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lunedì 22 aprile 2013

Quando la storia passa da un piccolo paese

Ci sono piccoli grandi libri, che sembrano raccontare solo una storia locale, un pugno di vicende nascoste nelle pieghe del passato. Invece abbracciano tutta un'epoca, donano il senso di un'idea in marcia, oltrepassano i confini di un paese o di un comune di poche migliaia di abitanti, raccontano in sostanza ciò che siamo stati e non smettono di bussare al nostro cuore e anche di interpellarci.

E' tutto questo O libertade o morte! di Daniela Bernardini e Luigi Puccini (edizioni Ets), un'opera che intende raccontare l'epopea risorgimentale di Buti, piccola cittadina della Toscana dove non si sono combattute battaglie, dove non si sono registrati moti popolari, che non si ricorda per armistizi, abdicazioni o trattati.

Una cittadina che, apparentemente, ha vissuto ai margini della grande storia. Eppure anche a Buti ha piantato radici l'idea di Italia di Giuseppe Garibaldi, da qui sono partiti volontari e sogni, qui sono tornati gli stessi volontari con qualche ferita e magari qualche delusione in più.

A Buti Garibaldi è passato solo una volta, presumibilmente per poche ore. Ma quante aspettative, quanti sogni, quante chiacchiere e quanti ricordi, intorno al Generale. Quante vite, anzi, quante storie di vita che potrebbero essere dei nostri progenitori.

C'è un modo di restituire il senso della storia che non ha niente a che vedere con la preparazione accademica, i riferimenti bibliografici, l'apparato di note. Lo ritrovo in queste pagine: le prime, per esempio, che girano tutto intorno alle frequentazioni e alle conversazioni in trattoria; o le ultime, con la storia di un monumento a Garibaldi che non si farà, di una targa spostata, di una piazza che ormai è solo una piazza, non più la piazza di Garibaldi. Bello e perfino commovente.


venerdì 22 febbraio 2013

Miss Uragano, la donna che fece l'Italia

Fu cospiratrice al servizio di Mazzini, infermeria delle camice rosse in quasi tutte le campagne di Garibaldi, poi anche scrittrice e giornalista, corrispondente per alcune delle più grandi testate internazionali e, prima in Italia e tra le prime donne al mondo, anche inviata di guerra. Venerò Mazzini come maestro, si lasciò conquistare da Garibaldi come uomo e come eroe, ebbe come amici intimi personaggi del calibro di Agostino Bertani e Carlo Cattaneo, ma fu con un altro protagonista di quegli anni e di quelle battaglie, Alberto Mario, che intrecciò una lunga e travolgente storia di amore: forse la più bella del nostro Risorgimento, sbocciata in carcere e capace di durare fino alla morte.

Mi piace parlare di lei. Mi piace, non perchè devo parlare di un mio libro, ma perché questa figura di donna mi ha conquistato anni fa e ancora me la porto dietro. Come succede con le persone di cui racconto la storia finisco in qualche maniera per rivolgersi a esse con il tu, in un dialogo immaginario che non viene meno.

Il suo vero nome era Jessie White, ma tutti avevano imparato a chiamarla Miss Uragano, scherzando bonariamente sul suo carattere imprevedibile, sul suo barometro umorale in continua oscillazione, sulle sue uscite da pasionaria. Fra i tanti inglesi che nell’Ottocento offrirono un contributo alla causa italiana, lei fu quella che offrì di più: una vita intera, trascorsa soprattutto a Firenze, la città che scelse per vivere e per morire, ma anche a Pisa, Genova, Napoli, Palermo, Roma.

Nei suoi confronti l’Italia è stata senz’altro assai meno generosa. Oggi il ricordo di Jessie White è confinato solo a qualche studio specialistico. Pensare che la sua vita è come un romanzo, ricco di colpi di scena e passioni, dal tempo delle barricate e delle imprese dei Mille a quello delle proteste e del giornalismo impegnato, lei che è stata la prima donna in Italia a distinguersi per le grandi inchieste sul campo, per le testimonianze coraggiose sull’inferno delle carceri e dei manicomi, dei bassi napoletani e delle zolfatare.

La sua storia, tutta da raccontare, è anche la storia dell’entusiasmo che ha accompagnato l’Italia da fare e delle tante, troppe delusioni dell’Italia fatta. La storia del nostro paese, visto con lo sguardo di un’inglese particolarmente eccentrica.

