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domenica 15 maggio 2011

La parabola di Caldwell e dei best-sellers scomparsi

Ventisei romanzi, centocinquanta racconti, oltre ottanta milioni di copie vendute: ma oggi c'è qualcuno che si ricorda di lui, qualcuno che negli ultimi anni ha ripreso in mano uno dei suoi libri?

Curiosa parabola, quella di Erskine Caldwell, a nemmeno un quarto di secolo dalla sua morte. C'è voluto un bell'articolo di Joe R. Landsdale sul Venerdì di Repubblica, alla vigilia della ristampa di alcune sue opere da parte dell'editore Fazi, perché mi riaffiorasse il vago ricordo di emozioni sepolte. Uno di quei libriccini dell'Einaudi con la copertina rigida e la costola bianca, per una collana miniera di folgoranti sorprese. E quella lettura avviata quasi per caso, un libro nemmeno acquistato, prelevato dallo scaffale paterno, perché quel titolo non era affatto male: La via del tabacco.

Grande scrittore, è stato Erskine Caldwell, uno dei migliori tra quanti ci hanno raccontato le atmosfere torride, la violenza, la poesia del Sud degli Stati Uniti. Degno di figurare assieme a gente quale William Faulkner e Flannery O'Connor. Solo che di lui alla fine si sono perse le tracce. Scrive Landsdale:

Essere popolari e prolifici non è mai un buon biglietto da visita per i critici, che privilegiano autori meno produttivi e più oscuri

Chissà se è questa la ragione, e se  non debba essere chiamata in causa certo marketing sopra le righe per le sue edizioni economiche. O se piuttosto non abbia ben funzionato la solita opera dei bacchettoni e dei moralisti tutti di un pezzo, sempre pronti a gridare allo scandalo.

Certo, fa pensare comunque. A quanto è fragile la fama letteraria, a come svanisce un autore dalle librerie e dai ricordi.  Poi, quando vien ristampato, ti sembra già troppo tardi.

giovedì 4 novembre 2010

Quando la rapidità non fa male

Forse avete letto anche voi la storia di quel concorso letterario aperto a ogni genere di romanzo, basta che i concorrenti rispettino un solo requisito, averlo scritto in appena 30 giorni. Nel caso, vi riporto quanto ha scritto Raffaella De Santis sulle pagine di Repubblica:

Se Jack Kerouac ha scritto On the road in solo tre settimane, perché non tentare. Centinaia di migliaia di aspiranti scrittori sparsi in tutto il mondo in questi giorni ci sperano e intasano con i loro manoscritti il sito web del National Novel Writing Month

Non so se questo concorso mi piace. Certo, a giudicare dal suo successo, pare essere decisamente in sintonia con i nostri tempi. Tempi dove evidentemente la rapidità - e non la lentezza - pare dote essenziale e imprescindibile. In cui la scrittura è quella veloce, quasi automatica, delle email e non quella di chi distilla le parole su uno schermo bianco o peggio ancora su un foglio di carta. Tempi in cui, peraltro, i libri entrano nelle librerie e ne escono con lo stesso ritmo dei turisti in un villaggio vacanze.

E dunque, pensandoci un po' di più questa idea mi piace ancora meno. Però se insisto a pensarci l'occhio mi casca anche sul titolo dell'articolo: Quei grandi romanzi scritti in pochi giorni.

E allora è giusto ricordarsi di Jack Kerouac e dei tanti altri che volarono sulle pagine. Stendhal che completa La Certosa di Parma in appena 52 giorni tenendo fuori di casa tutti gli scocciatori ("Il signore è a caccia" dice la servitù). Fedor Dostoevskij che impiega solo 26 giorni per Il giocatore. Graham Greene, William Faulkner, Luigi Pirandello che in una manciata di settimane sfornano capolavori.

E allora preferisco sospendere il giudizio. Perché mi sa che non conta quanto si è veloci, ma quanto si ha da dire. Quanto ci si sente a proprio agio in quello che si dice. E sarà banale, ma è proprio così.

sabato 2 ottobre 2010

Che sorpresa, il profondo Sud di William Faulkner

30 settembre 1962:  lo studente James Meredith entra all'università del Mississippi. E' il primo nero e per riuscirci il presidente Kennedy ha dovuto spedire l'esercito e sfidare disordini razziali che lasciarono morti per strada.
6 luglio 1962: muore William Faulkner, grandissimo scrittore di quella stessa America ancora apertamente segregazionista. Almeno si risparmia questa nuova tragedia.

E' partendo da queste due date che Claudio Gorlier su Tuttolibri tenta un'originale riflessione su quella cultura di cui Faulkner è stato espressione: non che fosse anche lui un razzista, ma quello era comunque il suo mondo, il profondo Sud a cui è sempre rimasto fedele.

E allora, facile puntare il dito su un Sud che noi conosciamo soprattutto per lo schiavismo, per le piantagioni di cotone, per la violenza del Ku Klux Klan. Grazie a Faulkner - e grazie ora anche a Gorlier - ora c'è altro che possiamo mettere in conto.

Scrive Gorlier:


La sconfitta del Sud non aveva distrutto soltanto un sistema politico e comportamentale ma una cultura nel senso più ampio della parola, una cultura, tra l'altro, fondata in larga misura sull'utopia, quella che aveva sostanzialmente contribuito, con i sudisti Washington e Jefferson, a sostanziare i principi della Costituzione americana

Ecco, come al solito le cose non sono mai univoche. Per fortuna, perché questo è un buon modo per tenere a bada i nostri pregiudizi, qualsiasi essi siano. Schiavismo e utopia: questo era il profondo Sud. Il sogno americano al suo meglio e la sua negazione.

Non ci avevo mai pensato, ma anche questa è l'ennesima conferma che la storia la scrivono i vincitori. Il Nord, in questo caso, la grande potenza economica, la quintessenza della modernità, che aveva saputo imporre non solo le ragioni dell'emancipazionismo, ma anche quelle dell'industria, dei profitti, degli interessi che hanno più gambe per camminare dei valori.

Allora si capisce meglio la domanda di Faulkner:

Il Sogno americano: che ne è stato?

E un'affermazione che è meno retorica di quanto appaia:

L'America non ha ancora trovato posto a colui che si occupa soltanto di cose dello spirito umano

E noi meno che mai, ovvio. Abbiamo ancora bisogno di Faulkner, abbiamo ancora bisogno perfino di Via col vento e di quelle battute da scena madre. Domani è un altro giorno e si vedrà.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...