venerdì 17 dicembre 2021

L'amico francese, ovvero l'amiciza che dura

 Da dove cominciare? Dal sentimento che si fa politica o dalla politica che si fa sentimento? Da una visione dell'Europa o dallo strano destino che permette a due uomini sulla carta lontani di incontrarsi e riconoscersi?

E' un piccolo grande libro l'ultima fatica di Tito Barbini - che poi mi è scappata la parola fatica, ma si capisce fin dalle prime righe che a dominare è il bisogno di raccontare, il piacere di dare voce a una storia. 

L'amico francese, con cui uno dei più grandi scrittori di viaggio italiani approda a I libri di Mompracem, è una di quelle opere che catturano per la densità dei temi e delle possibili letture, malgrado il numero di pagine contenuto e lo stile come sempre scorrevole. Però da amico di Tito credo di aver intuito cosa l'abbia spinto. Dalla matassa delle questioni e delle emozioni mi viene spontaneo tirare il filo dell'amicizia

Questa, infatti, è in primo luogo la storia di un'amicizia: quella che ha legato Tito a François Mitterrand, l'uomo destinato a diventare uno dei più grandi presidenti di Francia e uno dei più influenti leader socialisti europei. 

"Erano giovani, pieni di ideali, entrambi già sindaci delle loro cittadine - scrive la giornalista Lucia Bigazzi, che intervista Tito a conclusione del libro - Ne discese un'amicizia di molti anni, fatta di viaggi, confidenze, ma anche progetti per il futuro della sinistra e dell'Europa".

 E a quante cose ha resistito questa amicizia, nata grazie al gemellaggio che univa le città di cui erano sindaci. Amici sempre e comunque, malgrado il dileguarsi della gioventù, i pedaggi richiesti dalle carriere politiche, il trascorrere degli entusiasmi, degli affetti, del tempo. 

Quante cose, davvero, ci sono dentro questo libro: l'amore per la Toscana e per il suo Rinascimento che in Mitterrand non venne mai meno anche da presidente; un mancato incontro a Cortona che forse avrebbe potuto cambiare gli scenari politici dell'Europa - e quanto ci costa ancora quell'occasione svanita; gli scontri tra socialisti e comunisti italiani - Craxi e Berlinguer, Proudhon e Marx - inguaribile autolesionismo della sinistra e ragioni che si stenta ad assegnare da una parte e dall'altra. 

Ma di questo altri sapranno dire meglio di me, giornalisti, storici, testimoni del tempo. Per loro posso garantire che L'amico francese è anche uno straordinario documento su ciò che è accaduto e soprattutto su ciò che non è accaduto. Un ottimo spunto, immagino, per analisi e discussioni. 

Ma a me interessa soprattutto il Tito scrittore - con tutte le sue qualità che qui non vengono meno. O per dirla in altro modo, il Tito viaggiatore: qui viaggiatore attraverso un terreno impervio popolato di sogni, speranze, idee. 

E soprattutto: mi sembra di vederli ancora, in un'osteria di campagna del Morvan, mentre chiacchierano insieme scolandosi una bottiglia dell'ultimo beaujolais. Perfino Mitterand - che passerà alla storia come Le florentin  non per la sua passione per Firenze, ma per lo stile che richiama il Principe di Machiavelli -  è un uomo in pace con se stesso, è se stesso. 

Questa amicizia che ha resistito in vita. Questa amicizia che ha resistito anche dopo. A dispetto di tutti gli anni trascorsi da quel giorno di inverno a Notre Dame, l'estremo saluto. 

"Con certe persone - spiega Tito - è così che va: la morte non ce la fa a interrompere il dialogo con chi si avverte ancora ben presente. E questo è uno dei misteri della vita".

Quasi il controcanto a quanto quasi due millenni fa affermava Cicerone: "Le vere amicizie sono eterne". L'amico francese e il De amicitia: come stanno bene insieme.

 



  

 

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