E sempre più mi accorgo che guardare indietro è un buon modo per guardare ai nostri tempi e a volte anche per guardare avanti.

lunedì 30 aprile 2012

Quanta storia di Italia in questa storia romantica


Il guaio non è tanto che i sogni della gioventù non vengono mai al mondo; piuttosto, è che ci vengono immancabilmente, ma sempre con un attimo di ritardo.

Che gran romanzo che è Una storia romantica di Antonio Scurati (Bompiani editore), immenso affresco storico e partitura di tanti destini individuali che si annodano e si sciolgono. I fatti del Risorgimento e le passioni, gli ideali, le delusioni, i tradimenti.

Uno di quei libri in cui è bello tuffarsi senza riemergere più fino all'ultima parola, lasciando che i protagonisti ci accompagnino come ombre nelle nostre giornate. Chissà se vi catturerà di più il romanzo corale di Milano che insorge, in quella straordinaria pagina della nostra storia che sono le Cinque Giornate. Oppure il romanzo di Jacopo e Aspasia, la storia di due giovani che nell'insurrezione si amano e si perdono, ora sciogliendosi negli eventi, ora rimanendo fedeli solo a se stessi e al loro sentimento.

Quante cose, in questo libro, dove la gloria della Rivoluzione e la generosità della giovinezza sono visti anche con il senno di poi, magari attraverso la parabola di Italo, il rivoluzionario repubblicano diventato monarchico per convenienza, parabola che stringi stringi è anche la storia del nostro paese.

Un libro che finisce per infliggere un crampo di nostalgia; che ci obbliga a qualche dolorosa riflessione su un'epoca che ha fatto piazza pulita dei grandi ideali, lasciandoci forse qualche grammo in più di buon senso, ma anche desolazione e opportunismo; un libro che ci aiuta a riscattarci dalla mediocrità dei sentimenti in svendita.

mercoledì 20 aprile 2011

Il paese che ha bisogno di qualche eroe

Sventurato il paese che ha bisogno di eroi

Così diceva Bertolt Brecht e così mi piace ripetere anche a me: sarà che poi c'è sempre da essere cauti con la gente messa sopra a un piedistallo, sarà che spesso è uno sgarbo anche per chi è finito lì sopra. Guardate al nostro Risorgimento, guardate a come hanno ridotto anche il povero Garibaldi.

Sembra invece che gli eroi siano tornati di moda. La casa editrice Il Mulino ha deciso di dedicare loro perfino una collana: e non si tratta certo di una di quelle strampalate case editrici sedotte da guerrieri nordici, novelli crociati, stirpi divine.

E così ha titolato la copertina del Venerdì di Repubblica: Beato il paese che qualche eroe ce l'ha

Chissà, forse bisogna pensarci un po' sopra. Capire magari cosa si intenda davvero per eroe, e perché di tanto in tanto ne riaffiori il bisogno. Liberarsi certo anche dai paraocchi di ideologie che magari i monumenti li hanno innalzati lo stesso, assegnando le qualità dell'eroe alle masse o alla razze o alla Storia con la esse maiuscola.

Però c'è anche eroe ed eroe. E non bisogna essere allergici al politically correct per comprendere che dipende soprattutto da noi: perché siamo noi a inchinarci al culto della personalità o a poter alimentare la vitalità dei buoni esempi.

Come leggo nell'articolo di Michele Smargiassi sul Venerdì, l'eroe è un uomo ben riuscito. Ed è anche un uomo, un uomo fragile.


Eroi sì, ma non immortali. Ogni Achille ha un tallone, ogni Superman una kryptonite. Sono fragili, hanno bisogno del nostro sostegno. Sfortunato l'eroe che ha bisogno di un Paese

lunedì 14 marzo 2011

Lo scrittore che beveva per ricordare l'Italia da fare

Luciano Bianciardi, quello scrittore insofferente e anarchico? Che cosa aveva a che fare lui con il Risorgimento?

Questa, in effetti, è la prima cosa che verrebbe da chiedersi, non fosse che poi si sa, si sa che Luciano Bianciardi ha scritto più di un libro dedicato a Giuseppe Garibaldi e agli altri che costruirono l'Italia. Solo che una cosa è ricordare date e titoli, un'altra cercare di capire perché.

