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lunedì 27 settembre 2021

L'Appennino sotto casa come un altro continente


Che poi si tratta di un'idea semplice se ci pensi: fare di un piccolo cammino un viaggio vero e proprio. 

Un'idea semplice, però poi hai bisogno di quella mattina in cui ti chiudi la porta di casa alle spalle e chiedi alle gambe di fare il loro lavoro, alla testa pure, perché non dia più niente per scontato. Anche se i luoghi sono gli stessi di sempre, gli stessi di villeggiature, gite fuori porta, cene tra amici. Così conosciuti, ancora così da conoscere: perché il cammino è questo che fa, ci assicura il mistero dei luoghi già frequentati, ci spiazza col dono della sorpresa: poco importa se ti sei fermato a Roncobilaccio.

Ecco, è un'idea semplice, ma Alessandro Vanoli sa restituircela col fascino dell'esplorazione di un luogo remoto, con l'affabulazione che solitamente è l'incanto di chi ritorna da altri continenti, da geografie incerte e mete imporbabili  (lui però è uno che questo incanto saprebbe suscitarlo anche per due passi sul pianerottolo del condominio). 

Pietre d'Appennino (Ponte alle Grazie) narra un suo itinerario per le montagne che sono anche le mie montagne, solo che apparteniamo a versanti diversi, lui emiliano, io toscano (ma queste montagne, si sa, uniscono tanto quanto separano): e incredibile quanto ci porti lontano questo viaggio sotto casa.

Pietre d'appenino: e le pietre, si sa, raccontano storie se presti loro voce, se coltivi la curiosità, se sai che il senso del viaggio, come ci dice Alessandro, è ricordare, ritrovare tracce e segni

Cammini e nel cammino ritrovi i cammini di millenni: pellegrini, mercanti, soldati, banditi. Cammini e recuperi ciò ciò che è stato, ciò che forsa sarà: perché non ci si pensa spesso, ma si fa Storia anche camminando.


 

 

 

martedì 6 agosto 2019

In cammino per ritrovare il pittore dell'Appennino

Ci sono sentieri che non si limitano a oltrepassare un crinale, ci sono passi che non puntano solo verso una località segnata sulle carte. Soprattutto in certi cammini si va avanti anche per misurare la profondità del tempo, a volte addirittura per inseguire quanto di una vita trascorsa ancora rimane. Quello che ci ci racconta Oreste Verrini in Madri (Fusta editore), il suo ultimo libro, è senz'altro uno di questi cammini.

E dunque, prima di tutto c'è un viaggio a piedi lungo una settimana - la più strana della mia vita preannuncia Oreste già nelle prime righe - un viaggio sull'Appenino meno conosciuto e frequentato Tra Emilia e Toscana. C'è una montagna bella e ruvida, con i suoi toponimi che messi in fila sembrano una preghiera in una lingua di misteri, una montagna che è una trapunta di storie sospese tra passato e presente. Ma soprattutto c'è un pittore che arriva da un altro secolo, da quel Quattrocento in cui l'arte italiana ha riemptto cataloghi e pinacoteche del mondo intero.

Si chiama Pietro da Talada, non è tra i grandi che hanno lasciato un segno vistoso, è già molto che il suo nome si sia sottratto all'oblio. Lavorava per chiese di paese, non per il Papa a Roma o per i signori di Firenze e Milano. Eppure anche lui possedeva il dono della bellezza e ce l'ha donata a sua volta, lasciandocene testimonianza in luoghi che non raggiungono le comitive dei turisti.


E' questa la vita che Oreste insegue con i suoi passi, quest'uomo che come oggi Oreste allora si spostava da un versante all'altro dell'Appennino, là dove poteva sfamarsi con la sua arte. Appennino Tosco-Emiliano, qualche decennio prima della scoperta dell'America: e mi sembra una storia da romanzo russo, capace di esprimere l'anima di un popolo attraverso le vicende di uno di quei monaci che affrescavano le pareti dei monasteri in tempi difficili.

Le Madonne di Pietro da Talada parlano ancora al cuore: e meritano il cammino di un uomo dei nostri giorni. Meritano un libro con cui condividere il miracolo del cammino e della bellezza.



domenica 28 luglio 2019

Marisa e il romanzo che ci riporta sull'Appennino

E dunque, da dove cominciare? Forse dai tre anziani fratelli che nel giro di pochi mesi scompaiono uno dopo l'altro, tanto da destare il mormorio della gente, perché uno va bene, due anche, ma tre non può essere più un caso. Oppure dalla figura di Saverio, giornalista come credo di aver conosciuto in diverse redazioni locali, spezzatino di talento, di amore per la professione e disillusione, se non altro lui prova a esorcizzare la routine di una vita con le complicazioni - e quali complicazioni - dei sentimenti. O forse, ancora, da un intero paese dell'Appennino tosco-emiliano, con le sue storie sedimentate nel tempo, le memorie che non sono mai univoche, gli intrecci di interessi e relazioni, il fluire incessante di pettegolezzi, confidenze, illazioni. 

