domenica 31 ottobre 2010

Il grande Kafavis e le priorità della vita

Fermarsi. Fermarsi e capire il senso del tempo, del proprio tempo. Fermarsi per ridare valore, al tempo, per riordinare le proprie priorità (la vita quasi sempre è un problema di priorità), per dividere il superfluo dall'essenziale. Questa domenica mi sono svegliato così, con questa poesia del grande Constantinos Kafavis per la testa.

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

(Constantinos Kafavis, Settantacinque poesie, a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmàti, Einaudi)

sabato 30 ottobre 2010

Vito Mancuso e il silenzio che ci fa bene

 E' un libro straordinario, La vita autentica di Vito Mancuso (Raffaello Cortina editore), uno di quei libri che mi piace dire che fanno bene: e non importa se si sia credenti o no, non importa nemmeno se amiamo teologia o filosofia, perché questo è soprattutto un libro che ci riporta al centro della vita.

Tra tutte, mi ha colpito la riflessione sul rapporto diretto che esiste tra la nostra mente, il linguaggio, la menzogna. Magari è anche evidente, però spesso ci si dimentica.

La realtà in sé è necessariamente autentica, mentre la nostra rappresentazione di essa mediante il linguaggio, e prima ancora mediante la percezione mentale, necessariamente autentica non è; può essere anche inautentica, non di rado lo è

La menzogna non è nelle cose, insomma, è nelle parole che usiamo. E' in noi stessi, viene da noi. Non ci avevo mai pensato, ma la parola latina mens è radice sia di mente che di menzogna. 

Dice Vito Mancuso:
Ma come si controlla la mente? Riportandola al reale. Fermandola sul reale. Inchiodandola sul reale

E aggiunge qualcosa di importante non solo sulle parole, ma anche sul silenzio che a volte riesce a districarsi dalle parole.

Il grado di falsità è direttamente proporzionale al numero di parole pronunciate

Per questo il silenzio fa bene. Per questo può essere più vero di tante parole. 

venerdì 29 ottobre 2010

I Mari del Sud e la scelta della bellezza

 Quanto sono semplici, quasi scontate, le prime parole di La luna e sei soldi di William Somerset Maugham, libro straordinario che ci racconta la storia di un agente di cambio che per amore della pittura abbandona la City di Londra, prima per Parigi e poi per i Mari del Sud.  Semplici, eppure dentro c'è già moltissimo: la parabola di una vita che si consegna con coraggio all'arte e anche gli strani casi, per non dire altro, che portano a riconoscere la grandezza di un grande dell'arte. E questo è solo l'inizio, appunto.

Chiaro che si legge Charles Strickland, ma poi è difficile non vederci la storia di Paul Gauguin, il grande pittore che abbandonò l'Europa per Tahiti con la speranza di ritrovare nuove ragioni di vita, nuovi stimoli anche artistici. Però non vale la pena di perdersi nel gioco delle corrispondenze, dei rimandi e delle differenze. 

Meglio godersi queste pagine di uno dei più raffinati scrittori del Novecento inglese, meglio abbandonarsi a questa storia di irresistibile attrazione per il bello. Meglio continuare a interrogarsi con  lui, perché che enigma che è la bellezza, affascinante mistero che in comune con l'universo ha il merito di essere senza risposta.

giovedì 28 ottobre 2010

Doppio sogno oltre il film di Kubrick

Ma sicuramente c'erano anche dei sogni che si dimenticavano del tutto, dei quali non restava più traccia, tranne un certo strano stato d'animo, uno stordimento misterioso. Oppure si ricordavano solo più tardi, molto più tardi, e non si sapeva più se si era fatta un'esperienza reale o soltanto sognato. Soltanto… soltanto…!

Da leggere abbandonandosi senza resistenze al racconto di questo grandissimo scrittore interprete di un mondo in crisi allo stesso tempo lontano e (fin troppo) vicino a noi.

Da leggere sgombrando la testa dalle sequenze del film che il superbo Stanley Kubrick ha tratto da queste pagine. Perché è ben altro il Doppio sogno di Arthur Schnitzler (Adelphi).

Da leggere accettando la complessità di questa storia e poi dipanandola, perchè i suoi intrecci, i suoi diversi piani, i nodi problematici alla resa dei conti non appartengono alla storia della letteratura, ma alla nostra vita popolata di maschere e mascheramenti, di sogni che ci proiettano per la tangente e di ricadute più o meno devastanti sulla realtà.

Ma poi chi può dire che cos'è la realtà? E quanto sogno c'è nella nostra realtà?

mercoledì 27 ottobre 2010

Con Mishima la bellezza che è troppo

Quando l'ideale non ti alza in volo niei cieli della vita ma piuttosto ti inchioda alla tua miseria.

Quando la bellezza non è un conforto ma, al contrario, un veleno che entra dentro e uccide a poco a poco.

Quando la stessa perfezione è una condanna, uno specchio che riflette quello che sei, senza indulgenza, inchiodandoti a quello che sei e soprattutto a quello che non sei...

Eccolo qui, il dramma che Mishima mette in scena, con la sua parola fredda come una lama da chirurgo... Un dramma che ci arriva dall'altro pianeta che è il Giappone e che pure appartiene a tutti noi, ci appartiene in quando uomini.

Ce lo sentiamo dentro, questo irrimediabile contrasto... e per questo, proprio per questo, ci porteremo a lungo il ricordo di questo monaco, svuotato, lacerato, irrisolto, deciso a trasformare la sua vita in una torcia accesa per incenerire quel Padiglione d'Oro che è troppo bello, troppo....

martedì 26 ottobre 2010

Che bello leggere con i grandi della pittura

Quando un libro è anche un piacere per gli occhi, un bell'oggetto - con buona pace di tutti i tifosi delle letture in formato digitale - da cui farsi accompagnare, da tenere sul comodino, da aprire a caso e sfogliare di tanto in tanto. Questo è Leggere (Edizioni Electa) di Stefano Zuffi, storico dell'arte che non si sente un gradino sopra noi comuni mortali, ma che l'arte la ama e sa quanto sia importante condividerla.

Poco testo, tanto si sa la forza della parola non si misura certo sulla sua lunghezza, tante emozioni. Una galleria di quadri che celebrano il piacere ma anche la fatica e il mistero della lettura. E una successione di splendide citazioni che raccontano tutto questo e che si capisce bene che non sono state scelte a caso, in un raffinato gioco di rimandi e suggestioni.

Il senso di una bellezza che attraversa le forme in cui essa riesce a esprimersi.

Pennellate di discorso e di colore, per celebrare la bellezza che l'umanità sa creare, la profondità a cui può aspirare.

lunedì 25 ottobre 2010

Il cane e la poetessa, biografia di un amico

L'una parlava. L'altro era muto. L'una era donna; l'altra era cane. Così strettamente uniti, così immensamente divisi, si guardavano. Poi, con un salto Flush fu sull'ottomana e si accucciò là dove per sempre sarebbe stato il posto suo, da quel dì in poi - sulla coperta, ai piedi di Madamigella Barrett

 Non sono un grande lettore di Virginia Woolf e questo libro, devo confessarlo, l'avevo comprato più che per il soggetto - la biografia di un cane adottato da una grande poetessa - per la poetessa stessa e per la speranza di raccogliere qualche particolare intrigante sulla vita di quest'ultima. Elizabeth Barrett Browning e la sua storia squisitamente romantica, Elizabeth e la battaglia per l'unità italiana, Elizabeth e quella casa fiorentina frequentata anche da un altro personaggio a me caro, Jessie White.