Ci ha provato Marco Cicala, con un bellissimo articolo sul Venerdì di Repubblica, dove dice, tra l'altro, dell'autore della Vita agra:

Aveva compresso i chilotoni d'una toscanissima e libertaria incazzatura contro i 'mala tempora', nella condizione del provinciale inurbato, dell'intellettuale burocratizzato, proletarizzato dentro i dispositivi dell'industria culturale; oscuro traduttore a cottimo per Feltrinelli, in una macilenta bohème milanese che lo vide disadattato, guascone, ramengo, succube e fegatoso. Beveva moltissimo - ma per ricordare. Cosa? L'infanzia. Sua e del Paese. Un posto di cui amava le minoranze, gli emarginati storici, i rimossi culturali, i contadini, i minatori, i bambini e gli animali

C'è tutto Bianciardi in queste parole. Il Bianciardi rimasto fedele alle letture adolescenziali di Emilio Salgari, che in Garibaldi intravedeva una sorta di Sandokan nostrano. Il Bianciardi convinto che l'Italia andava amata per quello che avrebbe potuto essere, non fosse stata troppe volte tradita.

Il Bianciardi che magari si portava anche questo rimpianto, tra i molti altri, quello di non esser vissuto ai tempi dei Mille, così da vivere anche lui l'epopea di quell'esercito straccione, il più colto che la storia ricordi, con i suoi avvocati, medici, giornalisti, strampalati spacciatori di sogni.


giovedì 10 marzo 2011

Ma a te che te ne frega dell'Eroe dei Due Mondi?

Ma a te che te ne frega dell'Eroe dei Due mondi?

Così Giovanni Arpino apostrofava Luciano Bianciardi, il mio Luciano Bianciardi, l'autore della Vita agra, l'uomo che già negli anni Sessanta aveva capito tutto dell'Italia che sarebbe stata, ma che non per questo aveva smesso di guardarsi indietro, all'Italia che avrebbe potuto essere con Giuseppe Garibaldi.

Luciano Biancardi, proprio lui, che sapeva che il Risorgimento poteva essere amato non solo per i suoi ideali, ma proprio per le sue storie, affascinanti come un romanzo di avventure, tanto che il suo bambino, che lo ascoltava, non sapeva mai se era Storia, quella con la esse maiuscola, o farina del suo sacco.

Luciano Bianciardi, che venerava Garibaldi, ma proprio per questo andava dicendo che Garibaldi lo avevano fregato facendone un monumento, a cavallo o senza non importa, il problema era che bisognava farne di nuovo persona viva, farlo scendere dal piedistallo per tornare ad abbracciarlo.

Ha scritto tanti libri sul Risorgimento, Luciano Bianciardi, libri che oggi ripropone la casa editrice Ex Cogita. In tempi non facili, per Giuseppe Garibaldi e quindi anche per Luciano Bianciardi - e chissà cosa direbbero i due se sapessero delle statue oltraggiate con i secchi dei rifiuti, dei fantocci bruciati in discoteca, dell'orgoglio padano che ben farebbe a indirizzarsi altrove, per esempio ai 178 bergamaschi che partirono con i Mille.

Però non erano tempi facili nemmeno ai tempi di Luciano, quando parlare di Italia pareva roba da reazionari, quando il Risorgimento era da scuola dei padroni, quando per pensare al Che Guevara si finiva per dimenticare Carlo Pisacane.

E io che sono tra coloro che sul Risorgimento hanno sbadigliato a lungo, chissà, forse solo in questi tempi scopro quanto sia piacevolmente anticonformista e squisitamente autentico ritornare a Garibaldi. E a tutti i suoi.

domenica 6 marzo 2011

Miss Uragano e la rivoluzione che non tradisce

 Finite le imprese del Risorgimento, che rimase di quelle imprese? E qual era lo sguardo di chi aveva fatto l'Italia e ora si guardava indietro? Quanta delusione, quanta nostalgia? Ho provato a raccontarlo in questa pagina, facendo mio lo sguardo di Jessie White, "donna che fece l'Italia" (da Miss Uragano, Romano editore).


Conserva sempre gelosamente una copia del Times del 1859, sulla quale, con grande risalto, ci si beffava degli italiani e della loro propensione a reclamare l’aiuto altrui piuttosto che a darsi da fare in prima persona.

Questi valorosi modestamente ci chiedono di batterci per loro, ma non ci danno la minima ragione per supporre ch’essi intendono di battersi… Noi non abbiamo ragione di pensare ch’essi abbiano il coraggio di una lotta più seria.

Da allora ne sono passati, di anni. Si sono combattute guerre e firmati accordi. Ora c’è l’Italia, e molti fatti, molte persone hanno smentito la malignità del più autorevole quotidiano anglosassone. Ogni tanto lei se lo rammenta: e ci sorride ancora.