Non so bene da dove cominciare, per parlarvi de L'ultimo dei Santi di Marisa Salabelle, e credo che questo sia già un buon inizio, vuol dire richiamare la ricchezza del libro, con i suoi molteplici spunti e possibili piani di lettura. Un giallo, sì, certamente: ma un libro, un bel libro, soffre se chiuso dentro una definizione di genere. 

Ne L'ultimo dei Santi ci sono misteri, investigatori, indagini, una trama che si scioglierà in modo imprevedibile. Però non è un caso che sia stato scelto per aprire la collana Appenninica, curata dal sottoscritto e da Marino Magliani per la casa editrice Tarka.

Perché dentro ci sono i colori e gli odori dell'Appennino, perché dell'Appennino c'è la gente, perché persino il paese di Tetti, per chi frequenta i posti, diciamo, tra Pistoia e Porretta Terme, è posto che esiste e si riconosce. Perché Marisa ci racconta cos'è stata questa montagna non troppo tempo fa, ancora nel secondo dopoguerra, e cosa è oggi: sempre più marginale, abbandonata, incerta sul suo futuro. 

Ma chissà, forse sarà anche grazie a libri come questi, buone storie per buone penne, che riusciremo a immaginarci un futuro per la nostra montagna. 

sabato 8 dicembre 2018

L'ambiente non annoia più, con l'ambasciatore delle foreste

Poco importa che si tratti di catastrofi che riguardano tutti, ogni volta che sente parlare di ambiente l'autore comincia a sbadigliare, preso dalla noia. A molti succede così. 

Un giorno un collega gli regala un libro che parla di tale George Perkins Marsh, primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln. Fa le fotocopie, le mette via, solo dieci anni più tardi capisce di chi si tratta: è l'uomo che, nel secolo del progresso e dell'industria, prima ancora che esista la stessa parola ecologia, capisce cosa sta succedendo al mondo. Il primo che parla di cambiamenti climatici e di foreste da salvare. 

Ne nasce un viaggio dalle foreste del New England alle foreste del nostro Appennino, passando per i deserti dell'Africa. Ma soprattutto comincia un viaggio intorno a una persona dimenticata - pensare che dall'altro lato dell'Atlantico Marsh è considerato il padre di parchi come Yellowstone - che ci regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà. 

Non c'è più noia, con questo personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, ma si appassiona alle saghe di Islanda e coltiva l'idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. 

E chi è che parla, alla fine? L'autore o l'ambasciatore delle foreste?

(Dal risvolto di copertina del nuovo libro del sottoscritto: L'ambasciatore delle foreste, Arkadia editore)

sabato 24 febbraio 2018

Capitando per caso alla casa del poeta

Poi un giorno ti capita tra le mani un libro di dieci anni fa. E forse non ti ha cercato, forse l'hai proprio cercato tu, perché a volte la curiosità ti spinge via dai libri che hai deciso di leggere, quelli che stanno in attesa sulla scrivania o sul comodino, ti spinge via e ti deposita davanti a una bancarella dell'usato o su uno scaffale più trascurato di una libreria. Oppure in effetti c'era un argomento da approfondire e l'occhio ti è cascato. Oppure avevi fame di parole con cui rivestire un sentimento o un viaggio da fare.

E così capita un libro come questo, che quando è uscito credo non abbia scalato le classifiche dei best-seller, uno di quei libri che scivolano via e vai a sapere se meritava davvero attenzione.

Autore Paolo Lagazzi. Titolo: La Casa del poeta. Sottotitolo: Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci. Un editore importante, Garzanti. E bella è anche l'edizione, di un'eleganza che desta una qualche nostalgia - e la nostalgia, si sa, è un sentimento che sai abitare benissimo. Però che dire? Non hai mai sentito nominare l'autore e tanto meno Casarola. Di Attilio Bertolucci, poi, fino all'altro giorno sapevi vagamente solo che è stato un poeta, padre di un grandissimo regista.

Lo prendi perché scopri che Casarola è un paesino incastonato sull'Appennino: ci arriva una strada che da Parma, curva dopo curva, sale i monti. E per in  monti, in particolare per l'Appennino, coltivi un pregiudizio decisamente favorevole.

Senza troppa convinzione, gli dai un'occhiata. E sorpresa, non è un libro di memorie, tantomeno il saggio di un critico o di uno storico locale.

C'è l'Appennino, qui dentro, c'è la montagna e la sua poesia. C'è la casa del poeta, che non sono solo pareti e arredi, ma vita che si è impastata e che ha fatto appunto casa. C'è lo sguardo che da quella casa si irradia tutto intorno, facendo propri i boschi e le vette. Ci sono le estati, le ventiquattro estati una dietro l'altra, che si confondono e diventano un'unica estate, perché così era ai tempi delle villeggiature, magari proprio in Appennino, erano mesi che più che altro rappresentavano un ritorno, non un viaggio, erano un ritrovarsi e un riconoscersi, che importanza poteva avere l'anno?

