinunciano a una loro proposta culturale  - e si arriva per forza alle librerie che non ci sono più o sono solo di catena e magari finiscono per trattare il libro come un capo di abbigliamento. Ce ne sarebbe di che discutere.

giovedì 10 ottobre 2013

L'ho trovato in una bancarella di Buenos Aires

Sono orgoglioso della mia libreria come di poche altre cose di casa. È bella, sa di antico. Castagno stagionato, aria di solidità, la semplicità che ha l’eleganza delle cose che sono come devono essere, senza artifici, senza strane pretese. Farebbe la sua figura in una vecchia biblioteca, di quelle con un odore particolare, che non so se è della carta o dell’inchiostro o della cera con cui si tratta il legno, ma che è quello e solo quello. L’odore delle vecchie biblioteche.

Pensare che è costata il giusto, forse addirittura meno del giusto. Trovata e presa da un vecchio rigattiere che a sua volta l’aveva trovata e presa come un’occasione irripetibile. L’intero archivio di un comune alluvionato, dato via per poco o niente come se il fango gli avesse inferto danni irreparabili.

Due scaffali sono solo per loro, i libri di Emilio. Le vecchie edizioni illustrate che mi sono trovato in casa, forse di mio padre, forse addirittura di qualche mio nonno; i meravigliosi cofanetti della Mondadori, uno per ciclo, che per qualche anno mi vennero regalati per Natale; i libriccini della Mursia, assai meno pretenziosi, con quei caratteri fitti fitti e quelle pagine così leggere che a volte girandole si strappavano; i volumi che più tardi amici come Tito mi hanno portato di ritorno dai loro viaggi. Questo ti piacerà, l’ho trovato in una bancarella di Buenos Aires...

Due scaffali possono non essere un granché per chi ama i libri, per chi li ama anche a prescindere dalla lettura, per chi li ama di un amore fisico, come oggetti del desiderio da guardare, toccare, annusare, sfogliare. Sono qualcosa di enorme se dentro ci sono tutte le ore che un ragazzino ha passato a leggere e fantasticare.

Come diceva Cicerone? Una casa senza libri è come un corpo senz’anima. Oggi capisco meglio cosa voleva dire.

Per l’ennesima volta ora li abbraccio con uno sguardo che ancora non è routine. L’indice corre lungo le coste, come a controllare che negli ultimi giorni qualche titolo non sia sparito.

Qui sono custoditi lunghi pomeriggi d’estate su una sdraio in giardino, per terra un altro libro in attesa e la caraffa del tè freddo di mia madre. E anche tante sere di inverno, la pioggia battente e io sotto le coperte: la mia cameretta come la cabina del comandante e fuori il fortunale che imperversa.

(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

venerdì 2 agosto 2013

Se le oasi del libro si mettono in cammino

Tre storie raccontate sulla Repubblica di ieri da Elena Stancanelli, tre storie che non sono solo di amore per i libri, di più, sono l'amore per i libri che si mette in movimento per portare i libri dove i libri non arrivano.

La prima. Filippo Nicosia, che con mille euro ha comprato un vecchio furgone e li ha caricati di libri con cui andrà in giro per la Sicilia, ogni giorno un luogo, una piazza, un'occasione di incontro. Con la consapevolezza che i libri non sono articoli in vendita come gli altri. Con questa consapevolezza e l'orgoglio: "Venderò solo libri che mi piacciono, e saprò raccontarli meglio". (per seguire la sua avventura c'è anche un blog)

La seconda. Davide Ruffinengo, un altro libraio itinerante, e prima di tutto un "personal reader", espressione che mi era ignota, ma che, a ben considerare, richiama ciò che ogni autentico libraio dovrebbe fare: suggerire, consigliare, porgere il libro giusto per ognuno. Anche lui si è messo per strada. Se Filippo ha chiamato il suo progetto Pianissimo, il suo è una citazione: Il libraio suona sempre due volte.

La terza. Valentina Rizzi, che con il finanziamento di un bando della creatività si è comprato un Ape e ne ha fatto una libreria itinerante, a caccia dei propri lettori. Un'altra book car, ora le chiamano così: e mi piacciono.

