lunedì 12 ottobre 2020

Cancho e le molte persone che ci abitano dentro


Diceva
Tomas Tranströmer, poeta svedese e Nobel per la letteratura: Mi porto dietro i miei volti precedenti, come un albero contiene i suoi anelli. Parole che entrano in testa e non vanno più via. Parole che non a caso spiccano in epigrafe de I rifugi della memoria di José Luis Cancho, piccolo grande libro che ci propone Arkadia, con la traduzione dallo spagnolo di un autore come Marino Magliani.

Quante vite dentro una vita? E quanto sono ancora vive dentro il nostro presente? Come è che siamo abitati dal nostro passato? Ecco, sono domande come queste che sollecita questo scrittore ancora inedito in Italia - cosa che, certo, mi fa pensare. 

Poco più di cento pagine in cui José Luis si racconta, prima e dopo l'episodio chiave della sua vita, la mattina in cui dopo le torture della polizia di Francisco Franco fu scaraventato fuori dalla finestra del commissariato di Valladolid. Poteva diventare il Giuseppe Pinelli di Spagna, solo che stranamente sopravvisse sia alle torture che alla caduta. In ogni caso da allora si considererà in qualche modo morto ed è così che vorrà scrivere di se stesso.

Il mio proposito è scrivere dal punto di vista di un morto. In almeno un'occasione lo sono stato: morto.

Eppure c'è un prima in cui Cancho è stato un uomo consacrato alla militanza politica fino allo sperpero totale del tempo e al deserto degli affetti. E c'è stato anche un dopo, dove si è scoperto maestro di scuola senza vocazione, vagabondo per vari continenti, infine scrittore forse solo per curarsi dall'irrequietezza, per ripararsi in una bolla non diversa dalle celle che più volte ha conosciuto sotto la dittatura - incredibile, a volte con un sospiro di sollievo. 

E ora chi è davvero? Chi sono le persone che sono lui?

Mi domando se ogni nuovo ciclo vitale non alteri anche la natura dei ricordi.

In ogni caso quelle persone non smettono di intromettersi. Come folletti decisi a tirare qualche brutto scherzo, comunque sempre pronti a scombinare il filo logico della narrazione, a sovvertire l'ordine dei tempi, a prendere la parola per scomode confessioni.

Rendendo indimenticabile quest'ultima uscita della collana Xaimaca - ottimamente curata da Marino Magliani insieme a Luigi Marfé e ad Alessandro Gianetti. Risuonerà a lungo questa voce sconveniente, indomabile, sincera fino all'autolesionismo. 

 

 




 




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