C'è certo anche un'altra Italia, di cui ormai è rimasto poco e quel poco credo proprio in posti come Casarola. Così semplice Casarola, eppure non riesci a liberarti dell'idea che trattenga qualcosa della magia.

E c'è la poesia, ovviamente. La poesia che è casa, che è montagna, che è tempo e che è luce che illumina il cammino.

Non me lo dire: questo libro, forse, lo avrai letto fino in fondo. 

lunedì 27 novembre 2017

A piedi sulla Linea Gotica, con una bandiera che è Irene

Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dovve caddero i partigiani...

Lo diceva il grande Piero Calamandrei, le cui pagine andrebbero riportate nelle scuole, nell'epoca della Grande Amnesia e della Rete che mastica insieme verità e falsità, restituendo solo indifferenza. Lo diceva lui e non a caso parlava di pellegrinaggio, la stessa parola, a volte abusata, che spinge in cammino le persone per Roma o per Santiago.

Ha un nome, un tracciato, una  successione di tappe sulla carta, questo pellegrinaggio: è la Linea Gotica, dove i nazifascisti si attestarono per lunghi terribili mesi, è il nostro Appennino segnato dalle azioni partigiane e dalle stragi di civili, quali Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto.

Pellegrinaggio, ma non solo, perché  quello che un tempo fu il fronte oggi può essere uno splendido cammino coast to coast. Un modo di attraversare l'Italia dal Tirreno all'Adriatico - o viceversa - che certo gode meno fortuna di tanti cammini che l'Appennino lo passano da Nord a Sud, quale la Via degli Abati o la Via degli Dei.... Eppure, eppure, quanta bellezza in questo cammino, che non è solo un cammino.

Martina Fabbri - autrice bolognese che mette insieme la passione per il cammino con la cura della memoria - ce lo racconta in A piedi sulla Linea Gotica (Andrea Pacilli editore): 18 tappe dove non ci sono solo la fatica, la pioggia, il riposo nei rifugi, lo zaino fatto e disfatto. Ci sono i luoghi che parlano, ci sono gli incontri, ci sono i fatti che le fake news non potranno attaccare. Perchè questo è stato, questo è successo.

Una tenda come casa che abbraccia un tempo e uno spazio più larghi.Bustine di tè e qualche sorso di buon vino per dare conforto al corpo stremato. Ma soprattutto una bandiera - che è la bandiera dell'Anpi - che viene dietro come una compagna di viaggio, che raccoglie le firme delle persone incontrate per strada, che ha persino nome: Irene, nome di popolo, nome che significa pace.

Da leggere, questo libro. Da trarne ispirazione, anche. Per chi potrà tracciare e curare meglio questa via, in grado di diventare una delle grandi vie italiane. E per chi magari si metterà in cammino, cercando memoria e bellezza.
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giovedì 19 maggio 2016

Ascoltando la voce delle case abbandonate


Vedere cosa? Vedere com'è una cosa abbandonata. E' una casa come tutte le altre solo che dentro non c'è più nessuno. Ma io lo sapevo che non era vero. E poi come si fa a dire se una casa è abbandonata? 

Ecco, ho appena finito La voce delle case abbandonate di Mario Ferraguti, scrittore, esploratore, uomo curioso che mi ha accompagnato per abitazioni in rovina, paesi di montagna riconquistati dalla natura, case che un tempo furono di contadini, pastori, casellanti.

E' un piccolo libro, ma faccio fatica a restituirlo alla mia libreria. Piccolo, ma destinato a risuonarmi a lungo dentro, così come hanno ancora voce i luoghi di cui si parla, ancora voce anche se non ci sono più le famiglie che li hanno abitati, magari per molte generazioni.

Di tutti i gioielli che finora Ediciclo ci ha proposto nella sua collana Piccola filosofia di viaggio, questo è uno dei più preziosi. Bello, suggestivo, intenso. Un viaggio tra i monti dell'Appennino più selvaggio - diventato tale anche per i tanti uomini che sono scesi a valle - che adopera la parola della poesia e la forza della visione.

Pensate a queste case, alla vita che le ha segnate, alla vita che in qualche modo vi rimane. Talvolta le radici degli alberi hanno frantumato le pietre, i rami si sono aperti una strada al cielo attraverso i tetti. Talvolta in cucina sono rimasti tanti oggetti come per una partenza improvvisa. O come se da un momento all'altro ci potesse essere un ritorno.

Quel ritorno che all'inizio le case si attendono. Tanto che all'inizio se ne avverte la tristezza. Prima che si affidino al tempo e al mormorio delle voci. Perché sono vive, le case, nonostante l'abbandono.




lunedì 4 aprile 2016

Tra sogno e rocce, le tre montagne di Meschiari

Un anziano che azzarda l'ultima scalata della vita, con i suoi acciacchi e i suoi pensieri; due uomini che intrecciano una strana amicizia, perdendosi e ritrovandosi sui sentieri della Resistenza; un figlio che ascolta le ultime parole del padre in un bosco senza tempo. Tre parabole di vita, tre storie, tre montagne: è questa la sostanza del sorprendente libro di Matteo Meschiari, professore di antropologia e studioso del paesaggio, pubblicato da una piccola ma coraggiosa casa editrice piemontese, Fusta, nella collana Bassastagione.