Cronache dal paese della desertificazione culturale. Sorpresa: le oasi ci sono ancora. Anzi: le oasi non stanno più ferme.

giovedì 9 maggio 2013

Scombinando i libri della nostra libreria

E' un piacere mettere in ordine i libri della propria libreria, un piacere che è importante concedersi di tanto in tanto, non una volta per tutte. Ma soprattutto un piacere che è tale nella misura in cui non ci si limita a ordinare: perché ciò che conta, mi sa, è prima scombinare, cioé mettere in disordine l'ordine e creare un nuovo ordine dal disordine.

Ciò che conta, credo, non è il criterio che si adotta - il colore delle copertine, la nazionalità dell'autore, l'argomento o il genere  - ma piuttosto la possibilità di cambiare il criterio precedente. Non fosse altro che in questo modo si potranno ritrovare libri che non si ricordava di possedere. E che a volte, sia detto per inciso, ci scopriamo a comprare una seconda volta.


Però c'è anche un altro buon motivo, ricordato una volta da Stefano Bartezzaghi su Repubblica:

A seconda di quelli a cui sono accostati i libri possono dare un'impressione diversa: difficile dimostrarlo, ma sentono anche loro l'influsso delle buone e della cattive compagnie.

Mi piace questa idea dei libri che non sono soli, che stanno in compagnia, che dalle buone e cattive compagnie si fanno influenzare.

Mica è solo fantasia: guardate come cambia l'idea che avete su un titolo, l'aspettativa che su di esso coltivate, in relazione ai titoli che ha alla sua destra e alla sua sinistra....

Sì, mi piace. Mi piace che cambiando posto, cambi anche la nostra idea di quel libro.

mercoledì 20 febbraio 2013

Se il libraio è prima di tutto un buon farmacista

A un ritmo che stupisce per progressione, con assoluto disprezzo del valore sacrale dei luoghi che avevano "scortato" generazioni di lettori, il processo pare irreversibile.

Per chi vende un oggetto anomalo, i guadagni sono comunque relativi. E l'abbattimento dei prezzi, reazione degli editori a un mercato in contrazione, è la classica coperta troppo corta. Si resiste a una flessione generalizzata (7 punti nel solo 2012), ma smaltite spese, trucchi e fuochi d'artificio, ci si scopre poveri come sempre.

Quando incontri i 66 anni di Marcello Ciccaglioni, proprietario con sua moglie Elisabetta della catenda indipendente Arion (18 librerie romane in cui lavorano anche i figli Fabio e Daniele, curate come tabernacoli in cui si respira competenza e passione per il mestiere) è difficile non cedere alla tentazione di vedere dietro il velo di un'educazione britannica e di un dinamismo che non si arrende alle ombre, la rabbia di chi rifiuta una sconfitta già scritta.

Non per i riconoscimenti recenti (due settimane fa la Fondazione Cini e la Scuola dei librai di Venezia hanno premiato il suo gruppo ed è la prima volta che il riconoscimento per la migliore libreria d'Italia non va a un singolo esercizio), ma perché da mezzo secolo Ciccaglioni si identifica nel ritratto del libraio che Achille Mauri aveva dipinto durante la cerimonia: 

"Per me è come un buon farmacista capace di alimentare l'intelligenza del lettore nutrendola di quella altrui".

(da Malcom Pagani, Non è più il tempo di piccoli e medi librai, da Il fatto quotidiano di lunedì 18 febbraio)

venerdì 18 gennaio 2013

Un uomo di libri grazie ai ragazzi della Via Pal

E' il più grande libraio italiano, ha passato la vita tra libri, librerie, editori e naturalmente anche lettori. Un uomo che ha fatto una professione della sua più grande passione, pensate che bellezza.

Di Romano Montroni ho letto in passato altri libri, mi manca il suo ultimo I libri ti cambiano la vita (Longanesi). Rimedierò: a giudicare dall'intervista pubblicata sul sito www.gliamantideilibri.it merita davvero.

