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lunedì 25 luglio 2016

Il Grande Nord e i i ricordi che ci guardano

Pensare che sono ricordi di infanzia, raccontati senza sprechi ed effetti speciali, con quella limpidità che volentieri attribuiamo ai cieli del grande Nord.

Pagine semplici, essenziali, pulite. Eppure quante questioni potrebbero porre.

Per esempio se è utile conoscere la vita di un poeta per comprenderne la poesia. Oppure, come ci suggerisce Fulvio Ferrari nella sua nota conclusiva in questa edizione di Iperborea, se non sia piuttosto utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta.

Nel caso di Tomas Transtromer - perdonate la dieresi che manca perché non la trovo sulla tastiera - forse è proprio così. E non solo perchè in Italia presumibilmente nessuno aveva mai sentito parlare di colui che è il più grande poeta svedese vivente, almeno fino al conferimento del Nobel per la letteratura.

E' che in Tomas Transtromer c'è una corripondenza potente tra i versi e le esperienze della vita. Anche prima della vita da adulto che per anni ha diviso i suoi giorni tra il lavoro di psicologo e la scrittura.

La vita, soprattutto la vita di un poeta, può essere davvero una scia di luce. Come una cometa che solca il cielo. E di quella cometa la testa non può che essere l'infanzia e poi l'adolescenza.

Gli anni in cui le possibilità emergono e prendono forma, compresa la possibilità della poesia.

E come nel titolo - conciso e bellissimo: I ricordi mi guardano - sono gli anni che guardano il poeta e il suo cammino nella vita.

Che lo guardano e ne svelano il commovente mistero.

domenica 23 novembre 2014

Il poeta verso l'angusto sentiero del Nord

I giorni e i mesi sono viaggiatori dell'eternità.

Ugualmente gli anni sorgono e tramontano. La nostra vita è un viaggio, che alcuni trascorrono in barca, altri per strada, finché non invecchiano i cavalli del loro carro. Non è la strada la nostra vera dimora? Lo mostrano i poeti d'un tempo che hanno incontrato la morte camminando.

Anche per me giunse il giorno in cui l'infinita libertà delle nuvole mosse dal vento chiamava a vagabondare lungo le coste selvagge di Ki.

Quando ritrovai la mia capanna in riva al fiume, l'estate era finita; e nel tempo che impiegai a ripulire il legno vecchio dalle ragnatele, anche l'anno era finito.

Con la primavera nebbiosa tornò il prurito di riprendere la strada verso la dogana di Shirakawa; gli dèi del viaggio chiamavano, e io non potevo ignorarli.

Rammendai quindi le braghe, infilai un cordone nuovo nei passanti del cappello e già vedendo sorgere la luna di Matsushima.

Ho venduto la capanna, ospite per qualche giorno nel padiglione del mio discepolo Sampu, ma prima di lasciare anche quest'albergo, ho pennellato una poesia su una sciarpa che ho appeso al pilastro:

Questa bicocca da eremita
non sarà più la stessa
casa di bambole

(Basho, L'angusto sentiero del Nord, Vallardi)



giovedì 12 dicembre 2013

Possiamo dire di derivare da un'intera provincia

Dal lato paterno, l'unico che qui mi interessa, quattro bisnonni nel 1850, sedici quadrisavoli verso l'Anno II, cinquecentododici all'epoca della gioventù di Luigi XIV, quattromilanonovantasei sotto Francesco I, circa un milione alla morte di San Luigi.

Queste cifre vanno ridotte, se si tiene conto delle unioni tra consanguinei, che fanno sì che sovente si ritrovi lo stesso antenato all'incrocio di numerose progenie, come uno stesso nodo all'incrocio di numerosi fili.

Eppure possiamo dire di derivare da un'intera provincia, da tutta una razza.

L'angolo al cui vertice ci troviamo si apre dietro di noi all'infinito.

Vista così, la genealogia, questa scienza messa tanto spesso al servizio della vanità umana, conduce anzitutto all'umiltà, alla coscienza del poco che siamo in questa moltitudine, poi alla vertigine. 

(Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord, Einaudi)

mercoledì 4 dicembre 2013

Tutti abbiamo un avo che ha partecipato alle Crociate



I pellegrinaggi, appunto, furono così numerosi che ognuno di noi ha certamente degli avi che hanno marciato verso Roma o Compostela, sia per ardore religioso, sia per vedere un po' di mondo e raccontare al ritorno, esagerandole, le loro avventure.