E invece dalle pagine mi è subito balzato incontro  Flush, questo simpatico cagnolino che per una vita intera ha
accompagnato la vita di Elizabeth, entrando anche nei suoi versi. Che meraviglia, questo rapporto senza la forza delle parole, in una casa dove si viveva di parole. Non era un cane ordinario, ci dice Virginia Woolf, non lo poteva essere un amico a quattro zampe che viveva in un posto così.

A forza di starsene disteso con un lessico greco per cuscino, è naturale che finisse col prendere in uggia l'abbaiare e il mordere

E allora non cercate la poetessa, in queste pagine. Cercate proprio Flush e con lui il mistero dell'amicizia tra l'uomo e l'animale.

domenica 24 ottobre 2010

Quando verrai, il libro che spiazza

Ti spiazza, Quando verrai di Laura Pugno (Minimum Fax), perché è uno di quei libri che sembrano fatti apposta per sgretolare le aspettative con cui lo hai attaccato.

Lo comincia e ti scaraventa subito in un mondo marginale, dove le case sono malandate roulotte e vivere è arrangiarsi, lontani dal cuore della città ma anche dalle strade che portano davvero verso orizzonti lontani. Fai presto a classificarlo come una storia di periferie e illegalità varie, iniezione di crudo realismo, che fa certamente bene, sempre che la lucidità dello sguardo riesca a farsi anche buona letteratura.

Poi però diventa qualcos'altro, storia di appetiti e morbosità, romanzo di formazione, trama che si insedia nei paraggi della letteratura fantastica.

Pagine che staccano gli ormeggi e vanno altrove. Non che nemmeno questo regali la gioia della libertà, sia ben chiaro. Il cielo sospeso su questa storia rimane livido. E perfino Eva, la ragazzina protagonista, inchiodata a una vita che non pare nemmeno vita, mi sa che appartiene a un altro pianeta.

Libro scritto benissimo (di Laura Pugno, che non conoscevo, voglio leggere anche Sirene, di cui dicono un gran bene), libro gelido, libro da cui mi sono congedato con un senso di vuoto.

A volte c'è bisogno anche di questo.

sabato 23 ottobre 2010

Quel viaggio in seconda classe per la Sicilia

Cerco di immaginarmi come possa essere diversa l'alba a Marsala per chi a Marsala ci è nato e vissuto:l'alba dei panettieri, l'alba dei giornalai, l'alba di chi lavora nelle cantine e di chi ad agosto si alza dal letto per andare a vendemmiare. L'alba dei pescatori e l'alba dei militari, l'alba dei pasticceri e l'alba dei baristi. Di sicuro anche per loro c'è stato un giorno in cui da bambini si sono svegliati tanto presto la mattina e hanno pensato che la luce dell'alba rendesse Marsala ancora più splendente e meravigliosa che mai

E dunque, che Sicilia, o cara (Felitrinelli) non sia un capolavoro (e che nemmeno pretenda di esserlo) è evidente. Che da Giuseppe Culicchia ci si possa aspettare di più, pure. Però con questo liberatevi della zavorra delle critiche e dei luoghi comuni. Semplicemente, tuffatevi in queste pagine, con la naturalezza dei gesti che vengono da lontano.

Allora la Sicilia esce dai depliant degli uffici del turismo, abbandona le cronache dei quotidiani, diventa grumo di affetti e memorie, legame che non ha bisogno di giustificazioni, diventa odori, colori, sciabolate di luce.

Culicchia la racconta attraverso il suo primo viaggio fatto da bambino: uno di quei viaggi che appartengono agli anni Sessanta e Settanta, il ritorno a casa per l'agosto, i bagagli stipati dentro l'utilitaria oppure caricati sulla vettura di seconda classe, il treno che dalle periferie operaie del Nord porta ai mari del Sud, la strada dell'emigrazione presa a contrario.

Il primo viaggio vero, fatto di tempo e sudore, di attesa e di saluti. Ma quanti viaggi prima, con i racconti del padre e le tante storie che si intrecciano intorno a una tavola, le parole come un tappeto volante che porta lontano, ma allo stesso tempo può riconsegnarci all'origine.

E prendetelo così, questo libro, non come un libro sulla Sicilia, ma un libro su un ragazzino che fantasticava sulla sua Sicilia e poi su un adulto che vuole tenersi stretto quel ragazzino.

Ps: Due anni fa sono stato anch'io a Marsala, città che prima per me era solo lo sbarco di Garibaldi e un ottimo vino. E Culicchia racconterà la sua Sicilia di adolescente, però grazie a lui sono ritornato a quei giorni, la pellicola di quel viaggio ha cominciato a girare...

venerdì 22 ottobre 2010

La storia di Nilde, ragazza cresciuta in fretta

Nilde, anzi Leonilde, è una ragazza cresciuta in fretta perché la fame fa crescere in fretta, se non ammazza prima.

Nilde, anzi Leonilde, abita al quarto piano di un casamento popolare, figlia di un ferroviere socialista, in anni difficili. A tavola c'è la pastasciutta di primo e la pastasciutta di secondo, la carne solo la domenica.

Nilde, anzi Leonilde, ha una madre che ha fatto solo la terza elementare, però legge bene e dopo cena legge per tutti: I promessi sposi, I miserabili, Guerra e pace. Il pane dell'adolescenza.

Studiavo anche di notte.
Quello che non capivo lo sottolineavo.
All'inizio, sottolineavo tutto

Potrei andare avanti a lungo e non la riconoscereste, perché questa è la storia eccezionale di una donna normale. La racconta Sergio Claudio Perroni, in Leonilde (Bompiani). La storia di Nilde Iotti. Una delle poche donne – e la più giovane, 26 anni appena – eletta nell'Assemblea costituente, in tempi in cui le donne dovevano stare solo in cucina o al massimo in fabbrica. La prima donna presidente della Camera. E certo, anche la donna legata a Palmiro Togliatti, in una relazione che il Partito – ed era davvero il Partito con la p maiuscola – non accettò mai.

Che bella storia anche quella.

A casa non parlavamo mai di politica... a casa si parla solo di vita

Bello e intenso questo piccolo libro, una vita raccontata in prima persona (e poi messa in scena da Paola Cortellessi). Sentimenti puliti e tenerezza. Nessuna tesi politica da dimostrare. Piuttosto nostalgia per un'altra Italia, dove anche le difficoltà erano più semplici. Dove anche molto in alto resisteva la modestia, la riservatezza, la genuinità delle cose buone.

giovedì 21 ottobre 2010

L'operaio inglese e la scoperta di Gilgamesh


Ci sono pagine nascoste in un libro che equivalgono a interi romanzi. Storie di vita che non si capisce perché ti arrivano solo così – per caso, mentre ti stai occupando di altro. La storia di George Smith – un nome che sembra falso da quanto è banale – è una di queste. Una storia eccezionale in cui mi sono imbattuto leggendo Ararat dell’olandese Frank Westerman (e/o edizioni).
E dunque se il nome era banale, anonimo era e doveva essere il destino di George Smith, figlio di operai inglesi nella Londra dell’Ottocento. Operaio lui stesso dopo aver abbandonato la scuola a 14 anni. Apprendista incisore di banconote, per la precisione.

