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lunedì 16 aprile 2018

Miriam, che non si chiama più Miriam

Immaginatevi anche voi la scena: un compleanno importante di una persona anziana a cui siete molto legati, per esempio vostra madre o vostra nonna.  Secondo la liturgia famigliare, arriva il momento della torta, del brindisi, del regalo. Solo che la festeggiata spiazza tutti prendendo le distanze dal nome con cui è sempre stata conosciuta. Che storia c'è dietro? E' ciò che succede con le persone avanti con l'età o c'è altro?

Ecco, è una frase così, semplice e disorientante, che dà il titolo al bel libro della scrittrice svedese Majgull Axellsson, Io non mi chiamo Miriam (Iperborea). Frase che è soprassalto di memoria e fischio iniziale di una difficile partita tra verità e menzogna.

No, Miriam non è Miriam: per tutta la sua seconda vita, iniziata molto molto tempo prima, ha portato un nome che non è il suo. Non si chiama così questa elegante signora che oggi compie 85 anni.

Nella prima vita Miriam si chiamava Malika e non era ebrea, ma rom. Non cambiava molto dal punto dei vista dei nazisti, che entrambi i popoli provvidero a sterminare nei campi di concentramento. Ma questa è la storia di Malika che nei giorni del massacro, per salvarsi, si spacciò per una ragazza che non ce l'aveva fatta. E benché incredibile - salvarsi prendendo l'identità di una ebrea, in quanto tale destinata all'annientamento - scampò ad Auschwitz e cominciò una nuova vita in Svezia. Per tutti Miriam, sopravvissuta ebrea.

Quante storie che si intrecciano in questo libro. Con questa ragazza rom che diventa adulta ebrea c'è tutta la storia di un popolo - anzi, di due popoli - dai massacri nazisti alle discriminazioni del dopoguerra, persino nella civilissima Svezia. Eppure prima ancora che un libro sulla deportazione e sull'odio razziale questo libro mi sembra un libro sull'identità. Sui nomi che ci plasmano. Sulle bugie con cui a volte impastiamo le nostre vite. Sui tentativi di separarci da ciò che siamo, quasi sempre votati all'insuccesso.

Ho pensato spesso a lei. A Miriam. La persona di cui ho vissuto la vita. Così dice a un certo punto Miriam che non è più Miriam, ovvero Malika che sta riprendendosi ciò che è giusto riprendersi. E in questo dire dopo tanto non dire c'è molto su cui riflettere. 
 

domenica 22 agosto 2010

Le parole qualunque del poeta dei Rom

Quando i tempi si fanno duri è facile andare a caccia di capri espiatori. E loro, poi, capri espiatori lo sono da sempre. Fin troppo facile, con gli zingari. C'è anche chi, come Nicolas Sarkozy, senza ricordare diversi politici nostrani, ne fa un sicuro cavallo di battaglia per sospingere quotazioni elettorali non precisamente brillanti.

Per quanto mi riguarda, non mi piace fare di ogni erba un fascio. E se c'è chi addita un popolo intero, allora come antidoto è utile anche la poesia. Perchè tra i Rom ci sono stati e ci sono ottimi poeti, come ottimi musicisti.

Ce ne sono di belllissime, ma tra tutte mi piace questa poesia di Rasim Sejdic (poeta di cui francamente ignoro tutto), poesia di parole qualunque che chiamano in soccorso parole qualunque. Parole che servono a tutti.

Sono rimasto in bilico
sulla lama di un coltello
Sono rimasto gelato come la pietra.


Il mio cuore tremò
sun caduto sul filo del coltello.


M'è rimasta la manodestra
e l'occhio sinistro
ho versato lacrime
ad Auschwitz dove son rimasti gli Zingari.


La lacrima è scesa
la mano ha preso la penna
per scrivere paorle qualunque.

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