Che poi si tratta di un'idea semplice se ci pensi: fare di un piccolo cammino un viaggio vero e proprio.
Un'idea semplice, però poi hai bisogno di quella mattina in cui ti chiudi la porta di casa alle spalle e chiedi alle gambe di fare il loro lavoro, alla testa pure, perché non dia più niente per scontato. Anche se i luoghi sono gli stessi di sempre, gli stessi di villeggiature, gite fuori porta, cene tra amici. Così conosciuti, ancora così da conoscere: perché il cammino è questo che fa, ci assicura il mistero dei luoghi già frequentati, ci spiazza col dono della sorpresa: poco importa se ti sei fermato a Roncobilaccio.
Ecco, è un'idea semplice, ma Alessandro Vanoli sa restituircela col fascino dell'esplorazione di un luogo remoto, con l'affabulazione che solitamente è l'incanto di chi ritorna da altri continenti, da geografie incerte e mete imporbabili (lui però è uno che questo incanto saprebbe suscitarlo anche per due passi sul pianerottolo del condominio).
Pietre d'Appennino (Ponte alle Grazie) narra un suo itinerario per le montagne che sono anche le mie montagne, solo che apparteniamo a versanti diversi, lui emiliano, io toscano (ma queste montagne, si sa, uniscono tanto quanto separano): e incredibile quanto ci porti lontano questo viaggio sotto casa.
Pietre d'appenino: e le pietre, si sa, raccontano storie se presti loro voce, se coltivi la curiosità, se sai che il senso del viaggio, come ci dice Alessandro, è ricordare, ritrovare tracce e segni.
Cammini e nel cammino ritrovi i cammini di millenni: pellegrini, mercanti, soldati, banditi. Cammini e recuperi ciò ciò che è stato, ciò che forsa sarà: perché non ci si pensa spesso, ma si fa Storia anche camminando.


















Quanto ad apertura mentale, invece, Enrico Brizzi non dovrebbe davvero lamentarsi. In Nessuno lo saprà - 420 pagine e quasi altrettanti chilometri di faticoso camminare - ci dimostra che si può fare un grande viaggio anche senza puntare all'"altrove" della Mongolia o della Namibia, perché c'è un "altrove" anche dietro l'uscio di casa, fatto di sentieri poco battuti, borghi medievali dimenticati, pascoli in altura e paesini con un bar e poc'altro.
La montagna che non ha nemmeno i titoli di nobiltà che spettano alle Alpi, perché di Appennino si tratta.
Un viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, vesciche ai piedi e chiacchiere nel silenzio.
Il passo del pellegrino, la suggestione del trekking, il tempo che diventa esplorazione della natura ma anche di se stessi.
Poi un cambio di marcia quasi inatteso, quando si aggiungono altri compagni di spedizione. Allora il pellegrinaggio diventa qualcosa di assai prossimo al Marrakesh Espress di Salvatores, tanto per intendersi: e c'è la crisi generazionale, l'amicizia che affonda in altre vite e si fa nostalgia ma anche sindrome di Peter Pan.
C'è perfino l'esperienza del qat, le foglie "euforizzanti" che accompagneranno un bel po' di tappe, ci sono le due ragazze incrociate per strada che finiranno per portare via anche le carte di credito, c'è l'amico di sempre, detto il Viet, che vorrebbe solo suonare la batteria e non avere mai più una fidanzata farmacista.
E diventa un'altra cosa, certo, ma il viaggio può essere anche questo. E può diventare anche un libro come questo, capace di regalarti pure una bella dose di buon umore.
Tanto che alla fine perdoni pure quella scelta, faticosa, ma faticosa davvero, più del sentiero appenninico, di scrivere tutto il libro in seconda persona. Cosa che in passato avevo trovato solo in Rex Stout. Che era Rex Stout, appunto.