Tre montagne, questo appunto è il titolo, è un libro difficile da raggiungere, come una cima dei miei Appennini. Certo non un libro di cui si legge nelle pagine di cultura dei quotidiani o che viene segnalato nei flussi dei social media o che spicca nelle vetrine delle principali librerie. Ci si può arrivare solo grazie a quelle strane magie per cui un libro, vai a sapere perché, accende la tua curiosità. Oppure grazie a quelle correnti che attraversano il grande mare della lettura e che un giorno depositano un consiglio sulla tua sponda - perché questo è in effetti il passaparola.

Libro difficile da raggiungere, ma poi anche non semplice da scalare: lettura che richiede sforzo, impegno, concentrazione. Ma poi è davvero come una cima che ti sei proposto di fare tua, per poi sorprenderti a ogni passo di ciò che vedi intorno a te e per ciò che riesci a fare.

Giochi di vento, disegni di luce, rocce, materia e sogno: queste sono le montagne di Meschiari. E una volta calpestate ti rimangono dentro.

sabato 13 febbraio 2016

Se Guccini e Aime si ritrovano a conversare sotto i castagni

Che tu sei qui - che la vita esiste, e l'identitità,
che il potetente spettacolo continua,
e tu puoi contribuire con un verso

Sono versi del grande Walt Whitman e mi sembrano perfetti per esprimere le emozioni che mi ha prodotto la lettura di Tra i castagni dell'Appennino (Utet), conversazione, anzi, conversazioni tra un antropologo come Marco Aime e un uomo che non ha bisogno di presentazioni come Francesco Guccini.

Libro che ho acquistato senza saperne niente. Di più: che ho acquistato avendo preso fischi per fiaschi, convinto che fosse un libro che parlava della mia montagna. In realtà è di Francesco Guccini che si parla. E quindi anche dellla montagna, vista da quell'angolo che è Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano. Ma parlando di Guccini, è ovvio, è di infinite altre cose, che viene naturale parlare. Di montagne ma anche di pianure, di canzoni da disco e da osteria, di emigranti e di compagni di briscola. Di piccole città, bastardi posti, e di città come Costantinopoli, dove l'Oriente si mescola all'Occidente. Di notti che dal vino sono bagnate e di partenze. E ovviamente anche di eskimi innocenti, di incontri lungo le scale, di amici che non son razza padrona, di locomotive a bomba contro l'ingiustizia...

No, nemmeno un libro sulla storia di un artista, sarebbe riduttivo. Con un intervistatore come Aime, poi, che a lungo dev'essersi intrattenuto in quel di Pavana, dopo averla raggiunta con la corriera. 

Piuttosto un libro con tanta poesia, un libro sul tempo che passa e che confonde, che separa e rovescia nostalgia, ma a volte sa donare anche buone ragioni e una strana pace.

Da leggere. Consigliato anche a chi - ma lo voglio vedere - di Guccini non ha mai ascoltato proprio niente.


 

giovedì 8 maggio 2014

Perché non si parla dell'Appennino?

E' scandaloso quanto poco si nomini l'Appennino. 

Nei titoli dei giornali compare cinque volte meno rispetto alle Alpi. Della catena dominante si parla continuamente: convegni sulla transumanza degli orsi, sulle regioni a statuto speciale, i dialetti occitani, il postfordismo del Nordest pedemontano, la biodiversità nelle Orobiche e i fiumi del Bellunese. 

Non parliamo dell'Alto Adige e dei suoi maledetti gerani ai balconi. Una pestilenza. Eppure, le Alpi sono solo la cornice esterna del paese. Gli Appennini invece ne sono l'anima, lo stomaco, la colonna vertebrale. E sono lunghi quasi il doppio.

Senza di loro, la patria si affloscerebbe come uno Zeppelin senza gas nella pancia.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli)

mercoledì 7 maggio 2014

Posti misteriosi, proprio accanto alle grandi strade

Chi ha detto che in Italia non c'è più terra incognita?

Cosi si chiede Paolo Rumiz, nel bel mezzo di un viaggio alla scoperta della montagna italiana, prima le Alpi da un capo all'altro, poi gli Appennini fino all'estrema propaggine meridionale. Curva dopo curva, su strade secondarie, fili sottili e tortuosi sulle mappe degli automobilisti, che quasi sempre prediligono la linea retta, assecondata da viadotti e gallerie. Strade dimenticate, strade che solo di tanto in tanto tocca imboccare, per una deviazione obbligata, perché non se ne può fare a meno.