Quanto alle Crociate, tanti viandanti, stallieri, ribaldi, pie vedove e donne perdute si sono sparsi sulle strade al seguito del loro signore che possiamo tutti immaginare di aver partecipato, tramite un nostro avo, a una di quelle sublimi imprese.

(Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord, Einaudi)

martedì 14 maggio 2013

Tra i ghiacci lassù, insomma, si ride

Quando già serpeggiava l'idea - dopo essere stati sommersi da una valanga di investigatori e investigatrici norvegesi, svedesi, danesi, finlandesi o islandesi - di essere passati da fenomeno letterario a cliché, l'editoria ha registrato una nuova sorpresa nordica: la presenza d'una variegata letteratura umoristica.
Tra i ghiacci lassù, insomma, si ride.

Così ci ha recentemente spiegato Sebastiano Trivulzi su uno dei paginoni centrali della cultura di Repubblica, in qualche modo spiazzando chi, come me, pur attratto dalle letterature del grande Nord, non era mai andato oltre le pagine del finlandese Aarto Paasilinna: grottesche, anticonformiste, pervase di ironia, eppure certo non da riderci sopra.

E già, qualche tempo fa mi era capitato tra le mani anche Musica rock da Vittula di Mikael Niemi. Però mica mi era bastato, per una dichiarazione così perentoria: tra i ghiacci lassù, insomma, si ride.

Il Nord piuttosto era  luogo di inquietudine metafisiche, di dolori esistenziali, di complessi rimandi tra gli spazi della natura e quelli dello spirito, di colpe e angosce. Filosofie tetre e sofferenze urlate come il quadro di Munch.

Poi sono arrivati tutti i gialli nordici, belli e intriganti, ma certo non allegri, come si conviene al genere. Tanto più se questi gialli si accompagnano alla riflessione su un modello di società dove non è tutto oro.

Di quei gialli, tra l'altro, abbiamo fatto anche indigestione. E ora? Dal Nord dobbiamo aspettarci un'altra valanga, non più di morti ammazzati, ma di situazioni umoristiche?

Perchè no, se anche Kierkegaard non è che fosse poi così cupo. 
 

domenica 7 ottobre 2012

Che fine ha fatto il secondo uomo sulla luna

Ti ricordi di me?
Mi vedi?
Ero la cosa peggiore che ci si possa immaginare. Ero normale.
Ero quasi invisibile, vero?
E forse ero la persona più felice che tu potresti aver incontrato



Mattias è fatto così, è una persona che si è sempre tenuto lontano dalla luce dei riflettori. Gli piace essere invisibile, comunque non arrivare mai primo. Ci sono persone così al mondo. Sono strane, in un mondo dove l'importante è vincere, non partecipare, ma ci sono. Sono strane perchè pretendono di essere normali e lo sono.

Mattias da ragazzino era uno di quelli che non si siedono al primo banco, non alzano la mano per primi, non trovano mai le parole giuste per attaccar discorso con la compagna di classe che gli piace. Quando ha scoperto di avere una straordinaria predisposizione per il canto non ha cominciato a sgomitare per guadagnarsi un posto al sole.

Da sempre fantastica sulle avventure spaziali, ma il suo eroe non è Neil Armstrong, il "primo" uomo sulla luna, è Buzz Aldrin, il "secondo" uomo sulla luna, quello di cui nessuno si ricorda, e che, per inciso, era il più esperto e capace tra i due. Mattias guarda la luna ma sa farsi bastare un pò di terra per il suo lavoro di giardiniere.

Non è un libro sulla luna, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea) di Johan Harstad, giovane autore dalla Norvegia. O forse lo è, anche se tiene i piedi ben piantati sulle terre dei mari del grande Nord. Lo è perchè bisogna sempre andare lontano per ritrovare se stessi, e questo è il viaggio che racconta Harstad, il viaggio più difficile.

Norvegia e poi le Faroe, isole distanti da tutto, sferzate dal vento e dal mare. Perdersi e poi ritrovarsi. La difficile battaglia della solitudine per investire in autenticità e poi riscoprire i legami.

Non tutti hanno bisogno del mondo intero.
Io volevo solo stare in pace.


E un nuovo inizio che forse avrà il colore di altri mari, il calore dei Caraibi. Prima inseguiti leggendo e rileggendo una guida fino a consumarla, poi possibilità, vita che svolta, capitolo che comincia. Imbarcazione che lascia il suo molo:


Le Faroe erano ridotte a una parentesi nell'oceano e noi eravamo scomparsi

E fai fatica a scioglierti da questo viaggio di 450 pagine e accettare la separazione. E magari vorresti gettarti in acqua e raggiungere Mattias e i suoi amici, nemmeno ti sentissi già in colpa per non essere partito con loro.

