giovedì 2 settembre 2021

Se c'è il calamaro gigante anche noi siamo davvero vivi


Leggenda, sogno, incubo, fola di vecchi marinai, complice la smodata propensione all'alcol e alla bugia? Per secoli e secoli la questione è stata liquidata così, buona tutt'al più per qualche zoologia fantastica. Ma che dire se poi diventa prova provata che il calamaro gigante esiste davvero? 

In ogni caso parlarne non è esclusiva di biologi del mare. Se la voce è di uno come Fabio Genovesi facile che si spalanchino praterie (magari di posidonie) alle scorribande della fantasia e dell'affabulazione. Perché è questo che succede nel suo Il calamaro gigante (Feltrinelli): che la storia del calamaro gigante - del modo, diciamo, con cui noi ci siamo accorti del calamaro gigante -  diventi un piccolo grande libro sul richiamo dell'ignoto, sulle frontiere della conoscenza, sulle storie che possono discendere da altre storie, sulla curiosità che tutto può scompaginare e ricomporre. 

Così è, perché si parte dal mare - da questo mondo nel mondo di cui ci illudiamo di sapere molto e di cui in realtà conosciamo appena la superficie - e ci sono subito profondità che ci richiamano. Il vortice delle parole non si arresta più, le correnti ci sospingono dai pescatori delle Antille ai preti dell'Emilia Romagna, dai naturalisti del Settecento agli spazzini di Pontedera. Con la risacca più dolce che finisce per accarezzare un bambino della Versilia a cui la maestra domanda di disegnare l'animale preferito, oppure una nonna che a cena insiste a parlare col marito morto...

Tutto e il contrario di tutto, perché è così che funziona. E il calamaro gigante è bravo a sovvertire le nostre presunzioni, i luoghi comuni a cui è troppo facile consegnarci. 

Per secoli pensavamo che non esistesse, in realtà siamo noi che per lui non esistiamo. E questo, insieme alle sue dimensioni prepotenti, è un colpo durissimo al nostro ego.

Ma poi se il calamaro gigante esiste, quante altre sorprese ancora ci aspettano, per ora annidate nei voli spiccati dalla poesia, nel funambolismo dell'immaginazione per cui ci vorrebbero ancora le parole di Calvino o di Borges.

Per scoprirlo non sarà davvero arrivata l'ora di immergersi e abbandonarci all'acqua, alla vita?

E con quel tuffo non saremo anche noi più vivi? 

E da quel momento, solo da quel momento, danzando col calamaro gigante, col capodoglio e Babbo Natale, coi dinosauri e tutte le altre bellezze che per una vita ci siamo sforzati di non far esistere, finalmente anche noi cominceremo a esistere davvero.

Così scrive Fabio, così ricopio io: e il cuore si allarga.

 

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