Sostiene Paolo Rumiz, che in quel viaggio si è concesso il piacere estremo di partire e arrivare in fondo con una vecchia Topolino, che è proprio questo ciò che vale, il tempo che sembra perso e invece si guadagna, la sorpresa annidata dietro ogni tornante. A volte, afferma, neanche troppo lontano dalle linee rette con cui abbiamo preteso di soggiogare le montagne. I posti più misteriosi, afferma, stanno spesso accanto alle grandi strade, totalmente ignorati dal flusso che li percorre. Ed è un po' come per i ladri, che si dice rubino meglio vicino alle questure.

Solo qualche mese fa, con colpevole ritardo, ho letto La leggenda dei monti naviganti. A mio parere uno dei libri più belli di Rumiz. Dopo averlo finito l'ho messo via, su uno scaffale, con un pizzico di gratitudine misto a invidia: quel viaggio non era il mio viaggio.

Poi pochi giorni fa sono partito per un trekking con i miei amici. La via alta della Liguria, montagna con vista mare. A poche centinaia di metri in linea d'aria Portovenere, le Cinque Terre, alcuni dei luoghi più amati, conosciuti, frequentati da turisti di ogni paese. Poco più sopra, bellezza rarefatta, accarezzata dal silenzio. E solo così ho inteso davvero quel libro.

giovedì 20 marzo 2014

Le parole di Beatrice per salutare la primavera

Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.

Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.

Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.

Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.

Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.

Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.

E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.

Dove sono allora i canti della mia giovinezza? Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.

Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra. Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.

Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

(Paolo Ciampi, Beatrice, il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus)

domenica 26 agosto 2012

Mi sembra un sogno, ancora un sogno

Mi sembra un sogno, ancora un sogno, che proprio io, Beatrice Bugelli, la pastora, abbia cantato in piazze gremite, che signori e letterati se ne siano rimasti a pendere dalle mie labbra. Ma questo gliel’ho già detto.
L’altro giorno mi son destata con questo pensiero: fossi stata sempre muta, a questo punto la mia sorte non sarebbe diversa. E di me non serberà comunque memoria il tempo.
Non fosse per persone importanti come lei, tutto quanto ho vissuto e fatto mi parrebbe una fantasia.
E io lo so, professore, che vorrebbe farmi una domanda che più o meno suona così: vale davvero qualcosa, la poesia, se non può essere ricordata?
Vale la pena?
E a me vien da risponderle così, professore, per come la intendo io.
Le rispondo che la poesia è come le sere quando fuori nevica e in casa c’è il paiolo sul fuoco, il legno brucia e scoppietta, il fumo sale e per un po’ tutto tace e per aria si spande una quiete che è un miracolo. E che allo stesso tempo è una folata, è vento di tramontana, solo che non è gelido, piuttosto caldo come un tizzone.
Le rispondo che la poesia è acqua fresca che scaturisce dalla roccia e ci disseta, che è ninna nanna con cui si appisola beato quell’unico paese tutto nostro che è il cuore. Ed è il placido conversare di fanciulle al fresco di una sera d’estate, quando si vagheggia di amori che non si vedono ma si portano nel cuore.
Io non so cosa si provi a lasciarle scritte, le parole, non so nemmeno cosa siano davvero quelle formichine nere che le persone istruite lasciano sui fogli.
Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora  i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

(da Paolo Ciampi, Beatrice, Sarnus edizioni)

sabato 7 aprile 2012

A coloro che cercano qualcosa in cima ai monti

Passerò questi giorni di Pasqua nella mia baitina sull'Appennino, tra gli ultimi boschi e i pascoli, sotto la vetta di roccia del Libro Aperto (un nome, un programma).

Sarà per questo che oggi mi è di nuovo cascato l'occhio sul libro che Erri De Luca ha scritto con Nives Meroi, straordinaria donna alpinista, per condividere con tutti noi il loro comune amore per la montagna.

Loro in realtà si arrampicano sulle vette più alte, io non mi allontano dai sentieri più tranquilli e meglio segnati, ma la montagna non mi rifiuta lo stesso la sua lezione.

In ogni caso si sale su per per tornare alla vita. Magari alla vita di tutti i giorni.

Sarà un caso, ma proprio lassù, quando ti sembra di toccare il cielo con un dito, ecco, proprio lassù ti riagguanta la nostalgia di casa.

Di questa passione e di questa nostalgia parlano Erri e Nives. Parlano con naturale parsimonia, perché la montagna insegna a tenersi in bocca le parole. Ma in questo modo sembrano dirsi tutto. E ci dicono davvero tutto, perché la vita è così, una scalata, una fatica, a volte una cima che ti ubriaca di bellezza e poi ti invita a discendere.