Doveva vivere e morire così, solo che George Smith coltivava il suo tempo libero in una sala del British Museum, quello che custodiva le tavolette di argilla di Ninive. Come un appassionato di enigmistica scrutava quei testi scritti in un antico alfabeto cuneiforme che nessuno era riuscito ancora a decifrare. La Mesopotamia culla della civiltà e tanti misteri da svelare.
Ci riuscì lui, George Smith, grazie ai suoi studi sui codici che venivano impiegati per i biglietti di banca. E già questo sarebbe bastato: l’operaio era arrivato dove non erano arrivati i più grandi studiosi.

Ma a me piace soprattutto quello che viene dopo. Perché un giorno, lavorando su quelle tavolette, da quei segni emersero parole che componevano un verso. E poi un altro verso e un altro verso ancora. Parole che parlavano di un antico diluvio che aveva spazzato via il mondo e di una nave piena di animali che si era incagliata sulla cima di un mondo.

Era la storia del diluvio universale, secoli e secoli prima che questa storia trovasse posto nelle pagine della Genesi. Era il poema di Gilgamesh, il più antico capolavoro conosciuto, la storia del re di Uruk che cerca il segreto dell’eterna giovinezza.

Giusto che proprio questo fosse il tema delle prime parole letterarie strappate al buio dei tempi.

Racconta Westerman che scoprendo i primi versi George Smith si sia messo a gridare:
Sono il primo a leggere queste righe dopo oltre duemila anni di oblio

Pare anche che tra lo stupore di tutti i compassati studiosi del British Museum abbia cominciato a spogliarsi, pazzo di gioia.
Voi ve la riuscite a immaginare, quella voce?

mercoledì 20 ottobre 2010

E se invece che noccioline fossero fiocchi di neve?

Linus a Mary: Comincia a nevicare...
Mary a Linus: Digli di smettere
Linus, ancora: Come ci si rivolge ai fiocchi di neve, individualmente o collettivamente?

Non dovette essere molto contento, il grande Charles Schultz, quando per le sue strisce con Charlie Brown e tutti gli altri bambini gli proposero il nome Peanuts: noccioline. Ci poteva essere di meglio, in effetti.

Prendete per esempio Simona Bassano di Tufillo, che della cosa se ne intende, perché, tra le altre cose, per Donzelli ha pubblicato Piccola storia dei Peanuts. Ecco che cosa dice, sull'ultimo Linus.


Proporrei Snowflakes, ovvero fiocchi di neve, perché con quelle immagini di nevicate che il nostro amava disegnare, ricreando a pennino, nell'assolato studio californiano, i paesaggi della sua infanzia, troviamo rinnovata ogni inverno una vera e proprio dichiarazione di poetica, esplicitamente detta attraverso le conversazioni di bambini: ogni fiocco di neve è diverso da tutti gli altri (sì, pare sia scientificamente provato...), unico eppure parte del tutto, in un insieme coeso e perfetto. Uno per tutti, tutti per uno

Fiocchi  di neve... bello però. E su quante cose viene da pensare anche solo ragionando sulle care vecchie strisce dei fumetti. Per esempio sulla neve in California, che è come dire il mare in Svizzera. Per esempio su quei fiocchi di neve, ognuno uguale, ognuno a modo suo. Che è come dire noi. La neve della vita.

martedì 19 ottobre 2010

Van Gogh e la morte per andare su una stella

Che la creatività sia una dote che si ha a prescindere dalla forma in cui si esprime - se cioè il buon pittore possa essere anche un buon scrittore e viceversa - e se tutto questo dipende più dallo sguardo o dalla tecnica, dal mondo interiore o dalla "scuola", è una bella questione, su cui mi è difficile pronunciarmi. Però che bellezza in queste parole di Vincent Van Gogh, tratta da una delle lettere al fratello Theo

Dichiaro di non saperne assolutamente nulla, ma la vista delle stelle mi fa sempre sognare, come pure mi fanno pensare i punti neri che rappresentano sulle carte geografiche città e villaggi. Perché, mi dico, i punti luminosi del firmamento ci dovrebbero essere meno accessibili dei punti neri della carta di Francia?

Se prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, possiamo prendere la morte per andare su una stella... Comunque non mi sembra impossibile che colera, calcoli renali, tisi o cancro possano costituire dei mezzi di locomozione celeste, così come i battelli, gli omnibus e il treno sono mezzi di locomozione terrestri.

Morire tranquillamente di vecchiaia sarebbe come viaggiare a piedi


E leggendo righe così percepisco meglio il senso della bellezza in Van Gogh, intendo le pennellate di luce e perfino la leggerezza che nemmeno i peggiori tormenti riescono a soffocare. Un'idea che, quando potrò, mi porterò dietro a Roma, per la mostra del grande fiammingo.

ps: mi sono imbattuto in quetsa citazione leggendo Ararat di Frank Westerman, un libro di cui vi parlerò.

lunedì 18 ottobre 2010

Caravaggio in galera e il tempo ritrovato

Quando la pittura abbandona i musei, le gallerie, i salotti. Quando non si vergogna di entrare nei luoghi della punizione e dell'esclusione. Quando sa riconoscersi linguaggio universale, da cui nessuno può essere escluso.

E' soprattutto questo, Caravaggio in galera. L'esperienza di un critico d'arte come Stefano Zuffi, che sa bene che l'arte  non è cosa da addetti ai lavori, che tutti devono avere la possibilità di godere della bellezza e crescere con essa. Una serie di incontri nel carcere di San Vittore. Gli sguardi dei detenuti che attraverso alcuni quadri famosi si spingono ben oltre le pareti delle loro celle per abbracciare il mondo.

In queste pagine non ci sono lezioni sull'arte come a scuola. Non ci sono nemmeno lezioni. Piuttosto c'è il tempo a cui l'arte restituisce significato, nello spaventoso spreco di tempo che è una condanna al carcere.

C'è la capacità di volare lontano attraverso uno sguardo che non chiede di oltrepassare una finestra a sbarre ma indugia a lungo su un quadro. C'è la parola condivisa, la bellezza della conversazione tra uomini che non hanno titoli. C'è la bellezza che orgogliosamente grida la possibilità del conforto e del riscatto.

Il senso di un futuro ritrovato.

domenica 17 ottobre 2010

L'attimo dopo aver finito il capolavoro


Fu nella giornata, o meglio nella notte del 27 giugno 1787, tra le undici e le dodici, che, in un padiglione del mio giardino, scrissi le ultime righe dell’ultima pagina

 Probabilmente nemmeno lui ci credeva, ma la sua fatica era davvero finita. Dopo tremila pagine. Dopo anni e anni di ricerca e di scrittura. Dopo tutto lo stillicidio di dubbi (suoi) e di sberleffi (altrui). Era davvero finita. E per dirla con le parole di uno dei tanti che negli anni avrebbero curato la sua opera:

Prima dell’evento, nessuno aveva motivo di ritenere che quell’uomo piccolo e grasso con i capelli rossi, la voce acuta, l’abbigliamento stravagante e le assurde affettazioni stesse scrivendo la più grande opera di storia che sia mai stata pubblicata

Ma era proprio così. Edward Gibbon aveva terminato la più colossale, la più bella, la più citata delle opere storiche: Declino e caduta dell'impero romano.