Ps: Consiglio su consiglio, questo è un libro che metto idealmente accanto a un altro di qualche anno fa, altra scoperta, libro per me davvero necessario. La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Altra storia di anomala normalità o di normale anomalia, di saggezza che procede per la tangente, di vittorie che rovesciano il buon senso e le attese.

giovedì 23 agosto 2012

E se sono stati gli islandesi a inventare il romanzo?

 Diceva il grande Jorge Luis Borges, che era argentino e con l'Islanda apparentemente non c'entrava nulla:

A partire dal dodicesimo secolo gli islandesi scoprono il romanzo, l'arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga

Solo apparentemente non c'entava nulla, è ovvio: perché a qualsiasi lingua appartengono i libri alla fin fine si ritrovano tutti nella stessa biblioteca, una biblioteca universale che non può non essere di tutti. Però è vero, questa cosa dell'Islanda si conosce poco.

Nemmeno io ho mai letto le saghe, e sì che anche in Italia ormai sono disponibili in diverse buone traduzioni. Sarà che le ho sempre classificate come una lettura da addetti ai lavori o da adepti di un folclore nordico che alla fine stanca. Con tutta la simpatia per i vichinghi e per le loro straordinarie navi con cui sfidavano i mari più gelidi.

Però che fascino, queste saghe, parola che di per se stessa fa vibrare sensazioni di lontananza, ma pure di intimità, come a evocare sere di neve e vento e racconti condivisi intorno a un fuoco.

Saga, in lingua norrena (l'antica lingua dei popoli della Scandinavia), significa proprio racconti. Da qualche parte ho letto che l'origine della parola richiamerebbe la figura di una dea misteriosa, della stessa stirpe di Odino e Thor, definita come "colei che vede".

Credo che mai o quasi mai si conoscano gli autori delle saghe. Molte notti, molte veglie, molte versioni passarono prima che qualcuno trovasse il modo di metterle per scritto. Ho letto anche che nell'islandese di oggi la parola "autore" richiama un'altra parola che significa "chi inizia una storia".

In fondo come per quell'altra "saga", che parlava di una guerra sotto le mura di Troia, solo che invece dei ghiacci e i vulcani di Islanda c'erano i lidi del Mediterraneo. I versi di Omero come le saghe dell'Islanda.

Vedere, raccontare, iniziare.

Appena posso me le vado a comprare le saghe, me le porto a casa per regalarmi un sogno del Nord.

martedì 17 luglio 2012

Sono quella nave ghermita da un nord più a nord


Ora siamo qui, seduti al ristorante dell'albergo, una bellissima terrazza coperta con vista sul mare. Il giorno sta scivolando via. Dalla veranda si scorgono i due fari del porto che hanno cominciato a lampeggiare, il primo con una lucina rossa, l’altro, più distante, con un verdolino che va e viene. Vai a sapere se questi colori e queste intermittenze significano qualcosa.
Mi sono sempre interrogato sul linguaggio dei fari, sul modo con cui comunicano quello che devono comunicare ai naviganti che li scorgono a distanza. Attenti, non lì che ci sono gli scogli. Nemmeno di là, con quel banco di sabbia che non aspetta altro che fregarvi. Passate di qua. Già, davvero, vai a sapere come fanno.
Insomma, ci sono i fari che compiono il loro lavoro, c’è il silenzio rotto dalle grida dei gabbiani, c’è una nave che proprio ora ha sciolto gli ormeggi e ha preso a dirigersi al nord di questo nord, lenta e inesorabile come una pellicola che scorre fotogramma per fotogramma. C’è anche una candela accesa al nostro tavolo perché da queste parti funziona così, trovatelo voi un ristorante in cui per prima cosa non vi accendono una candela, siate o non siate una coppia di sposini novelli, prima di chiedervi cosa volete da bere e quindi di porgervi la Speisekarten, cioè il menù.

mercoledì 30 maggio 2012

Inseguendo in bicicletta le nuvole del Baltico


Mettete un viaggiatore generalmente immaginario, più abituato a esplorare il mondo sui libri che con i suoi piedi, e con lui un figlio che sta crescendo alla svelta ma che ancora conserva intatti i suoi sogni di bambino.