Che si tratti di un dono o di un castigo ha avuto in sorte una vita lunga, più lunga di molti altri con cui ha condiviso un pezzo di strada.

Ora ha scavalcato anche il vecchio secolo e si è affacciata nel nuovo. Quante cose sono cambiate e quant’altre cambieranno ancora. Alla fine è sopravvissuta pure a Crispi, Don Ciccio come lo chiamava con ironia, l’amico di quasi mezzo secolo al quale non ne ha mai risparmiata.

Questa volta non ha avuto nemmeno la forza di disperarsi. Parlando della sua morte ha usato un rassegnato pluralis majestatis che non ha ingannato nessuno.

L’Italia ci sembra un cimitero

Però dal fondo della sua disperazione, della sua solitudine, ha riscoperto le ragioni che, poco più che adolescente, l’avevano conquistata.

Le sarebbero piaciute le parole di uno scrittore sudamericano arrivato molto dopo di lei, Manuel Scorsa: no, le rivoluzioni non tradiscono. I rivoluzionari, forse;  le rivoluzioni mai.

martedì 1 febbraio 2011

Jessie, la garibaldina innamorata di Shakespeare


Ho scritto un libro intero su Jessie White, la ragazza inglese che attraversò tutte le vicende del Risorgimento italiano, la donna che divenne la più stretta collaboratrice di Mazzini e Garibaldi, la persona che assicurò la cura dei feriti in battaglia, la prima corrispondente di guerra, la più brava giornalista del nostro Ottocento.... eppure la storia che di lei più mi piace e mi commuove si nasconde negli ultimi anni della sua vita.... 

Jessie ormai vive da sola a Firenze, vedova, povera, guadagnando quel poco che si può guadagnare con qualche collaborazione giornalistica e con le lezioni di inglese. L'Italia fatta l'ha delusa. Spesso si volta indietro, e come sono lontane le speranze di un tempo. 

Molti compagni di una volta sono scomparsi, molti sono cambiati, ora magari siedono sulla poltrona di un ministero. Un giorno bussano alla porta due funzionari spediti da Francesco Crispi, amico di una volta, diventato presidente del consiglio. Le propongono un vitalizio. Lei quasi li prende a calci. Gli ideali non devono procurare la pensione.

Legge ancora molto. I libri li prende a prestito. Al Gabinetto Vieusseux. Non può permettersi di acquistarli. E tra tutte le pagine le più care sono quelle dei sonetti di Shakespare. E tra tutti i sonetti c'è questo. Il senso di una vita che in ogni caso non ha rimpianti.


Quando all’appello del silente pensiero
io cito il ricordo dei giorni passati,
sospiro l’assenza di molte cose bramate
e a vecchie pene lamento lo spreco della mia vita:
allora, pur non avvezzi, sento inondarsi gli occhi
per gli amici sepolti nella notte eterna della morte,
e piango di nuovo pene d’amor perdute,
e soffro lo stacco di tante immagini scomparse:
allora mi affliggo per sventure ormai trascorse,
e, di dolore in dolore, tristemente ripasso
l’infelice conto delle sofferenze già sofferte
che ancora pago come non avessi mai pagato.
Ma se in quel momento io penso a te, amico caro,
ogni perdita è compensata e ogni dolor ha fine.

domenica 28 novembre 2010

Quei ragazzi di un paese che trascura i poeti

Un paese di gente che ignora i suoi poeti, ma anche di studenti che per protestare salgono sui tetti ed esibiscono versi che tutti faremmo bene a non trascurare. Quante emozioni che mi ha destato la lettura sulla Repubblica di ieri dell'articolo di Adriano Sofri Quei ragazzi sul tetto di un paese senza poeti. Solo un pezzettino che parte dal ricordo di Elsa Morante ma che mi sembra abbia anche qualcosa a che vedere con quello che ho provato a trasmettere con Miss Uragano:

Al funerale di Pasolini, morto ammazzato dieci anni prima di lei, Alberto Moravia, che non era uomo di scalpori retorici, gridò: "Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo". Il poeta dovrebbe essere sacro, protestò Moravia. Aveva ragione. Ora noi pronunciamo più spesso ma senza naturalezza il nome di Italia, come di qualcosa cui ci attacchiamo perché vogliono portarcela via. Presidiamo Risorgimenti mentre si tirano sassate intrepide al monumento di Garibaldi e di Mazzini, ospiti secolari di piccioni. Andiamo a vedere "Noi credevamo" perché abbiamo paura di non credere più, e ci interroghiamo sulla lingua del tempo presente perché l'hanno presa come si prende una ragazza da un marciapiede, e la si scaraventa giù a cose fatte davanti a un pronto soccorso.... 