Più di due secoli sono passati da allora, le tesi di Gibbon sono state prese e lasciate più volte, gli storici hanno tenuto a battesimo tante nuove ipotesi e poi ne hanno celebrato il funerale. Ma perdersi in quelle pagine è ancora un'impresa affascinante.

Pare che tutto sia cominciato con una gita a Roma da giovane. Pare che prima di lanciarsi in quest'opera Gibbon avesse accarezzato l'idea di scrivere una storia della repubblica svizzera - e che fortuna che non ne abbia fatto di niente. Pare che il duca di Gloucester, trovandosi tra le mani il secondo volume (diversi altri erano ancora da scrivere) si sia lasciato sfuggire:

Un altro maledetto libro grosso e quadrato! Sempre scarabocchi, scarabocchi, scarabocchi! Eh, mister Gibbon?

Mister Gibbon, malgrado tutto, tirò avanti. Proprio quell'omettino, che le cronache ci segnalano come perennemente bersaglio del ridicolo.

Poi quel giorno arrivò. Il giorno in cui non c'era più niente d'aggiungere per raccontare 1400 anni di storia.
Provatelo a immaginarvelo, in quel momento. 

Si sa che Gibbon depose la penna e si mise a passeggiare sotto un pergolato di acacie, con vista su un lago. Si guardò intiorno. L'aria era dolce, il cielo sereno. Tutto taceva, quasi in una manifestazione di rispetto.

Più tardi avrebbe scritto:

Non nasconderò i miei primi sentimenti di gioia all’idea di aver riacquistato la mia libertà e, forse, di aver conquistato la fama. Ma ben presto il mio orgoglio venne abbattuto e una quieta malinconia si diffuse nell’animo mio al pensiero di aver lasciato per sempre un vecchio e piacevole compagno e all’idea che, qualunque potesse essere il futuro della mia Storia, la vita dello storico non poteva che essere breve e precaria

sabato 16 ottobre 2010

Se anche le biblioteche restano senza libri

Cosa bisognerà fare? Smettere di acquistare libri o rinunciare a qualche apertura? E in ogni caso, basterà?

Questo è certo, non vorrei ritrovarmi nei panni di chi prima o poi (più prima che poi) sarà costretto a scegliere. Però questa domanda è anche mia, visto che considero le biblioteche pubbliche una buona cartina tornasole di un paese: e allora, domando, come è che ci siamo ridotti in questo modo?

Era ovvio, con le scuole, con le librerie, con i teatri che vivono come vivono, anche per le biblioteche sono tempi bui.

Nei giorni scorsi la situazione è stata dipinta con grande efficacia da Michele Smargiassi, in un'inchiesta - Se le biblioteche restano senza libri - pubblicata su Repubblica. Ed è così che va: mentre gli utenti delle biblioteche crescono - mentre, insomma, c'è più bisogno di biblioteche - si va sempre più pesanti con i tagli (l'Aib, Associazione Italiana Biblioteche stima una riduzione dei bilanci tra il 15 e il 35% solo per il 2011).

E tra le prime conseguenze c'è propria questa: alle biblioteche non arriveranno più le novità. Che è come chiudere un rubinetto. All'inizio magari nessuno se ne accorge, ma poi l'acqua manca e la siccità comincia a farsi sentire.

Brutta notizia per gli editori, ma in realtà per tutti noi. Brutta per questo paese, che con troppa facilità è pronto a considerare la cultura un'optional.

E dunque, sottoscrivo quanto ha dichiarato Mauro Guerrini, presidente dell'Aib:

Stiamo rischiando grosso, non è solo un problema di aggiornamento culturale, ma di democrazia. Le biblioteche sono i luoghi della socialità, dell'integrazione, della redistribuzione del sapere

Sottoscrivo e confido in buone nuove. C'è chi propone sponsor e donazioni private. C'è chi si spinge a immaginari libri che potranno essere dati in prestito con un segnalibro con su scritto "stai leggendo questo libro grazie a..."

Un'idea, certo. Però la domanda è sempre quella: perché ci siamo ridotti così?

Ci vorrebbe un sussulto. Un coro di no. Una convinzione gridata:  le biblioteche - soprattutto le biblioteche di quartiere, le biblioteche di periferia, le biblioteche di paese - sono carne viva. Sono presidio di civiltà. Non valgono più di qualche spot sulla bellezza della lettura?

venerdì 15 ottobre 2010

Una rotonda per raccontare i nostri anni

E dunque, questo lo posso dire: I giorni della rotonda di Silvia Ballestra è uno di quei libri che pagina dopo pagina sciolgono la diffidenza iniziale, con la forza di una scrittura genuina, che sa raccontare cose, non vendere fumo. E non era mica facile: perché la quarta di copertina frega.

Come, la solita storia italiana che parte dagli anni Settanta e si sbraccia per arrivare più o meno ai nostri giorni?

Magari è la solita solfa: come erano belli quei tempi, quando si pensava di cambiare il mondo e tutti scendevano in piazza e sentivano di appartenere a qualcosa di più grande, tranne poi precipitare a rotta di collo nei terribili anni Ottanta.

Oppure, variante: belli, sì, quei tempi,ma quanta ideologia, quanta violenza, quanta incapacità di farsi i fatti propri, sarà stato quel che è stato, ma in fondo volete mettere, riscoprire gli affetti e la famiglia, un lavoro pulito e una vita senza grilli per la testa?

Ecco, mi aspettavo qualcosa del genere. La solita solfa in una delle due varianti.

E invece, invece ho scoperto qualcosa di diverso. Uno sguardo pulito e originale, che i fatti li racconta non dai luoghi dove (non) si è fatta la storia, ma dalla provincia profonda, San Benedetto del Tronto. Una narrazione che non sente il bisogno di raccontare tutto per filo e per segno, ma che sa andare al fondo di ciò che è stato.

Tre storie in una storia, tre atti, una piazza (la rotonda, appunto) come un fiume che si porta via tutto. Agorà e supermercato della droga. Politica e spaccio. Il tempo del futuro e quello della devastazione.

Gli anni che si fanno raccontare anche da una piazza che non è nemmeno Piazza Maggiore a Bologna o Piazza San Giovanni a Roma.

Una piazza come le mille e mille piazze del nostro paese. Una piazza ora grande come il mondo ora angusta come una galera.

giovedì 14 ottobre 2010

Quei barbari che i romani vollero a casa loro

E dunque, che sorprese da questi romani.

Ammiano Marcellino, uno storico che ai tempi ho maledetto per le traduzioni dal latino, racconta cosa fece il grande generale Teodosio dopo che nel 370 sconfisse gli Alemanni. Popolo che, detto per inciso, immagino piuttosto bellicoso.