Anche l'intervista merita e mi piace riportare questo brano, che racconta come tutto cominciò.

Da ragazzino sono stato un’estate a fare il fattorino in una libreria a Bologna, il datore di lavoro era Amadori, un libraio di vecchio stampo, il quale mi disse “tu non hai mai letto un libro? Te ne voglio dare uno” e mi diede “I ragazzi della Via Pal” di Molnar. Quando sono arrivato a casa con il libro i miei genitori erano molto stupiti, non era mai successo. La mia curiosità nel leggere è nata proprio attraverso la storia di quei personaggi, mi riconoscevo, mi ritrovavo, mi immedesimavo perfino. In particolare mi aveva colpito Nemecseck, un ragazzino fantastico, costruito in maniera tale da rimanerti dentro. Penso che se durante le feste dei libri gli autori andassero nelle scuole a leggere le loro storie molti ragazzi si entusiasmerebbero. Sentire leggere è come ascoltare la musica, ti appassiona, ti entra dentro.

E non riesco a togliermi dalla testa quel bambino che non aveva mai letto un libro, quel libraio all'antica che gliene offre uno e l'incantesimo che si sprigiona dalle pagine e che non lo ga più mollato.

Pensate, tutto questo grazie ai Ragazzi della Via Pal.


venerdì 7 dicembre 2012

Parlando di libri, parlando di futuro con i nostri figli

 DI FUTURO parlano tutti. Che non è più quello di una volta, che non c'è eppure è lì che stiamo andando ma insomma poi di cosa parliamo davvero quando diciamo: futuro? Parliamo di dieci milioni e duecentomila persone, in concreto. Persone piccole, che hanno meno di dieci anni, e persone giovani, che ne hanno meno di 18.

Comincia così l'articolo - che tutti noi dovremmo leggere e utilizzare come motivo di riflessione - pubblicato qualche giorno fa su La Repubblica da Concita De Gregorio, con un titolo che più che un auspicio deve essere una dichiarazione di impegno per tutti noi: Più libri meno cellulari per salvare i nostri figli.

Futuro, dunque. Però è davvero difficile parlare di futuro se nei più aggiornati rapporti statistici molti di coloro che sono già il presente, ma ancora di più saranno il futuro (e il futuro del nostro paese) possono essere classificati con una delle espressioni più desolanti che esistano: disconnessi culturali.

Si parla insomma di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi sotto i 18 anni che non hanno mai letto un libro, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un giornale. Quasi la metà non legge libri, moltissimi però hanno il cellulare. Quale futuro, in queste condizioni?

Sapete, è molto singolare: l'altro giorno invece che abbattermi di fronte a cifre così spietate nella loro evidenza per un attimo mi sono lasciato attraversare da un irragionevole ottimismo.

Mi è venuto in mente che allora è proprio per questo che tanti di noi si ostinano a non rassegnarsi: esattamente perchè sul tappeto c'è una questione di futuro.

Ed è esattamente per questo che firmiamo appelli per salvare librerie che tirano giù il bandone, che acquistiamo libri di piccole case editrici ignorate dalla grande distribuzione, che magari proviamo a organizzare incontri e presentazioni in periferie disertate dalla cultura, dove al massimo si gioca a briscola e si guarda la Champions in tv.

E se necessario, magari regaliamo un libro piuttosto che un Nintendo. Esattamente per questo. Mica poco. Magari un legislatore o un ministro un giorno finirà addirittura per accorgersene.






giovedì 29 novembre 2012

Battaglia per il libro bene comune

Che 2013 sarà per il libro in Italia?  Che cosa succederà a tante piccole e medie case editrici, a tante librerie indipendenti e naturalmente anche a tanti autori?

