sabato 13 marzo 2021

Enea, l'uomo che resiste al tempo della pandemia


La verità è che questo libro non volevo scriverlo. Su Virgilio, avrei preferito continuare ad avere le idee confuse e oscillanti, incerta se la sua poesia mi piacesse oppure mi annoiasse a morte.

Così, proprio nelle prime righe de La lezione d'Enea (Laterza), Andrea Marcolongo si confessa ai suoi lettori: e questa, certo, non è una di quelle cose che capita di scrivere, magari per mettere le mani avanti, magari per cercarsi un alibi. Avesse prevalso quella volontà non avremmo solo perso un bel libro, capace di ricomporre cultura classico e visioni contemporanee. Peggio ancora, avremmo avuto triste conferma della prelvalenza di certi tipi di eroi e di miti su altri, cartolina tornasole di una costante predisposizione a privilegiare i forti e i vittoriosi. Guai ai vinti, come sempre. 

Perché è questo che succede - anzi, ci succede - con l'Eneide, con Enea, con Virgilio. Obbligati a studiare tutto questo a scuola - in ore da sbadiglio consegnate all'epica (e anche su questo termine ci sarebbe da dire), quindi pronti all'amnesia, alla rimozione, al gesto di fastidio a ogni involontario ritorno a galla. Volete mettere con Omero? 

Così è: l'Eneide si fa a scuola e si dimentica nella vita. Gli eroi sono Achille e Ulisse, non Enea, con quel nome che forse stava bene a un contadino di una volta. 

 Anch'io lo ammetto: sul mio comodino resiste una copia dell'Odissea, il libro che mi porterei nell'isola deserta. L'Eneide difficile che mi venga in mente.

E tuttavia racconta Andrea che Virgilio le è tornato sotto gli occhi poco tempo fa, nelle prime settimane del lockdown. Il mondo travolto dalla pandemia e lei che si ritrova a tu per tu con Enea. E incredibile cosa ne è venuto fuori: sorpresa, sconcerto, gratitudine. L'idea stessa di aver trovato parole capaci di parlare ai nostri tempi, alla nostra condizione di uomini fragili.

I versi di Virgilio sono stati una liberazione. La liberazione di riconoscere che il male fa il male e perciò è uno scandalo, che la paura non se ne va urlandole contro.

Eccola, la lezione di Enea: uomo sconfitto, profugo che ha perso tutto e cerca un'altra terra per ricominciare. Il suo valore non si misura con i nemici abbattuti, le città conquistate, i trofei raccolti. Casomai con la perseveranza, con la capacità di resistere e guardare avanti: con la sua resilienza, si direbbe oggi. 

Ma soprattutto, mi viene da dire, è l'uomo finito in mezzo a una Storia più grande di lui, a circostanze che sovrastano ed esigono. Non l'uomo che se le cerca, perché nessuno sano di mente aspira a fare l'eroe se non gli è forzatamente imposto. Così scrive Andrea: e io ci ritrovo qualcosa della poesia di Brecht. Con quest'ultimo penso alla sventura delle terre che hanno bisogno di eroi, alle ambizioni di conquistatori che alla fine hanno conquistato solo una fossa. 

Finalmente l'Eneide mi è apparsa necessaria, dopo essermi risultata incomprensibile e vacua per anni.

 E per quanto mi riguarda sono grato a quetso libro, perfetto per questo nuovo tempo triste, per noi che oggi più che mai siamo stati sradicati dalle certezze: non avremo mai la forza di Achille, l'astuzia di Ulisse, ma come Enea potremo sopportare, insistere, a volte forse tagliare i legami con una terra per reinventarsi altrove e in fondo continuare a essere noi stessi. 

 

 



 

 

 


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