Consigliato a tutti coloro che in questi giorni cercheranno qualcosa su in alto.

lunedì 9 maggio 2011

Chiacchiere e silenzi dal Tirreno all'Adriatico

Se Chatwin avesse avuto la tua stessa apertura mentale, non avrebbe mai scritto una riga. Sarebbe rimasto direttamente a bere birra al pub sotto casa

Quanto ad apertura mentale, invece, Enrico Brizzi non dovrebbe davvero lamentarsi. In Nessuno lo saprà - 420 pagine e quasi altrettanti chilometri di faticoso camminare - ci dimostra che si può fare un grande viaggio anche senza puntare all'"altrove" della Mongolia o della Namibia, perché c'è un "altrove" anche dietro l'uscio di casa, fatto di sentieri poco battuti, borghi medievali dimenticati, pascoli in altura e paesini con un bar e poc'altro.

La montagna che non ha nemmeno i titoli di nobiltà che spettano alle Alpi, perché di Appennino si tratta.

Un viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, vesciche ai piedi e chiacchiere nel silenzio.

Il passo del pellegrino, la suggestione del trekking, il tempo che diventa esplorazione della natura ma anche di se stessi.

Poi un cambio di marcia quasi inatteso, quando si aggiungono altri compagni di spedizione. Allora il pellegrinaggio diventa qualcosa di assai prossimo al Marrakesh Espress di Salvatores, tanto per intendersi: e c'è la crisi generazionale, l'amicizia che affonda in altre vite e si fa nostalgia ma anche sindrome di Peter Pan.

C'è perfino l'esperienza del qat, le foglie "euforizzanti" che accompagneranno un bel po' di tappe, ci sono le due ragazze incrociate per strada che finiranno per portare via anche le carte di credito, c'è l'amico di sempre, detto il Viet, che vorrebbe solo suonare la batteria e non avere mai più una fidanzata farmacista.

E diventa un'altra cosa, certo, ma il viaggio può essere anche questo. E può diventare anche un libro come questo, capace di regalarti pure una bella dose di buon umore.

Tanto che alla fine perdoni pure quella scelta, faticosa, ma faticosa davvero, più del sentiero appenninico, di scrivere tutto il libro in seconda persona. Cosa che in passato avevo trovato solo in Rex Stout. Che era Rex Stout, appunto.

giovedì 2 settembre 2010

Leggere e camminare con Dino Campana

Se c'è un'operazione che risulta inutile alla comprensione dei Canti Orfici, - dice Cenacchi - questa è paradossalmente proprio l'esercizio della critica letteraria. Basterebbe forse leggere e camminare, camminare e leggere fino a confondere la prosa dei testi e quella del cammino, fino a non poter più distinguere la linea dei versi da quella dei propri sentieri

Amava le montagne, Giovanni Cenacchi, le amava e sapeva tradurle in parole e immagini che arrivavano al cuore di tutti, anche di coloro che già in collina cominciano a sentirsi fuori posto. Se n'è andato via troppo presto, Giovanni Cenacchi, portato via da una malattia che, tra le altre cose, ci ha privato di nuovi libri da tenere cari.

Come I monti orfici di Dino Campana (Polistampa), un libro che mi è capitato tra le mani quasi per caso (non credo nemmeno che sia di facile reperibilità). L'ho cominciato con l'idea di leggiucchiarlo e magari lasciarlo lì. Invece mi ha catturato, spiazzato, inchiodato a diverse riflessioni.

Beh, non capita tutti i giorni di imbattersi in un saggio letterario che è anche una singolare guida per avventurarsi in passeggiate per i monti. O se preferite, in un libro sulle meraviglie dell'Appennino meno conosciuto che è anche una formidabile biografia poetica.

Perché è questo che fa Giovanni Cenacchi, uomo innamorato della montagna che sceglie di camminare a fianco di un altro uomo, Dino Campana, per cui la montagna è stata maledizione (lui montanaro, come sperava di conquistare il mondo della cultura, lontano giù in città?), ma anche rifugio e consolazione.
Con un Dino Campana che conosciamo meno perché ha prevalso il mito del poeta maledetto e pazzo, relegato in manicomio: mito che poi è doppiamente fuorviante, perché il Campana del manicomio non è più il Campana poeta, è già un altro uomo.

Come parlare allora della sua poesia, senza le sue montagne? Forse c'è un altro modo: e si può cominciare lasciandoci dietro le biblioteche e i computer, mettendoci uno zaino in spalla, avventurandosi per gli stessi sentieri che lui stesso un tempo calpestò.


Leggere e camminare, camminare fino a riconoscersi nelle parole di Dino Campana:
E' così dolce sentirsi una goccia d’acqua una sola goccia ma che ha riflesso per un momento i raggi del sole

Camminare e leggere, appunto. Camminare e ascoltare la poesia.

venerdì 30 luglio 2010

Quando Beatrice ci regalava ancora il suo canto

Ripenso spesso al canto di Beatrice e a queste parole, tratte dal mio libriccino. Ve le  ripropongo, perché penso che possano valere per tutti noi

