giovedì 16 dicembre 2021

Quando anche un'osteria era una scuola di scrittura


 Per saperne di più su una formidabile stagione della nostra letteratura, ma anche per avventurarsi in quell'affascinante retroterra che precede l'ispirazione e la fatica della scrittura. E perché no, anche per coltivare una sana nostalgia per un'epoca che è stata ben più di una sommatoria di autori e opere che hanno lasciato il segno. 

Dell'ultimo libro di Francesco Ricci - inesauribile saggista (e affabulatore) di tante pagine e personaggi della nostra cultura - a me piace parecchio già il titolo: Storie d'amicizia e di scrittura (Primamedia editori). Di per se stesso basta a sovvertire il vecchio luogo comune dello scrittore come una specie di mistico che esige il silenzio e cerca solo dentro di sé le radici delle proprie parole. 

Non ci ho mai creduto - ho sempre pensato piuttosto che ogni opera sia un'opera collettiva, consapevole o meno, dichiarata o meno - ma col libro di Ricci entriamo in una stagione che di per sè vale come una smentita: quel trentennio che in Italia inizia più o meno con la fine della seconda guerra mondiale e prosegue con la ricostruzione e il boom economico - il paese dello sviluppo senza progresso di Pier Paolo Pasolini. Succedono tante cose in quegli anni e c'è tutta una generazione di intellettuali pronti a ragionarci sopra, a raccontarle, a prenderne spunto per le loro opere. Una generazione che, appunto, non è una sommatoria di figure isolate, piuttosto un groviglio di fitte relazioni. 

Di questo groviglio Ricci tira un capo, e che capo, quello dell'amicizia. Lo fa individuando quattro coppie di amici - Giacomo Debenedetti e Umberto Saba; Natalia Ginzburg ed Elsa Morante; Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini; Cesare Pavese e Fernanda Pivano - amici di un'amicizia che senza pretendere di essere esclusiva ha occupato un posto importante, direi decisivo, nella vita di ciascuno: e poco importa che poi certe strade si siano separate, perché anche su strade diverse certe amicizie non smettono di produrre i loro effetti. 

Otto protagonisti della cultura di quell'epoca, che non sarebbero stati tali senza amicizia. E senza l'ambiente complesso, spesso faticoso, sempre stimolante, in cui queste amicizie erano immerse. Non a caso quella fu anche la stagione in cui a dividere la sfera privata da quella pubblica, come scrive Ricci, "non era una parete o un fossato, che richedeva un salto per essere superato, ma una semplice porta".

Si comincia con un'epigrafe da brivido, una poesia di Vittorio Sereni che è una delle cose più belle scritte sull'amicizia - "Un grande amico che sorga alto su me e tutto porti me nella sua luce..."; si prosegue con un'infinità di situazioni, intrecci, connessioni che catturano la lettura come un giallo; si finisce con almeno un foglio di appunti su temi da approfondire e libri da leggere o rileggere, perché questo è anche un libro di libri; ci rimane l'invidia per un tempo in cui, più di sempre, si discuteva, si litigava, ci si mandava a quel paese e poi si tornava a discutere; in cui anche un tavolo di osteria poteva essere tribuna e agorà; in cui certe idee erano più calde perché c'erano voci, c'erano respiri a intrecciarle insieme.


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