Tutti quelli che catturò, per ordine dell’imperatore li mandò in Italia, dove, insediati in un paese fertile, ormai vivono e lavorano lungo il Po, pagando un tributo


Strano, no? Ed è anche divertente considerare che il sangue degli Alemanni scorre ancora nelle vene dei discendenti padani di oggi. Sangue di barbari, sangue di gente che veniva da fuori.


Però c'è di più. Pensate: ai tempi si poteva vincere una guerra non per tenere fuori un popolo dai propri confini, ma per portarcelo dentro.


Nessun motivo umanitario, certo. I romani caricavano sulle spalle del loro impero qualcosa di molto simile al fardello dell'uomo bianco di britannica memoria. Ma in realtà puntavano al sodo.

Servivano braccia a buon prezzo, servivano soldati per l'esercito e contribuenti per le casse imperiali.

Servivano i barbari. E i barbari, come no, la loro parte la fecero.

Beh, forse Barbari di Alessandro Barbero (un cognome da predestinato) non è un libro da spiaggia. Però è un libro che fa bene leggere, con la consapevolezza che la lezione del passato può aiutare a ritrovare la strada smarrita nel presente.


mercoledì 13 ottobre 2010

Dall'Argentina quel libro che ci mancava

Un mattino d'ottobre del 192..., quasi a mezzogiorno, sei uomini entravano nel Cimitero del Oeste recando a braccia una bara di modesta fattura (quattro fragili tavolette) e di tale leggerezza che sembrava di portarvi non la carne sconfitta di un uomo morto, ma la delicata materia di un poema concluso

Ecco, è questo l'incipit, di Adàn Buenosayres, poderoso romanzo di Leopoldo Marechal che in questi giorni è stato presentato alla Fiera di Francoforte.

Non l'ho ancora letto, ma ce l'ho già con me, in rampa di lancio per così dire. Ogni giorno accarezzo la splendida copertina dell'edizione italiana e non mi fa paura la sua mole. E' un periodo in cui prediligo le letture svelte, ma presto attaccherò le sue 700 e passa pagine.

Comincerò da lì, da quelle parole in cui il narratore accompagna il feretro del poeta Adàn e dichiara di volerci raccontare i tre giorni decisivi della vita di questo suo amico perduto. E andrò avanti.

Mi aspetto molto, da questo libro. Ma intanto sono contento solo per il fatto che sia uscito. Perché è così: uscito nel 1948, dopo ben 20 anni di lavoro, Adàn Buenosayres è stato riconosciuto come il capolavoro della letteratura argentina del Novecento e  il suo autore è stato affiancato ai nomi di Borges e Cortazar. Ma in Italia nessuno lo aveva mai pubblicato. Ci mancava, semplicemente.

E' uscito ora per la Vallecchi. Ed è davvero un buon segno, soprattutto in un periodo così difficile, quando una casa editrice dimostra non solo intelligenza, ma anche il coraggio della scelta.

martedì 12 ottobre 2010

Se la scuola fa male alla poesia

Come mai, se la poesia è tanto presente nell'insegnamento scolastico, una volta terminati gli studi, sono così pochi i suoi lettori?

E' questa la domanda che, ancora una volta, Maurizio Cucchi ha lanciato dalle pagine di Tuttolibri, recensendo il libro di Davide Rondoni Contro la letteratura.

E dunque, a prescindere dal fatto che il titolo sembra offrire già una risposta convinta – La poesia vive solo lontano dalla scuola – non è che la questione sia proprio peregrina. Merita di pensarci sopra: e il tarlo è un pezzetto che scava.

Rondoni (che non ho ancora letto) pare piuttosto netto nel suo giudizio:

La letteratura non è una materia da imparare a scuola, ma un'attitudine da non perdere per conoscere il mondo e se stessi.


Allora, perché imporla in classe, perché farne obbligo scolastico? Perché non restituirla alla facoltà di un insegnamento facoltativo?

Bella questione, che non vale solo per la poesia. Sono parecchie le cose che a scuola ci provocano irritazione o peggio ancora indifferenza per essere riscoperte solo anni e anni più tardi, quando la nostalgia vale persino per le interrogazioni alla lavagna.

E' vero, a scuola ci si può disamorare della poesia e della letteratura in genere. Però è anche vero che con certi insegnanti poi scocca la scintilla giusta (che sarei stato io senza la mia professoressa di italiano che già in terza media mi faceva leggere Dino Buzzati e Jean Paul Sartre?)

Non credo all'insegnamento facoltativo, credo che a tutti debba essere data la straordinarietà opportunità della parola poetica. Una provocazione, in fondo: per dire che la bellezza, la profondità dell'arte,  non si possono tradurre in nozione, in voto. E che anche in un'aula si può alimentare l'emozione.

lunedì 11 ottobre 2010

Baires, città invisibile, città dei libri

Buenos Aires, anzi Baires: la città dei libri.

Città di asfalto e mattoni, come tutte le città, ma anche città di carta, città che grazie alla carta, si fa fantasia, sogno, storia e storie.

Così ne parla Laura Pariani, in una bella pagina di Tuttolibri, che presumibilmente nasce anche da una circostanza specifica (l'Argentina paese ospite alla Fiera di Francoforte), ma che in realtà succhia la sua linfa da ciò che di Baires sa chiunque ami i libri: e pertanto sa che qui si potrebbe trovare decisamente a suo agio.

Non è per librerie e per le bancherelle, non è nemmeno per i suoi caffè letterari e per le sue accademie. Piuttosto è per come i libri hanno vissuto e raccontato questa città. Per i segni lasciati dai tanti scrittori che hanno respirato la sua aria.

Dice Laura Pariani:

Gli scrittori, anche quelli morti da gran tempo, danno carne e sangue a questa città... Cammina, cammina i libri palpitano a ogni angolo

Julio Cortazar, Adolfo Bioy Casares, Ernesto Sabato, Roberto Arlt, José Pablo Feinmann, Leopoldo Marechal (e a proposito, complimenti alla Vallecchi, la casa editrice che ha avuto il coraggio di portare in Italia Adàn Bueonosayres), e poi il più grande di tutti, o almeno quello che mi è più caro, Jorge Luis Borges... e quanti, quanti altri.

Passi che risuonano ancora, orchestre di tango che sembrano appena uscite da un romanzo, il tavolino di un caffè dove forse un pensiero è diventato parola, tramonti e albe livide, un gol del Boca Junior che sa di poesia...

Non credetemi se vi confesso che a Buenos Aires non ci sono mai stato. Forse ci sono stato decine e decine di volte. Forse l'ho costruita anch'io, come ha fatto Italo Calvino con le sue città invisibili. Ricordate?

Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni

Questi libri, questa città.

domenica 10 ottobre 2010

Jessie che amava il mare e guardava lontano

Miss Uragano si chiamerà molti anni più tardi. Anzi, la chiameranno così Mazzini, Garibaldi e tutti gli altri protagonisti di quella straordinaria avventura che fu il Risorgimento italiano. In realtà si chiamava Jessie White, era una ragazza inglese.

La sua vita l'ho raccontata in un libro che sta uscendo in questi giorni, Miss Uragano. La donna che fece l'Italia (Romano editore), ma in primo luogo questa è una persona che ho provato a farmi amica, nelle mie letture, nelle mie fantasie.