Eppure questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare come nelle domande trabocchetto appena rinverdite, dove Bari è più a nord di Napoli e Trieste è a ovest di Napoli, e la storia completa l'opera, è soprattutto affare di poeti. Come nel programma di terza, Dante e la canzone di Petrarca e Foscolo in Santa Croce e Leopardi in visita alla tomba di Tasso e le mura e gli archi vuotati di gloria, fino alle canzoni popolari e dei cantautori che ricantiamo senza badare più a che cosa dicono

martedì 21 settembre 2010

Miss Uragano, la ragazza inglese che fece l'Italia

Fu cospiratrice al servizio di Mazzini, infermeria delle camice rosse in quasi tutte le campagne di Garibaldi, poi anche scrittrice e giornalista, corrispondente per alcune delle più grandi testate internazionali e, prima in Italia e tra le prime donne al mondo, anche inviata di guerra. Venerò Mazzini come maestro, si lasciò conquistare da Garibaldi come uomo e come eroe, ebbe come amici intimi personaggi del calibro di Agostino Bertani e Carlo Cattaneo, ma fu con un altro protagonista di quegli anni e di quelle battaglie, Alberto Mario, che intrecciò una lunga e travolgente storia di amore: forse la più bella del nostro Risorgimento, sbocciata in carcere e capace di durare fino alla morte.

Mi piace parlare di lei. Mi piace, non perchè devo parlare del mio ultimo libro, ma perché questa figura di donna mi ha conquistato anni fa e ancora me la porto dietro. Come succede con le persone di cui racconto la storia finisco in qualche maniera per rivolgersi a esse con il tu, in un dialogo immaginario che non viene meno.

Il suo vero nome era Jessie White, ma tutti avevano imparato a chiamarla Miss Uragano, scherzando bonariamente sul suo carattere imprevedibile, sul suo barometro umorale in continua oscillazione, sulle sue uscite da pasionaria. Fra i tanti inglesi che nell’Ottocento offrirono un contributo alla causa italiana, lei fu quella che offrì di più: una vita intera, trascorsa soprattutto a Firenze, la città che scelse per vivere e per morire, ma anche a Pisa, Genova, Napoli, Palermo, Roma.

Nei suoi confronti l’Italia è stata senz’altro assai meno generosa. Oggi il ricordo di Jessie White è confinato solo a qualche studio specialistico. Pensare che la sua vita è come un romanzo, ricco di colpi di scena e passioni, dal tempo delle barricate e delle imprese dei Mille a quello delle proteste e del giornalismo impegnato, lei che è stata la prima donna in Italia a distinguersi per le grandi inchieste sul campo, per le testimonianze coraggiose sull’inferno delle carceri e dei manicomi, dei bassi napoletani e delle zolfatare.

La sua storia, tutta da raccontare, è anche la storia dell’entusiasmo che ha accompagnato l’Italia da fare e delle tante, troppe delusioni dell’Italia fatta. La storia del nostro paese, visto con lo sguardo di un’inglese particolarmente eccentrica.

E sempre più mi accorgo che guardare indietro è un buon modo per guardare ai nostri tempi e a volte anche per guardare avanti.

martedì 24 agosto 2010

Bella e perduta, quei giovani che fecero l'Italia

Non una voce stanca e nostalgica, ma quella di un giovane, allegro e lievemente incantato, dovrebbe raccontare le avventure e gli avvenimenti che hanno portato al risorgimento dell'Italia. La favola bella di un tempo non lontano, quando i protagonisti erano quasi tutti giovani, come i personaggui appassionati e avventurosi di Ariosto, di Tasso, delle fiabe di Lafontaine e Perrault o i narratori e attori del Decamerone, accomunati da vicende drammatiche e tragiche, ma con il desiderio della vita, della rinascita, della difesa della loro giovinezza

Da leggere, questa storia del Risorgimento di Lucio Villari, da leggere fin dal titolo che già dice molto, Bella e perduta (parole dal Nabucco di Giuseppe Verdi),e con l'introduzione che già vale da sola, con le sue parole che ci scompigliano antiche certezze: per esempio che il Risorgimento sia cosa solo di austeri e tristi padri della patria, e non di giovani generosi ed entusiasti che a un certo punto presero e partirono.

