Ecco, allora il senso vero di questo libro. Dare forza alle parole quando le forze del corpo sono sempre più ridotte.
Lasciare traccia.
E non per sé ma per chi ancora può agire.
Devo ringraziare due colleghi come Domenico Guarino e Andrea Marotta per avermi voluto insieme a loro nella presentazione di Io, Raimondo Ricci, Memorie da un altro pianeta (Sagep edizioni), il libro in cui hanno raccolto l'ultima testimonianza di uno straordinario protagonista del Novecento. Raimondo Ricci, appunto: un uomo che, dopo essere scampato alle rappresaglie dei nazisti e a Mauthausen, ha vissuto molti anni ancora impegnando per intero la vita che gli era stata restituita. Come presidente nazionale dell'Anpi e non solo.
Ringraziarli, è ovvio, non tanto per la mia presenza, che certo non ha aggiunto nulla. Ma per avermi permesso di entrare in contatto con la figura di Raimondo Ricci e con la straordinaria lezione che ci ha dato: sul coraggio necessario, sulla coerenza che è una medicina per tante ferite, sulla bellezza che, a coltivarla, è il peggiore smacco per gli assassini.
Ringraziarli, soprattutto, per la prova di buon giornalismo che hanno dato. Penso a un giornalismo che sa andare oltre la notizia del giorno, senza appiattirsi solo sul presente. Che sa dare spessore, profondità, tempo al suo lavoro, facendosi carico anche della responsabilità della memoria. Un giornalismo responsabile, rispetto al dovere della testimonianza e a ciò che dovrà comunque rimanere quando anche l'ultimo testimone non ci sarà più. Sembra retorica. Però basta aprire una di queste pagine senza fronzoli, di Raimondo Ricci e su Raimondo Ricci, per comprendere che è questa la sostanza di una professione che appartiene al tempo.
Lasciare traccia.
E non per sé ma per chi ancora può agire.
Devo ringraziare due colleghi come Domenico Guarino e Andrea Marotta per avermi voluto insieme a loro nella presentazione di Io, Raimondo Ricci, Memorie da un altro pianeta (Sagep edizioni), il libro in cui hanno raccolto l'ultima testimonianza di uno straordinario protagonista del Novecento. Raimondo Ricci, appunto: un uomo che, dopo essere scampato alle rappresaglie dei nazisti e a Mauthausen, ha vissuto molti anni ancora impegnando per intero la vita che gli era stata restituita. Come presidente nazionale dell'Anpi e non solo.
Ringraziarli, è ovvio, non tanto per la mia presenza, che certo non ha aggiunto nulla. Ma per avermi permesso di entrare in contatto con la figura di Raimondo Ricci e con la straordinaria lezione che ci ha dato: sul coraggio necessario, sulla coerenza che è una medicina per tante ferite, sulla bellezza che, a coltivarla, è il peggiore smacco per gli assassini.
Ringraziarli, soprattutto, per la prova di buon giornalismo che hanno dato. Penso a un giornalismo che sa andare oltre la notizia del giorno, senza appiattirsi solo sul presente. Che sa dare spessore, profondità, tempo al suo lavoro, facendosi carico anche della responsabilità della memoria. Un giornalismo responsabile, rispetto al dovere della testimonianza e a ciò che dovrà comunque rimanere quando anche l'ultimo testimone non ci sarà più. Sembra retorica. Però basta aprire una di queste pagine senza fronzoli, di Raimondo Ricci e su Raimondo Ricci, per comprendere che è questa la sostanza di una professione che appartiene al tempo.

Parole che diventano immagini, fotogrammi di una storia che qualcuno vorrebbe liquidare una volta per tutte, guizzi di vita vissuta che ancora reclamano giustizia e capacità di indignazione, che ancora sconfessano ogni tentazione di neutralità, perché la neutralità può essere anche la strategia dello struzzo, o peggio ancora, l'ipocrisia di chi va affermando che di notte tutti i gatti sono bigi. E invece no.
Bisogna ascoltarle queste parole, che Domenico Guarino e Chiara Brilli hanno saputo e voluto raccogliere, mettendo il loro mestiere di giornalisti al servizio di un dovere di memoria.
In Ribelli! (Infinito edizioni) ci sono le voci degli ultimi partigiani che raccontano la loro Resistenza: non come una commemorazione ufficiale, fuori da ogni retorica. La Resistenza come l'hanno vissuta, come li ha accompagnati poi per una vita intera, lasciandoli sulle rive di un nuovo millennio e di un'Italia diversa, quanto diversa.
C'è chi è partito ragazzino e alla macchia è diventato uomo. C'è la donna che ha fatto la sua scelta per amore e l'uomo che ha scelto da che parte stare per la vergogna del padre affamato, sorpreso a mangiare per strada roba che nemmeno i maiali. C'è il poco cibo diviso in parti uguali, ci sono gli spari nella notte.
Storie che dicono, non parole per seppellire.
E quando lo chiudi, questo libro, cominci a capire cosa intendeva davvero Italo Calvino, quando diceva:
La memoria conta solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di diventare senza smettere di essere e di essere senza smettere di diventare.