Almeno in parte, credo, le cose dipenderanno anche da noi, dal modo con cui ognuno di noi saprà lavorare sull'idea che comprare un libro significa assai di più che comprare un libro, appunto. Ma ovviamente non è solo questo. Mi ha fatto pensare l'intervista di Agnese Manni - dell'editore Manni - pubblicata sull'ultimo numero de L'Indice. Con la sua implacabile diagnosi:

La crisi economica ha acuito le storture di un mercato eeditoriale già malato, orientato in senso oligopolistico, in cui era complicato farsi spazio. Adesso è diventato quasi impossibile stare a galla, perché le majors (che possiedono, oltre a case editrici, anche catene di librerie, aziende di promozione e distribuzione, giornali e televisioni), anch'esse in crisi, serrano le fila.

Meno copie che arrivano in librerie, meno copie vendute (e più rese), meno titoli pubblicati (cosa che in parte può essere anche un bene, sempre che, come invece capita, a essere tagliata non sia proprio la qualità). Ma aggiunge, Agnese Manni: 

Forse per la prima volta nella storia d'Italia sarebbe il caso che ci fosse un intervento pubblico di sostegno all'editoria indipendente, non perché piccolo è bello, ma perché essa garantisce pluralità d'informazione e maggior livello di formazione E sto facendo un discorso tutto interno alla logica produttivista: le nazioni che hanno tassi di lettura alti, sono quelle economicamente più progredite. Il libro è un bene comune nel senso che la lettura è una risorsa pubblica, e - ripeto - risorsa nel senso di ricchezza che produce.

Mi piace pensare a una battaglia per il libro come bene comune. Mi piace pensare che si sia in tanti a serrare le fila - librerie e lettori, case editrici e autori - nel segno della qualità, dell'indipendenza, della passione. Mi piace pensare che a volte la linea di Resistenza possa perfino essere semplice - per esempio entrare in una libreria di quartiere, per esempio acquistare o fare acquistare un libro di una piccola editrice - e che grazie a gesti così (senza dare un alibi a chi i problemi strutturali deve comunque risolverli) si possa avere davanti ancora molta strada.

I libri sono viaggi, è il titolo di questo blog. Spero che nel futuro ci sia ancora molta possibilità di viaggiare.

martedì 11 settembre 2012

Sorpresa, c'è futuro per le piccole librerie

Sorpresa, pare che le previsioni siano state completamente sballate. Come per l'estinzione della foca monaca o dell'orso bruno. Pensare che tutti ci hanno scommesso a occhi chiusi, magari stracciandosi le vesti per i bei tempi andati e il destino cinico e baro.

E dunque, le piccole librerie, le librere indipendenti, non godranno certo di buona salute, questo è pacifico. Eppure il futuro, che fino a qualche tempo fa gli era negato con la forza di una sentenza capitale, pare ora lasciar loro qualche chance in più rispetto, pensate, anche ai grandi megastore dell'editoria. Sarà proprio perché c'è crisi e con la crisi finiscono per contare cose di cui è più facile dimenticarsi in tempi di vacche grasse.

Leggete sull'ultimo Espresso quanto scrive Antonella Fiori in Piccoli librai crescono:

Il lettore forte preferisce pagare qualche euro in più, ma avere la garanzia della qualità del libro che compra.

Meglio la libreria di quartiere, insomma, dove il libraio è il libraio, che sa consigliare e anche sconsigliare (grandissima virtù), piuttosto che un commesso che si limita a indicare un reparto. Meglio un negozio di pochi metri quadrati, ma con una vetrina che è dettata dal gusto e dalla competenza più che una politica commerciale. E con titoli che non sono solo i best-seller degli ultimi due mesi, e il resto che importa, si rende e magari non si ordina nemmeno, soprattutto se è di un piccolo editore.

Pare che anche le librerie di catena, si stiano adeguando. In Inghilterra il colosso Waterstones (300 punti vendita, 4.500 dipendenti) per difendersi da Amazon non ha tagliato e mandato a casa, ma si è affidato a un grande come James Daunt, che a Londra ha tenuto testa ai grandi megastore con le sue splendide librerie di veri librai. Qualcosa del genere pare stia succedendo anche in Italia.

Andrà proprio così? Forse dipenderà anche da noi. Dalla nostra capacità di accorgersi della foca monaca e di non sparare all'orso bruno. 

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...