Mi sembra un sogno, ancora un sogno, che proprio io, Beatrice Bugelli, la pastora, abbia cantato in piazze gremite, che signori e letterati se ne siano rimasti a pendere dalle mie labbra. Ma questo gliel’ho già detto.
L’altro giorno mi son destata con questo pensiero: fossi stata sempre muta, a questo punto la mia sorte non sarebbe diversa. E di me non serberà comunque memoria il tempo.
Non fosse per persone importanti come lei, tutto quanto ho vissuto e fatto mi parrebbe una fantasia.
E io lo so, professore, che vorrebbe farmi una domanda che più o meno suona così: vale davvero qualcosa, la poesia, se non può essere ricordata?
Vale la pena?
E a me vien da risponderle così, professore, per come la intendo io.
Le rispondo che la poesia è come le sere quando fuori nevica e in casa c’è il paiolo sul fuoco, il legno brucia e scoppietta, il fumo sale e per un po’ tutto tace e per aria si spande una quiete che è un miracolo. E che allo stesso tempo è una folata, è vento di tramontana, solo che non è gelido, piuttosto caldo come un tizzone.
Le rispondo che la poesia è acqua fresca che scaturisce dalla roccia e ci disseta, che è ninna nanna con cui si appisola beato quell’unico paese tutto nostro che è il cuore. Ed è il placido conversare di fanciulle al fresco di una sera d’estate, quando si vagheggia di amori che non si vedono ma si portano nel cuore.
Io non so cosa si provi a lasciarle scritte, le parole, non so nemmeno cosa siano davvero quelle formichine nere che le persone istruite lasciano sui fogli.
Le parole mi scorrono dentro, libere, mi attraversano e mi prendono.
Sono sangue, sono vita. In esse, professore, mi c’interno. E con esse ritorno fuori e abbraccio il mondo.
Non sono rincitrullita e lo so che le parole scritte resteranno scritte in eterno, e che le mie parole, invece, sono come nebbia nel vento che scappa, sono fumo che sale al cielo.
Ma la parola detta, la parola cantata, è bella perché è unica, perché è tutta piena di melodia.
E questa melodia conta più di me e persino più di lei, professore.
Perché la bellezza è fiore che sfiorisce e poi ritorna.
Perché la poesia è bellezza e la bellezza dura per sempre, anche quando sparisce. Perché è gioia che rimane, splendore che aumenta. E se gli altri se ne scorderanno alla svelta, noi le troveremo sempre un posticino indisturbato, come una pietra preziosa in uno scrigno.
E sarà dolce sogno, carezza di ricordo, salvezza.
Dove sono allora  i canti della mia giovinezza?
Vorrei illudermi, dire che sono un’eco che vibra ancora su questi nostri monti. Magari è davvero così.
Perché questi versi sono i fiori incolti di questa terra.
Fiori che nascono e muoiono senza che nessuno debba curarsene.
Muoiono ma la primavera dopo sono di nuovo qui a rallegrarti.

sabato 19 giugno 2010

Dai Tuareg all'Abetone, la poesia dei pastori


A volerla percorrere fino in fondo, questa è una storia che sembra fatta apposta per incantare e sedurre.

Una storia meravigliosamente generosa, che ci regala suggestioni a non finire: la poesia e la pastorizia, un sottile filo che si snoda attraverso i millenni. Non mi riferisco alle tante pagine che nel tempo si sono offerte a chi ama cibarsi di letteratura, dai lirici dell’antica Grecia ai cantori di tante finte Arcadie del nostro Seicento, fino al pastore errante dei versi di Leopardi, con il suo dolce canto notturno.

No, questa poesia è parola viva, parola che scappa via, parola di pastori veri. Poco importa che si trovi tra le rocce degli Abruzzi oppure tra i deserti solcati dalle carovane dei Tuareg. La domanda del poeta di Recanati – Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? – appartiene a tutti loro. È fatta delle loro vite, segnate da albe rarefatte e da irrimediabili distanze, dalle fatiche della transumanza e dall’immobilità di meriggi infuocati.

Il pastore ha tempo per immergersi nel tempo universale, vive nel silenzio che a volte è maestro nello scolpire la parola.

C’è chi accosta la poesia dei pastori, in ogni caso la poesia popolare, a una non meglio precisata poesia naturale che i bambini, soprattutto loro, possiedono e talvolta manifestano. Viene in mente cosa Piero Citati raccontava di Tolstoi. Una volta lo scrittore russo si ritrovò a scrivere per ore e ore sotto la dettatura di due contadinelli che stava cercando di strappare all’analfabetismo. Gli pareva di scorgere il talento creatore, che era abituato a immaginare in Omero e in Puskin, personificato per la prima volta in due ragazzetti contadini: la poesia stava davanti ai suoi occhi; ed era una grande emozione vedere esteriorizzata questa terribile forza, che tante volte aveva sentito agitarsi dentro di lui.

Bello, come no. Però non mi pare un granché spacciare la poesia popolare, la poesia non scritta, per una sorta di bambinata. Il verso del pastore emerge dal lavoro e dalla meditazione. E poi perfino l’improvvisazione non si improvvisa, se così si può dire. Ha bisogno di una maestria che non si inventa, anche se difetta dell’istruzione che vantano i “veri” intellettuali.
Semmai preferisco pensarla come Ermolao Rubieri, nell’Ottocento autore di una storia della poesia popolare italiana.