Fin da quando era solo una ragazzina che viveva in un paesino affacciato sulle coste dell'Inghilterra. Quando era semplicemente Jessie. 
 
Non c’è da stupirsi, se Jessie trascorre la sua infanzia sul mare, come avesse stretto un patto segreto che non ammette ripensamenti o distacchi. 

Jessie che impara presto a manovrare le vele, con l’abilità di uno skipper provetto. Jessie che appena può esce in mare aperto. Jessie che da sola raccoglie i venti e si lancia a tutta velocità da un capo all’altro della baia di Southampton, oppure solca le acque che separano il continente dall’isola di Wight, giusto di fronte. Jessie che ride di ogni spruzzo addosso.
 

Jessie che dal mare ricava le prime impagabili sensazioni di libertà.
 

È poco più di una bambina, ma è così che trascorre intere giornate. Solo la sera vira verso casa e si abbandona all’ultimo tratto che la separa dall’attracco, a pochi metri dai cantieri. Talvolta il padre la aspetta a riva, tra gli scafi tirati in secco. Lei comincia a salutarlo da lontano, agitando le braccia. Lui risponde con un misurato gesto della mano.
 

Nessuna parola sciupa l’eterno rumore della risacca.
 

Una volta un adolescente dai capelli rossi l’ha inseguita con le sue grida. Jessie non ha provato nemmeno a rallentare, ha continuato a correre a vele spiegate. Le parole si sono perse, sono diventate brezza, vento.
La barca saltava sulle onde, quasi volava sulle acque.
Però il ragazzetto non si è arreso. Ha urlato ancora. E l’ha chiamata così: Jessie del vento.
 

Un soprannome che rimarrà e sarà anche un destino.
 

Jessie. Jessie del vento.
 

Le raffiche della vita, le correnti impetuose della Storia, che presto la ghermiranno.
 

E lei, lei che volentieri si farà portare lontano.

sabato 9 ottobre 2010

Anche voi nel mare dove ci sono i coccodrilli

Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio.
Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
E' così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento...

Viene da lontano, Enaiat. Viene da un paese che per noi è sinonimo solo di brutalità e violenza, di orrore concentrato in trenta secondi al telegiornale che ormai non fanno più né caldo nè freddo, sarà per questo che nemmeno immaginiamo che qualcuno possa arrivare da quel paese, è come sbucare fuori dallo schermo, chi é che davvero può arrivare?

E poi cosa c'entriamo noi? E' facile chiudere gli occhi, non pensarci, lasciare che Enaiat scivoli via, scompaia tra gli innumerevoli che migrano e non sanno dove andare e comunque costituiscono un problema: da evitare o da gestire, secondo le opzioni della politica.

E' facile, anzi, è scontato.

Perchè Eianat sia davvero Eianat bisogna restituirgli voce. Bisogna affidargli la possibilità e il diritto del racconto. La parola capace di costruire una storia e un'identità.

Ecco, è proprio questo che succede in Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.

Enaiat, il ragazzino afghano che è costretto a lasciare tutto, per una speranza di vita, semplicemente per una speranza. Fabio, lo scrittore, che ascolta e in questo modo ci permette di ascoltare.
Due vite che si incrociano per capire che su quei barconi alla deriva, su quelle navi della disperazione non ci sono numeri.

Banale, retorico? Leggetelo come si mangia un frutto appena colto dall'albero, magari una di quelle mele che per Eianat sono una stretta al cuore, perché gli rammentano il suo villaggio (Per fare luce usavamo le lampade a petrolio. Ma c'erano le mele. Io vedevo la frutta che nasceva). Divoratelo come si fa con una cosa buona e genuina.

E di pagina in pagina vi troverete voi su quel barcone, vi troverete voi in una città di cui non sapete leggere nemmeno i nomi delle strade, voi sotto gli occhi di tutti, nudi come può esserlo il peggiore destino.

E sarete voi a risvegliarvi ogni giorno con la paura di chi non ha niente e con la speranza di trovare finalmente il proprio posto al mondo.

Come si trova un posto per crescere, Enaiat? Come lo si distingue da un altro?
Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo non perché sia perfetto.

venerdì 8 ottobre 2010

Kapuscinski e il dovere dell'insoddisfazione

Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze

Basta per cominciare, basta e avanza, perché sfido io a trovare incipit così, due righe e già un pensiero che ti prende alla sprovvista e poi ti rassicura: vedi, il viaggio è come la vita, solo che viene di dimenticarselo.

Comincia così e ci vuole davvero poco per capire che questo libriccino di Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull'arte di partire (Terre di Mezzo), è uno dei migliori investimenti in carta che si possono fare, tre euro per poche pagine e un concentrato di bellezza ed emozione.


Andrea Semplici, giornalista e viaggiatore, o viaggiatore e giornalista, ci porge così i ricordi che si porta con sé di un altro giornalista e viaggiatore (o viaggiatore giornalista), fin dal momento in cui lo incontrò per la prima volta:

Avevo immaginato che mi sarei trovato di fronte Indiana Jones e, invece, ero assieme a un signore timido e gentile, dagli occhi sorridenti. Capii che se fosse stato diverso non avrebbe mai potuto scrivere quanto ha scritto: bisogna essere umili per raccontare

E poi i viaggi, le parole, i pensieri condivisi.

Un giorno Kapu gli disse:

Il nostro dovere è essere insoddisfatti, cambiare sempre punto di vista, ma avere rispetto per il mondo


E finché ha vissuto si è fatto ricco di questa insoddisfazione.

giovedì 7 ottobre 2010

Michela Murgia e il mondo che deve sapere

Le scienze umane della psicologia sociale in mano a questa gente diventano armi di distruzione di massa

Esagerazione? Non stupitevi di niente, perché non c'è proprio più niente di cui stupirsi. Provate a tracciare una linea di demarcazione, per mettere di qua ciò che è vero e magari anche ciò che è solo credibile, di là ciò che è invenzione, licenza creativa. E' un attimo e quella linea è spazzata via.

Tutto è drammaticamente vero. Tutto sopravanza ogni immaginazione proprio nel momento in cui si spaccia come delirio e satira.

Per dire fino a qualche momento fa avrei giurato che almeno fosse inventato il nome di questa multinazionale americana specializzata nel piazzare alle povere casalinghe (di Voghera e non) l'aspirapolvere da tremila euro brevettato dalla Nasa. E invece ecco, scopro che la Kirby esiste.

Esiste quindi anche il suo call center, esiste il suo esercito di telefoniste e venditori, esiste il suo sistema di infiltrazione endemica nelle nostre case, con l'obiettivo di venderci sogni e alleggerirci il portafoglio.

Vero quello che racconta Michela Murgia, vera questa sua esperienza di lavoro: e chissà se al tempo si sarebbe mai immaginata di imporsi con un libro come Accabadora.

Ho letto Il mondo deve sapere tardi, diverso tempo dopo aver visto il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. E se a volte arrivare al libro dopo il film (o viceversa) infligge il senso del già visto, qui ho percepito due sguardi diversi e complementari sulla stessa realtà.

