lunedì 22 febbraio 2021

A colori, in bianco e nero, Pavese mi emoziona sempre


Aggiungerà qualcosa a ciò che questo libro mi ha già dato, da quando ero un ragazzo del liceo, con tutte le volte che l'ho ripreso in mano, letto e riletto, segnato e citato? Figurarsi che sono incerto persino su come chiamarlo, questo libro da un libro. Graphic novel, ok: ma è maschile o femminile?

A quest'ultima domanda non so ancora rispondere, all'altra sì. Certo che aggiunge e molto: i tratti dei personaggi e la forza di  frasi che avevo seppellito in diari giovanili; la bellezza aspra delle Langhe, il rosso, il blu e il verde che dilagano secondo gli umori; la malinconia che sale alta da ogni pagina ed è come certi odori di novembre, quando si bruciano le stoppie e arriva il vin novello; e ancora una volta, il bisogno di un paese, eterna fame, quel paese che nessun altrove può contrabbandare.

 Appunto: La luna e i falò di Cesare Pavese. Libro per me essenziale, magnificamente restituito in versione graphic novel (prima o poi a dirlo imparerò anch'io) grazie alle parole di Marino Magliani e alle illustrazioni di Marco D'Aponte. Insieme i due ci avevano già ottimamente restituito un capolavoro del Novecento quale Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, sempre per Tunué. Nemmeno questa volta deludono. 

E così ancora una volta mi sono tuffato in questa storia che in realtà è mosaico di storie, galleria di persone, narrazione attraverso i tempi e i luoghi. L'America e la collina piemontese; il mare di Genova e l'oceano dove finisce anche la California; l'adolescenza e la maturità; la guerra e il dopoguerra, ma anche la miseria di sempre; la Resistenza che è ferita, orgoglio, conto in sospeso, occasione mancata; e le stagioni che ritornano ogni anno uguali e ogni anno diversi, il tempo scandito dalla luna e dai falò....

 E queste parole - un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via - queste parole che porto scolpite, tranne cambiarne talvolta un verbo: un paese ci vuole, non fosse per il gusto di tornare - perché questo è prima di tutto il libro del ritorno, su ciò che si ritrova e su ciò che non c'è più, in questa Itaca rustica, villana, senza eroi.

E queste tavole colorate che a volte si  stingono nel bianco e nero che è altro tempo, altra storia, la vita di Pavese che fa la sua incursione e si mescola alle vicende di quello che fu il suo ultimo romanzo, prima del veleno in una camera di albergo, pochi mesi dopo.

Non fate troppi pettegolezzi. E no, nessun pettegolezzo. Ma la voglia di leggere ancora una volta La luna e i falò. L'ultima copia chissà a chi l'ho regalata. Ora chiudo qui e passo in libreria. 




 


 

 

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