Gli uomini prima di avere scritto, certamente parlarono. E anche la poesia… dee aver cominciato dallo essere popolare per poi diventare letteraria… Se i letterati possono perfezionare le favelle, quelli che le formano sono i popoli, e non è possibile che i popoli per cantare aspettassero il cenno dei letterati.


E il cenno dei letterati non serve, quando c’è da cantare il lavoro e la festa, il sudore e le stagioni, il riposo e la tavola.

Sono le voci di un coro che racconta la vita di milioni di uomini senza volto, senza nome: gocce di un fiume generoso.
Voci che rompono il silenzio, che restituiscono la parola a chi la sorte assegnata per nascita vorrebbe senza parola.
Voci di un mondo che, apparentemente, sembra da sempre uguale a se stesso e impermeabile a qualsiasi cambiamento.
Stornelli e rispetti, ninne nanne e ballate: un mondo di poesia che arriva da tempi remoti e che solo gli scempi delle ultime due o tre generazioni hanno provato a spazzare via. Forse non ci sono riusciti.

Da Paolo Ciampi, Beatrice. Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus edizioni

domenica 28 marzo 2010

Beatrice e il professore, comincia così


È a tempo, professore. Entri, la prego, entri. Non stia lì.
Faccia attenzione, però: chini la testa, che quelle travi fanno male, a batterci contro. Ecco, così.
Come è ridotto, professore. Pare un pulcino bagnato, da quanto è fradicio. E come trema. Solo a vederla mette brividi di freddo.
È dura venire a piedi dal paese, con questa neve alta un metro così lesta a farti prigioniero. Ogni passo affondi e vai sempre più giù. Devi farti forza per tirare avanti. Il gelo entra nelle ossa, non se ne va più via. Prosegui, batti i denti e non c’è mai fine.
E lei è arrivato fin quassù. Grazie, professore, grazie.
Se l’aspettava questa cameruccia affumicata, questo pagliericcio?
Già. Soprattutto non si aspettava di trovarmi ridotta così. Una povera vecchia che sta per salutare il mondo, senza più forza nemmeno per tenersi in piedi.
Che dirle: nemmeno io me l’aspettavo.
Nei giorni scorsi sono stata malazzata, ma ieri mi sentivo bene. E per dirla tutta, anche fino a poche ore fa non avevo di che lamentarmi. Poi non so cosa mi ha preso, all’improvviso sono andata giù.
Che scena, tutti si sono spaventati. Hanno chiamato il prete per assistermi, e si sa, è questo il segno peggiore per chi si porta un corpo stanco come il mio… Dopo che mi ha visto l’ho pure sentito mormorare: “Per me non arriva a stasera”.
Invece mi sono riavuta, e ora sono qui. Distesa, ma proprio moribonda questo ancora no.
Mi era già capitato, di ritrovarmi con un piede nella fossa. Anche l’anno scorso il prete lo fecero salire in fretta e furia. Arrivò e mi ero già ripresa: non era ancora la volta buona.
E magari nemmeno ora se ne farà di nulla.
Certo, se non sarà oggi, sarà domani. Non posso sfuggire in eterno.
Non ne ho nemmeno voglia.
Guardi là in fondo, guardi il campicello dei morti che mi attende. Non è bello?
Con questo sole che scintilla sulla neve pare che mi saluti.
Per me è una promessa di pace.
Non le pare, professore?


(Paolo Ciampi, Beatrice.Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale, Sarnus. Disponibile anche su Ibs)

domenica 31 gennaio 2010

Ferretti e la voce antica dell'Appennino




All'origine di tutto ciò che posseggo c'è l'alfabeto.

Così comincia questo suo nuovo libro Giovanni Lindo Ferretti, reduce di molte cose che oggi non riconosce più sue, una volta cantante simbolo di diversi gruppi, un mondo girato di concerto in concerto per poi rifugiarsi in un altro mondo, un mondo antico, direi ancestrale, tra le rocce, i pascoli, i villaggi dell'Appennino.

L'alfabeto prima di tutto, dice Ferretti. E l'alfabeto si fa voce, in Bella gente d'Appennino, un libro che non riesco a immaginare come parola scritta, depositata sulla pagina. Piuttosto è nenia, è racconto da veglia al camino in una notte di freddo, è poesia, ma poesia qual'era quella dei montanari di una volta, poesia che si brucia in un istante, scintillio di bellezza, parola che scaccia parola. Parole di altre genti, che non abitano i nostri tempi.

Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono. Le riconsegno.

E ce le riconsegna con questo libro, Ferretti, racchiudendo in esso storie e gesti antichi, ricordi che risalgono le genealogie, radici non spezzate, odori e sapori, mestieri andati, bestie e uomini.

Un canto antico che sa di sudore e di stalla, una canto che si rinnova, quasi un fragile miracolo.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...