Nel film la vita della telefonista precaria – quella che si racconta nel suo blog. Nel libro il modo con cui questa micidiale macchina entra nella vita di ognuno di noi.

E ho pensato a tutte le telefonate che mi sono arrivate. Alle offerte irripetibili a cui non ho saputo dire di no. A questo mondo dove ben poco è come sembra. Alle valanghe di parole che ci vengono rovesciate addosso, come se fosse una conversazione tra amici, solo che in realtà niente, nemmeno una pausa, è frutto di improvvisazione.

Si sa, ma ci si casca ancora. Continueremo a cascarci. Queste cose funzionano, ci dice Michela Murgia:

Siamo davvero così manipolabili, è evidente. Perché mentre noi non pensiamo minimamente a quello che diciamo, c'è chi dall'altro lato del telefono ha già pensato a tutte le possibili obiezioni e sa come prevenirle con abili dribbling verbali. Così ci ritroviamo a dire sì senza nemmeno sapere perché lo abbiamo fatto

Sbalorditivo, è proprio tutto vero.

Si sa ma ci si casca ancora. Continueremo a cascarci. Queste cose funzionano, ci dice Michela Murgia:

“Siamo davvero così manipolabili, è evidente. Perché mentre noi non pensiamo minimamente a quello che diciamo, c'è chi dall'altro lato del telefono ha già pensato a tutte le possibili obiezioni e sa come prevenirle con abili dribbling verbali. Così ci ritroviamo a dire sì senza nemmeno sapere perché lo abbiamo fatto”

Sbalorditivo, è proprio tutto vero.

mercoledì 6 ottobre 2010

Ricordando Gigetto, l'ultimo dei poeti

L’importante è alzare lo sguardo, sentirsi in bocca l’aria di queste cime. Loro non sono cambiate, con le loro foreste di castagni e più in alto di abeti e faggi. Per non dire degli aceri, degli ontani, delle acacie, dei sorbi e dei ciliegi selvatici. Sui prati in vetta ci sono come un tempo le mirtillete e anche i prati dove fioriscono le carline, con cui da sempre i montanini leggono il tempo che farà.
 

Se è la stagione giusta, ci sono anche i crochi che sono i primi a spuntare a primavera, perforando quello che rimane della neve. E più tardi gli anemoni e le genziane, i gigli e tutti gli altri fiori che sono una gioia per lo sguardo, ma prima di tutto regalano qualcosa di molto vicino a una certezza. Perché i fiori scompaiono ma poi ritornano, basta aspettare il tempo giusto, assecondare il ritmo delle cose.
 

Scompaiono, ma poi ritornano. Non importa se sono appassiti e se di loro ora non rimane niente, basta che ci sia un seme, a riposare sotto terra. Forse è lo stesso anche per le voci degli uomini, per le arti e i mestieri che si sono persi.
 

Magari vale anche per il canto di Luigi Ferrari, detto Gigetto, Gigetto del Bicchiere, l’ultimo dei poeti della montagna.
 

E sì, davvero, la poesia è come un fiore. Quando scompare è solo per tornare la volta dopo.




(da L'ultimo dei poeti, Edizioni Sarnus)

martedì 5 ottobre 2010

Quei libri che in America fanno paura

Se dico libri censurati, libri vietati, a che cosa pensate? A Cuba, all'Iran, a qualche singolare staterello subtropicale, dove la libertà ricosciuta è solo quella fiscale?

Esatto, è proprio questo che anche a me è venuto da pensare.

Per questo ho letto con un certo sconcerto - e diciamolo, pure con disappunto - che di libri censurati si può parlare nel paese che ci è facile considerare un faro di democrazia, gli Stati Uniti.

Con autentica sorpresa ho appreso che si è addirittuta tenuta una manifestazione quale la Settimana dei libri banditi, promossa non da qualche sospetto gruppuscolo estremista, ma nientemeno che dall'American Library Association.

E dopo aver capito che non di roghi e arresti si tratta, ma di libri comunque esclusi da scuole, biblioteche, circoli di lettura per i loro contenuti, ho anche provato una certa invidia per questo paese, dopo ci può essere tutto e il contrario di tutto, il massimo della libertà e il massimo del sospetto, la scienza più avanzata e quelli che hanno ancora paura di Darwin, il presidente nero e i rigurgiti del Ku Klux Klan.

Ma poi ho letto la classifica che l'associazione ha stilato per segnalare i titoli che più fanno paura, quelli che più destano la voglia di divieto, la smania del bando.

E diciamolo, posso capire che qualcuno non abbia ancora digerito Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, posso capire che ci sia chi storce il naso al cospetto di Twilight e perfino di Harry Potter, ma che male avranno mai fatto l'Ulysses di James Joyce (a meno che non ci si preoccupi per la sua mole...), Il signore delle mosche di William Golding o anche Il buio oltre la siepe di Harper Lee (peraltro lettura scolastica quasi obbligatoria in questo paese delle contraddizioni)?

Poi ho visto che anche 1984 di George Orwell è tra i libri che fanno paura. E allora ho trovato la cosa perfino divertente. E mi sono detto: chissà, forse un giorno una risata li seppellirà,

lunedì 4 ottobre 2010

Lo scrittore, la libertà e lo stuzzicadenti

Erano venticinque anni che scrivevo, avevo pubblicato qualcosa fra i venti e i venticinque libri, mi ero fatto un nome come uno degli scrittori americani più importanti del mio tempo, i miei libri erano stati tradotti in varie lingue: eppure, con tutto ciò, ero sempre senza soldi, sempre a un passo o quasi dalla rovina

Era destino che il paese che più di tutti gli altri ha trasformato la cultura in una gigantesca macchina per fare soldi fosse lo stesso paese che in maniera più realistica, direi anche più cruda, si è interrogata sui rapporti tra arte e mercato, tra creatività e successo. Ed è dagli Stati Uniti, non di oggi ma addirittura degli anni Trenta, che arriva un racconto perfetto per meditare su tutto questo.

Si chiama Le voci del torrente, porta la forma di Sherwood Anderson, autore che forse non è conosciuto come meriterebbe, non fosse altro che per i suoi Racconti dell'Ohio. A riproporlo oggi è l'editrice Il melangolo: e pare scritto solo ieri.

C'è molto della vita di Anderson in questo libriccino: e questo ce le rende ancora più intrigante. Ma c'è molto anche di quello che vorremmo leggere e che soprattutto vorremmo ritrovare nel nostro mondo.

Ecco lo scrittore che si fa i conti in tasca e i conti non gli tornano e allora si piega alle richieste degli editor e dei dirittori delle riviste che pagano profumatamente. Dovrà scrivere cose scorrevoli, gradevoli, accattivanti, cioé accomodanti. Cose che non disturbino, che vadano giù come acqua.

E lui inizia. Solo che poi si blocca. Si blocca e non va più avanti come un apparente buon senso gli imporrebbe. E sarà per quella notte insonne passata ad ascoltare i suoni del torrente vicino a casa. Sarà che tra quei suoni gli pare di scorgere anche i passi dei vecchi amici, le voci delle donne che ha amato. Ma con la luce del giorno, la nuova mattina, ha deciso:

Ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero senpre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario

Racconto dentro il racconto, ma soprattutto racconto che profuma di libertà.