Aggiungete due biciclette in libertà,  un’isola del Nord, la storia e la natura di un pezzo di Europa che sembra più lontana di una destinazione tropicale.

Allora sì che viene fuori un viaggio come si deve.

Tra storie di vichinghi e panini all’aringa, impossibili conversazioni in tedesco e nuvole che corrono lontano, un adulto e un bambino alternano pedalate e pensieri. Un viaggio di movimenti lenti e di irrinunciabili sorprese.

(dalla presentazione di Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico. In bicicletta con mio figlio cercando il Nord, Mauro Pagliai editore)

mercoledì 2 maggio 2012

I luoghi più lontani, in quel lembo di Nord

Il ricordo è un vento freddo, incessante, che in estate increspa un mare colore del piombo e che di inverno spazza una distesa di ghiaccio.

Il ricordo è un lembo di terra sigillato nel silenzio, nella rarefazione degli affetti, nella sensazione che la vita è tutta qui, che non ci sia una seconda chance, una possibilità di fuga.

Però il ricordo sa essere anche sogno, intuizione di libertà, crampo di nostalgia.

E' un libro singolare, I luoghi più lontani di Per Petterson, norvegese che ambienta questa sua storia nell'estremità più settentrionale della Danimarca. Singolare soprattutto per le emozioni che ti fa scorrere dentro. Libro ruvido come carta vetrata, accogliente come il tepore di un camino.

Forse le stesse sensazioni che possono procurare certe terre settentrionali, dove la sottrazione delle cose e delle persone sa conquistare con ciò che è davvero essenziale.

Una donna spinge il suo ricordo fino all'adolescenza, in questo Nord che è vero Nord, senza tanti fronzoli, gelo, alcol, inni religiosi, solitudine. Lei, una ragazzina. E lui, il fratello, di qualche anno più grande, come un fiore nel deserto, con il suo carattere solare e ribelle.

Quanti sogni, nelle giornate dei due ragazzi, quante parole condivise e gelosamente serbate. Quanti luoghi che sono altri luoghi, mondi interi coltivati in questa lingua di terra.

Luoghi come sogni, in effetti, o sogni come luoghi. L'altrove di altre possibilità. Lei la Siberia, lui il Marocco. I luoghi più lontani, e allo stesso più vicini, perché non è mai una questione di geografia.

Poi la guerra, l'invasione nazista, la separazione, il cammino di una liberazione che non è solo liberazione da un nemico... e il ricordo che forse non è più quel vento freddo, che forse ora è il camino che riscalda.

sabato 10 marzo 2012

Il poeta del Nord e i ricordi che guardano

Pensare che sono ricordi di infanzia, raccontati senza sprechi ed effetti speciali, con quella limpidità che volentieri attribuiamo ai cieli del grande Nord.

Pagine semplici, essenziali, pulite. Eppure quante questioni potrebbero porre.

Per esempio se è utile conoscere la vita di un poeta per comprenderne la poesia. Oppure, come ci suggerisce Fulvio Ferrari nella sua nota conclusiva, se non sia piuttosto utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta.

Nel caso di Tomas Transtromer - perdonate la dieresi che manca perché non trovo sulla tastiera - forse è proprio così. E non solo perchè in Italia presumibilmente nessuno aveva mai sentito parlare di colui che è il più grande poeta svedese vivente, almeno fino al conferimento del Nobel per la letteratura.

E' che nel caso di Tomas Transtromer c'è una corripondenza potente tra i versi e le esperienze della vita. Senza nemmeno spingersi alla sua vita da adulto che per anni ha diviso i suoi giorni tra il lavoro di psicologo e la scrittura.

No, è che la vita, soprattutto la vita di un poeta, può essere davvero una scia di luce. Come una cometa che solca il cielo. E di quella cometa, la testa non può che essere l'infanzia e poi l'adolescenza.

Gli anni in cui le possibilità emergono e prendono forma, compresa la possibilità della poesia.

E come nel titolo - conciso e bellissimo: I ricordi mi guardano - sono gli anni che guardano il poeta e il suo cammino nella vita.