Un bel libro, davvero, che non si rivolge agli specialisti ed è costantemente sostenuta da una passione intensa e pulita. Buono per scoprire - meglio tardi che mai - che sui banchi di scuola non ce l'hanno raccontata giusta, che il Risorgimento non è solo la noia di nomi da imparare a memoria, gli stessi dei monumenti e delle lapidi, non è solo la retorica di discorsi, alti, troppo alti, e infarciti di maiuscole.

Al contrario, tutto questa è una storia che potrebbe diventare epopea, solo che l'abbiamo maltrattata, se non ignorata. Avrebbe bisogno ancora oggi di buona letteratura, di buon cinema, di televisione che sappia fare il suo lavoro. Avrebbe bisogno di storie raccontate, di personaggi da fare propri, di emozioni (è quello che anch'io ho provato a fare con la storia di Jessie White, garibaldina inglese che racconto in Miss Uragano, in uscita in questi giorni, ma questo è un altro discorso)

Non fosse altro che per rivivere l'epopea di quei ragazzi. E magari dividere con loro la stessa nostalgia, la stessa amarezza per un'Italia fatta che non era esattamente la stessa  che avevano per la testa mentre la facevano.

martedì 1 giugno 2010

Maurizio Maggiani racconta la nostra storia


Cade bene domani la Festa della Repubblica, concede l'unico vero ponte di quest'anno e invita alla spedizione al mare, presumibilmente per la prima volta dopo una primavera che non si è nemmeno vista. Ottima cosa, però chissà quanti tra noi avranno modo e voglia di pensare alla Festa della Repubblica. E sottolineo pensare, non celebrare, perché qui semmai si tratta di sfuggire ai fiumi della retorica, alle corone di alloro e alle targhe e alle prolusioni e capire se c'è ancora sostanza.

Per questo mi ha fatto bene l'altro giorno, nell'ambito di Terra Futura a Firenze, sentire uno scrittore come Maurizio Maggiani, per una volta chiamato non a presentare uno dei suoi libri ma a tenere una lezione-chiacchierata sul Risorgimento e dintorni. A dimostrazione che anche cose che ci sembrano noiose, andate, imbalsamate, possono essere ancora vive, tutto dipende dal nostro sguardo, dalla nostra capacità di aprirsi alle emozioni.

E la storia del Risorgimento - che approderà alla nascita del Regno d'Italia ma che ci aiuta anche a capire il senso della nostra Repubblica - è una storia emozionante. Meglio, una storia che potrebbe essere emozionante, come un ciclo di avventure di Salgari. Il problema è che si mette tutto su un piedistallo.

Maggiani ci ha raccontato di quegli anni, in cui due generazioni di italiani si sono prodigate per la giustizia e la libertà - e chi lo direbbe oggi che siamo abituati a ben altre indifferenze. Ci ha raccontato dei trecento giovani e forti che morirono per un ideale e di quel grande uomo - Garibaldi - a cui bisogna rimproverare solo il fatto di aver scritto tre romanzi di rara bruttezza. Perché per il resto, come abbiamo fatto a dimenticare che c'è stato un momento nella storia del mondo in cui un rivoluzionario italiano, condannato a morte in contumacia, poteva essere considerata la persona più potente del mondo?

Ci ha parlato di Mazzini, che in Italia morì da clandestino, le finestre sprangate negli ultimi tre mesi di vita a Pisa, e una sola volta che riuscì a uscire, per andare a salutare la tomba di Ugo Foscolo a Firenze, cosa che fece una notte in carrozza, come un uomo in fuga. E anche della Repubblica Romana, di cui oggi nessuna strada porta il nome, e che pure fu sommossa popolare, solidarietà internazionale, affermazione di libertà, a partire dal primo atto, l'ordinanza che sanciva la libertà di religione e che fece sì che quella notte le porte del ghetto restassero aperte.

Tutto questo ci ha raccontato Maggiani, restituendo vita ai morti, umanità ai cosiddetti eroi: Persone che un giorno dissero, piuttosto che così val la pena di morire per qualcos'altro. Qualcosa che non riesco ancora a vedere bene, ma che riguarda il futuro.

E mentre mi predispongo a una giornata di ozio, ecco, ho nostalgia di un'idea di futuro. Che oggi manca, come no.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...