Racconto come un antidoto, buono non solo per gli scrittori, ma per chiunque sia pronto ad arrendersi alle sirene di un sì troppo comodo.

Ps: Nella vita di Anderson, poi, le cose non andarono propriamente così. Un giorno si imbarcò per la Colombia, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza a pagamento. Mangiando un panino inghiottì uno stuzzicadenti e morì di peritonite. Morte assurda, certo. Morte che è insieme esclamazione e irrisione. E mi sa che è meglio finirla qui.

domenica 3 ottobre 2010

Vincendo a baseball con Charlie Brown

Sessant'anni, pensate, sono passati sessant'anni, da quando Charlie Brown, Linus, Snoopy, i Peanuts insomma, hanno fatto capolino per la prima volta. Sessant'anni e sono sempre lì, bambini adulti fedeli a se stessi ma anche a noi, fedeli come lo sono stati con i nostri genitori e come è facile che lo saranno anche con i nostri figli.

Quando hanno cominciato ad accompagnarmi i fumetti erano solo fumetti. Non si parlava di graphic novel - nessuno si sarebbe mai immaginato un giorno qualcosa tipo Maus di Art Spiegelman - solo annusare odore di letteratura in quelle strisce sapeva di eresia.

Eppure quanto ci stava regalando Charles Shultz era cosa che solo i grandi scrittori.... perché ci stava offrendo il sentimento del tempo, con le sue speranze e le sue inquietudini. C'eravamo tutti noi, in quelle strisce.

Gli anniversari in genere servono a poco, se non a ricapitolare il senso di un'appartenenza, o di un'influenza, o di una consuetudine. Ho pensato a tutto questo, negli ultimi giorni. E non so dirlo meglio di come abbia fatto, benissimo, Michele Serra:

Può darsi che questa "eternità" dei Peanuts consoli soprattutto chi li ha incontrati a dodici anni, molto molto tempo fa, ed è felice di ritrovare intatti, non i cocci, almeno alcuni dei segni di infanzia. Ma può darsi, anche, che l'eleganza intellettuale, il pudore, l'acuta leggerezza di Shulz parlino a chi li legge ora, ed è ragazzo ora, e avendo palloni da calciare, e ragazzine dai capelli rossi da fare innamorare, trova nei Peanuts non una consolazione, ma un'istigazione alla libertà di vivere.

Quanto a me sarò ancora a fianco di Linus nelle sue battaglie con il Barone Rosso. E ancora spererò nell'amore della ragazzina dai capelli rossi -  l'equivalente nostrano della ragazzina del primo banco. Ancora farò il tifo per la più disastrata squadra di baseball.

Sono convinto che prima o poi una partita la vincerà.  Pensate, con Charlie Brown in campo.

Ps: vi ricordo che anche Linus compie 45 anni, lo fa pubblicando le strisce del primo anno dei Peanuts. Da non perdere...

sabato 2 ottobre 2010

Che sorpresa, il profondo Sud di William Faulkner

30 settembre 1962:  lo studente James Meredith entra all'università del Mississippi. E' il primo nero e per riuscirci il presidente Kennedy ha dovuto spedire l'esercito e sfidare disordini razziali che lasciarono morti per strada.
6 luglio 1962: muore William Faulkner, grandissimo scrittore di quella stessa America ancora apertamente segregazionista. Almeno si risparmia questa nuova tragedia.

E' partendo da queste due date che Claudio Gorlier su Tuttolibri tenta un'originale riflessione su quella cultura di cui Faulkner è stato espressione: non che fosse anche lui un razzista, ma quello era comunque il suo mondo, il profondo Sud a cui è sempre rimasto fedele.

E allora, facile puntare il dito su un Sud che noi conosciamo soprattutto per lo schiavismo, per le piantagioni di cotone, per la violenza del Ku Klux Klan. Grazie a Faulkner - e grazie ora anche a Gorlier - ora c'è altro che possiamo mettere in conto.

Scrive Gorlier:


La sconfitta del Sud non aveva distrutto soltanto un sistema politico e comportamentale ma una cultura nel senso più ampio della parola, una cultura, tra l'altro, fondata in larga misura sull'utopia, quella che aveva sostanzialmente contribuito, con i sudisti Washington e Jefferson, a sostanziare i principi della Costituzione americana

Ecco, come al solito le cose non sono mai univoche. Per fortuna, perché questo è un buon modo per tenere a bada i nostri pregiudizi, qualsiasi essi siano. Schiavismo e utopia: questo era il profondo Sud. Il sogno americano al suo meglio e la sua negazione.

Non ci avevo mai pensato, ma anche questa è l'ennesima conferma che la storia la scrivono i vincitori. Il Nord, in questo caso, la grande potenza economica, la quintessenza della modernità, che aveva saputo imporre non solo le ragioni dell'emancipazionismo, ma anche quelle dell'industria, dei profitti, degli interessi che hanno più gambe per camminare dei valori.

Allora si capisce meglio la domanda di Faulkner:

Il Sogno americano: che ne è stato?

E un'affermazione che è meno retorica di quanto appaia:

L'America non ha ancora trovato posto a colui che si occupa soltanto di cose dello spirito umano

E noi meno che mai, ovvio. Abbiamo ancora bisogno di Faulkner, abbiamo ancora bisogno perfino di Via col vento e di quelle battute da scena madre. Domani è un altro giorno e si vedrà.

venerdì 1 ottobre 2010

Se anche Hitler fosse stato quell'altro

Cosa c'è nella strada che non si prende? Quale altra vita ci avrebbe aspettato se in qualche punto del nostro passato non ci fosse stato quel gesto, quella parola, quella deviazione quasi impercettibile da un altro destino?

Non puoi leggere questo libro senza farti sorprendere da domande come queste. Non puoi richiuderlo senza farti accompagnare da qualcosa che ristagna come un'esitazione, un dubbio che resiste perché non vuole farsi assoluzione per insufficienza di prove.

Non sceglie la via più piana Eric-Emanuel Schmitt in La parte dell'altro (e/o edizioni). L'immensità della nostra vita nel bene come nel male ce la lascia intuire attraverso la parabola dell'uomo che per noi è e non può che essere il paradigma del male. Eppure quello stesso uomo avrebbe potuto essere qualcos'altro, se solo se...

Già,  chissà, chissà cosa sarebbe successo se Hitler avesse potuto assecondare un sogno giovanile, se fosse riuscito a diventare un pittore di successo, invece che lo squallido "imbianchino" di Brecht. Quanto sarebbe stato meglio per il mondo e anche per lui, se avesse davvero fatto sua la parte dell'altro.

Un libro appassionante, curioso, costruito e scritto bene, con la vita vera e la vita possibile che viaggiano in parallelo spingendoci sempre sul ciglio di quello che avrebbe potuto essere e non fu... Un libro che si può leggere perfino senza lasciarsi soverchiare dalle elucubrazioni sulle respondabilità e sulle circostanze che fanno di una vita ciò che è.

Senza assoluzioni di sorta, e questo è importante, perché forse non sei stato tu a tracciare la strada, ma sei senz'altro tu, chiunque tu sia, a imboccarla e a percorrerla fino in fondo...

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...