lunedì 25 novembre 2019

I racconti di Zannoni come bisturi, mani, specchi

Sono come bisturi che tagliano di netto e affondano, sono come mani che si fanno largo e stringono non so bene se il cuore o lo stomaco, sono come specchi che è meglio scansare non fosse mai che nell'immagine riflessa si possa riconoscere qualcosa di noi. Eccoli, i racconti di Alessandro Zannoni che compongono Stato di famiglia, prima uscita col botto della collana Sidekar curata per Arkadia da Ivana e Mariela Peritore. 

Lettura a cui mi sono avvicinato con circospezione, allo stesso modo di chi prima di tuffarsi testa la temperatura con la punta delle dita. Solo che mi ci è voluto poco per ritrovarmi in acqua senza più voglia di uscirne fuori.

Credo che, in prima approssimazione, sia per la voce stessa che ci porge queste storie, così particolare, così forte e allo stesso tempo così misurata, così capace di dire tanto con poco: si sa, ancora più che per i romanzi i racconti sono prima di tutto un fatto di stile.

Però poi questo non è bello scrivere che macina acqua, queste parole non sono brezza che accarezza i capelli. Piuttosto sono spinte poderose sul ciglio di una voragine buia:  quella del Male - non mi piace adoperare la maiuscola, ma ogni tanto ci vuole - che esplode irresistibile e annichilente in ognuno di questi racconti.

Racconti che non so se possono essere catalogati come noir - anche sulle catalogazioni coltivo qualche perplessità. Non so e la cosa è tutto sommato relativa. Io ci vedo anche il grido di una coscienza turbata, solo che quel grido è come soffocato dietro un vetro. Ci vedo il sentimento del destino ineluttabile, come nelle tragedie greche: impossibile sottrarsi all'epilogo, anzi, visto che la fine è nota la fine può diventare inizio. 

Così ogni racconto è come la foce di un fiume che ci convoca: a noi risalirlo, sperando che la corrente non sia troppo forte e che più avanti - o forse più indietro - il Male possa fornirci anche qualche risposta.  


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