Che lo guardano e ne svelano il commovente mistero.

martedì 20 dicembre 2011

Ascoltando i Beatles nel Nord del Nord

Come abitanti di Palaja eravamo la retroguardia, lo si capiva fin dall'inizio.L'atlante si apriva con lo Scania, in scala gigante, tutta costellata di trattini rossi che rappresentavano le strade e di pallini neri che indicavano i centri abitati. Seguivano le altre regioni in scala regolare, salendo sempre più a nord man mano che si sfogliava il libro. Per ultimo veniva il Norrland settentrionale, riprodotto in scala extra-ridotta per riuscire a entrare nella pagina, e con a malapena qualche trattino e pallino. Quasi in cima alla carta c'era Pajala, circondata da una tundra marroncina, ed era lì che vivevamo noi

Palaja, al Nord del Nord. Terra immensa che si fa fatica a racchiudere in una pagina dell'atlante, terra di distanze e di vuoto in mezzo. Terra che è facile dimenticare, tanto che vuoi che ci sia laggiù, se non neve e silenzio e manciate di uomini che non si capisce nemmeno bene di cosa vivono.

Palaja, per di più non oggi che certe cose sono più facili, perché si accende un monitor e ci si affaccia su un mondo di cui è evidente che si fa parte. No, Palaja agli inizi degli anni Settanta. Quando hanno appena cominciato ad asfaltare le strade.

Solo che con le strade capita che possa arrivare qualcos'altro. Magari un 45 giri - chi sa oggi cosa erano i 45 giri? - con una canzone dei Beatles o del grande Elvis. Che musica quella musica. Note che hanno attraversato il mondo, saltato ogni confine, attraversato la tundra come un lupo solitario, per arrivare quassù, a Palaja. Per arrivare e prendere domicilio nei cuori di alcuni ragazzi.

lunedì 25 luglio 2011

Norvegia, il buio oltre il sole di mezzanotte

Il cuore gonfio, certo, pensando a quell'isola della Norvegia trasformata in uno spaventoso mattatoio. Ma anche tante domande per la testa, soprattutto una, che so che è anche la vostra: possibile, nella civilissima Norvegia, dove anche i poliziotti girano disarmati? In questa Scandinavia dove magari non vorremmo abitare per il clima, ma invidiare invidiamo, come no, per quanto è ordinata, pacifica, tollerante?

Poi penso ai gialli della Scandinavia, a questo tormentone dell'editoria mondiale, perché sembra che oggi un giallo per vendere debba per forza arrivare dal grande Nord.  E penso.... penso che oltre la moda c'è davvero altro.

Penso a Henning Mankell e al suo Delitto di mezza estate, a quei giovani assassinati la notte del solstizio in una macchia isolata di un bosco. Penso che la Norvegia è presumibilmente l'unico paese del mondo ad avere un (ex) ministro della giustizia, Anne Holt, autore di noir di grandissimo successo. Penso a Stieg Larsson che prima di affermarsi con la sua Trilogia aveva lavorato per anni a inchieste sul neonazismo in Scandinavia....

Afferma Gabriele Romagnoli in un bellissima pagina pubblicata domenica 24 su Repubblica (Il lato noir del sole di mezzanotte. Nei libri il presagio dell'altra Norvegia)

Eppure. Eppure bastava abbassare gli occhi sulle pagine di uno dei libri ambientati proprio lì per trovarsi in un mondo completamente diverso

I gialli scandinavi, si sa, sono più atmosfera che trama. E l'atmosfera non vive solo della luce nordica, delle distese della Lapponia, dei laghi della Carelia... Vive anche del contrasto tra una superficie bianca, e quello che si muove sotto, torbidamente nero.

Scrive ancora Romagnoli:


La funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle

Sempre meglio di un risveglio così. Di un risveglio di sangue.

mercoledì 22 luglio 2009

Il divano del Nord

More about Il divano del nord

Sarà che sono reduce da vacanze nel Salento e che inseguendo i miei "altrove" mi viene naturale compensare i mari del Sud con quelli del Nord. Ma quest'estate almeno per quanto riguarda libri è il Grande Nord che mi sta catturando.
Tra i tanti, vi suggerisco "Il divano del nord. Viaggio in Scandinavia" di Ennio Cavalli (Feltrinelli Traveller).
Più che il racconto di un viaggio questo è davvero un libro sul richiamo del Grande Nord che diventa più volte meta, incanto, scoperta. Dalla Lapponia a Copenaghen, dall'isola di Bornholm a Oslo. Libro originale, erratico, denso di curiosità, che a volte c'entrano e non c'entrano, vedi i due capitoli sui premi Nobel, ma che intrigano comunque.
Peccato per lo stile a volte troppo carico, enfatico: e il Nord a me richiama un'idea di semplicità, anche nella scrittura. Ma insomma, chi scrive è un italianissimo giornalista, glielo possiamo perdonare.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...